SE NON VUOI FARE AMICIZIA NOI SIAMO BEN LIETI DI FARTELO PESARE

Dormire in un ostello in giro per il mondo non è un gesto logistico che faccio abitualmente. Non ho mai nutrito una grande vocazione per la corrente filosofica dell’ostellismo: perché questa si fonda e regge le sue sacre istituzioni sul fatto di trovare il prossimo vagamente interessante. Come se nella vita fosse facile incontrare qualcuno in grado di sostenere una conversazione.
Non so voi, ma io sono un selezionatore abbastanza scrupoloso di vite umane con cui parlare di stronzate. Anche perché c’è un sacco di gente in giro che fa discorsi seri e perciò non è che ora mi posso mettere a fare amicizia in maniera indifferenziata col rischio di beccarmi un pippone sull’arte concettuale, o magari un monologo sul mutuo a tasso variabile.
E poi non sopporto ‘sta cosa dei luoghi preposti alla socializzazione: ovvio che in una grotta dolomitica può essere più difficile trovare qualcuno con cui parlare di quanto ti sta antipatico Enrico Brignano, ma è altrettanto vero che a me personalmente non pare il caso di farmi influenzare da fattori come la latitudine, il ciclo delle effemeridi, l’umidità relativa e la temperatura, quando voglio farmi degli amici. E soprattutto non mi pare il caso di farmi influenzare dalla categoria catastale del caseggiato in cui mi trovo: che io sia in un monastero tibetano, nella sede ufficiale della Proctor & Gamble, nello scantinato di un serial killer, o in un ostello della gioventù, se non mi va di parlare, non mi va.
L’ostellista tipo, invece, ragiona diversamente: prenota un letto in un dormitorio misto con la stessa aspettativa di chi si iscrive ad un corso di tango al termine di una relazione amorosa, o di chi varca la soglia di un’agenzia matrimoniale perché di relazioni amorose nella sua vita ha solo sentito parlare nei film. Conosciamo gente, si dice.
Questo per generalizzare, perché è vero che ci sono pure altre tipologie di ostellisti. Più che altro varianti un po’ più complesse. Per esempio ci sono gli ostellisti-comunisti, quelli per dire che non si capisce se sono più ostellisti o più comunisti; se l’ostello è il loro luogo d’elezione per questioni di Peace and Love o per motivazioni igieniche della serie: l’albergo è un luogo molto meno batterico rispetto alle mie pretese virali e perciò scelgo l’ostello.
Una complicazione filosofica che non è qui però il caso di snocciolare. Piuttosto, passiamo a me: sappiate che, nonostante queste mie premesse un po’ naziste, ci sono finito pure io in ostello e tutto sommato devo dire che non è stata un’esperienza inutile.
Se non altro ho scoperto come si dorme dentro una canzone di Prince. Attività che, tanto per capirci, è del tutto simile al verniciare di fucsia un traliccio dell’alta tensione, di quelli che vedi quando prendi l’autostrada, per poi scendere dallo stesso traliccio, dirigerti verso il più vicino parco giochi e con lo stesso pennello dare una prima mano ad un autoscontro in movimento.
Perchè forse non lo sapevate, ma esiste una legge chimica secondo la quale, accanto ad ogni ostello, avvengono dei legami molecolari di tipo covalente che provocano la nascita e la crescita di club discotecari ad alto tasso di stronzaggine. Di quelli che tutta la notte con i tunz-tunz danno il loro bel da fare ai sismografi della zona e alle tue fasi del sonno. Per cui succede che, mentre Prince se ne sta bello seduto sulla sua poltrona rivestita in cocaina acquisendo per l’ennesima volta i diritti d’autore, tu sogni di riverniciare di fucsia tralicci dell’alta tensione e autoscontro in movimento.
E’ inutile, dovete ammetterlo che ho ragione: l’ostellismo è la filosofia della socializzazione coatta. Perché se per esempio tu vuoi startene in disparte a fare l’essere umano e a rispettare il fatto che ad una certa ora il tuo corpo percepisce stanchezza, quelli trovano il modo di fartelo pesare frequentando il tunz party nel disco club accanto, dimenando il bacino fino alle prime luci dell’alba e tornando in camera belli sbronzi a gridare in una babele di lingue differenti il fatto che sono diventati amici mentre tu tentavi di dormire.

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TENETEVI FUORI DALLA PORTATA DEI CICLISTI CICLABILI

Il più delle volte l’incontro tra un convoglio di una metropolitana piena zeppa di persone e un gruppo di musicisti zingari produce degli effetti estetici non indifferenti. Specie quando questi strimpellatori col bicchierino per le offerte si mettono a suonare roba sudamericana allegrissima, sebbene riadattata alle esigenze della loro sputtanatissima fisarmonica.
In questi casi, la prima cosa che noti è la discrepanza che c’è tra la musica che riproduce tutti i colori e le sfumature dell’arcobaleno e della gioia, e lo stato d’animo degli occupanti della carrozza; i quali, dopo una giornata piena di cacchi loro, non ne possono più della vita, figuriamoci un po’ cosa gliene può fregare delle sfumature dell’arcobaleno e della gioia.
Senza contare poi che, tra i presenti, può esserci pure qualcuno che ha di recente subito una tragedia familiare del tipo figlia di cinque anni morta per leucemia fulminante. E a quel punto puoi constatare che l’effetto estetico della discrepanza di cui sopra è più che amplificato, quasi ai confini col comico.
Poi alla fermata successiva sale un tizio con una bicicletta al seguito e ti dimentichi tutto, perché questo tipo, o meglio la sua bici, ti ha appena fatto scattare un ricordo che ti costringe a cambiare definitivamente discorso interiore.
L’effetto discrepanza ai confini col comico se ne va per i fatti suoi, la musica scompare assieme al bicchiere per le offerte e le facce incazzate e/o depresse degli astanti, e ti ritorna in mente il fatto che mezz’ora prima, mentre ti trovavi sbadatamente a passeggiare su quella porzione di marciapiede adibita a pista ciclabile, una ciclista integralista è venuta da dietro a sgrillettarti il suo campanello da ciclista integralista. Innanzi e soprattutto per farti sentire in colpa. Solo dopo, molto dopo, quasi alla fine dell’elenco delle sue personali motivazioni, per avvisarti che forse dovevi scansarti perché sennò lei non riusciva a passare.
Perciò ti metti a riflettere e riflettere su quell’avvenimento e in un attimo ti balza il mente il fatto che quello che ti è successo poco prima, per strada, non è altro che una pure e semplice lezione di topografia morale.
E questo lo sai perché? Perché in questa particolare era storica fatta di inquinamento da un lato e di buoni propositi ecologisti dall’altro, tu a quanto pare stai dalla parte sbagliata. Pure se, in questo caso, non stavi guidando mica una Toyota Celica scarburata del ’92, ma stavi solo passeggiando a piedi.
Dovete sapere, signori miei, che per chi usa la bici come unica e necessaria condizione di trasporto da un punto A ad un punto B, tu che non usi la bici come unica e necessaria condizione di trasporto da un punto A ad un punto B sei una specie di delinquente, quasi un pedofilo. Anche se per spostarti da un punto A ad un punto B utilizzi la biologica deambulazione e perciò nulla che ha a che fare con i motori a scoppio.
Pare che nella mente turbata del ciclista integralista, l’uomo che cammina a piedi non è altro che un essere umano che sta per raggiungere la sua auto parcheggiata in fondo al vialetto, pronto a sgasare metri cubi di monossido di carbonio sulla società.
Nella stessa mente turbata, la bici invece, la bici quella, quella sì che è un mezzo di locomozione etico; tanto etico che forse più che etico oserei dire, è un mezzo di locomozione metafisico.
E infatti, il metafisico c’entra eccome; c’entra sempre, quando ci si mette in mezzo il fanatismo. Ed in effetti questi ciclisti assoluti, questi fanatici integralisti delle due ruote, non ti consentono mica di infettare il loro sacro e comunale territorio ciclabile con il tuo volgare deambulo da criminale.
Che poi loro sarebbero in grado di sgozzare un bambino autistico in nome di un Atala da passeggio o di un nuovo modello di Mountain bike, è un altro discorso.
Ma ad ogni modo permettetemi di darvi un consiglio: tenetevi fuori dalla portata di una pista ciclabile. Tenetevi fuori dalla portata dei ciclisti. Tenetevi fuori dalla portata dei ciclisti ciclabili, insomma.
Avete tutti di che guadagnarci, voi, esseri umani normali come me, che ogni tanto fate questa cosa zozza e orribile di camminare a piedi.

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SEI D’ACCORDO CON ME MOROSINI?

E’ vero, è passata quasi una settimana ormai, e forse non è più notizia da masticare. La morte in campo del giocatore del Livorno; Morosini, intendo.
Del resto, di che cacchio vogliamo parlare ancora? Da quale inconsueta angolazione vogliamo affrontare l’argomento? Che tipo di paranoia giornalistica può ispirarci a discorsi nuovi e virginali, come se tutto fosse successo ieri?
Insomma, parliamoci chiaro: è stato già detto tutto su vigili che si multavano da soli per aver parcheggiato in doppia fila ed ostruito così il passaggio dell’ambulanza; si è già discusso di personale sanitario che non usa il defibrillatore perché dice che mamma non vuole; e sono già state romanzate ed evidenziate a dovere le tristezze biografiche di questo giovane sfortunato, cui sono state attribuite, a mio modesto parere, quintali di sfiga certificata ma anche tonnellate di scarogna presunta e mai verificata. E questo per il solo piacere sadico di infierire sul cadavere col classico registro lirico, drammatico e pacchiano del coccodrillista. Quello che scrive i testi giornalistici per celebrare le persone morte, per chi non lo sapesse; quello che fa venire i brividi a molti e il voltastomaco a pochi, tipo a me.
Ora, non metto mica in dubbio che il destino si sia accanito con questo ragazzo: caro Morosini, posso darti del tu? Non ti offendi vero? Dicevo, caro mio, non metto in dubbio il fatto che la vita non ti abbia sorriso, anche perché forse nemmeno la morte ti ha sorriso, se è vero che l’ennesimo editoriale su di te è stato presentato ed introdotto da Barbara D’Urso. Specie su questo, hai tutta la mia comprensione, ma devi però ammettere che su certe cose avrai pure avuto più fortuna di me e di un sacco di altre persone.
Per esempio, e posso scommetterci quello che vuoi, io sono sicuro che sei andato a letto con certe donne che l’ottanta per cento di noi se le sogna. E non mi pare questa cosa da poco. Non lo so, era giusto per farti vedere il bicchiere mezzo pieno.
Ad ogni modo, caro Morosini, se faccio dell’ironia, non prendertela a male. Capisco: la morte nella società occidentale è ancora l’estremo tabù, il tabù che non puoi sdrammatizzare. Ma spero che tu, da una prospettiva ormai ultraterrena, sia in grado di capire quanto siamo scemi gli esseri umani, ché prendiamo questa cosa di schiattare così troppo sul serio.
E detto questo, adesso ti spiego perché, piuttosto che lasciarti in pace lì dove sei, ti sto chiamando in causa: perché insomma ti sto facendo ritornare ancora una volta in questo posto pieno di falliti che è il pianeta terra.
Ti sto chiamando in causa perché quello che ti è successo mi ha fatto un po’ riflettere sul gioco del calcio, e sulle capacità di de-realizzazione che hanno i palloni cuciti a mano dai bambini thailandesi.
Aspetta un po’ che ora la smetto di parlare complicato e ti spiego meglio.
Cioè secondo me, lo shock subito dai telespettatori, dai tuoi compagni di squadra e in generale dalla gente che ti ha visto accasciato al suolo in quella circostanza, è dovuto al fatto che morire non c’entra assolutamente nulla coi passaggi filtranti, le punizioni dal limite e i tiri di interno destro all’incrocio dei pali.
Sarà pure vero che la morte in diretta è sempre sconvolgente, pure per esempio se sei alle poste a pagare la bolletta dell’Enel e il tipo che è in fila con te ad un certo punto si becca un coccolone, ma è secondo me ancora più vero che su un campo da gioco questa cosa dello shock diventa ancor più tangibile; raddoppia di volume e consistenza.
In pratica per come la vedo io, il gioco del calcio, e forse, forse lo sport in generale, è uno di quei momenti in cui la realtà non esiste. E’ un posto con una grammatica tutta sua, una specie di porto franco dove puoi prenderti una pausa da questa faticaccia che è l’esistenza.
Per questo poi, quando succede quello che ti è successo, tutti si mettono le mani nei capelli allo stesso modo e pensano: “Ma come! Ma non avevamo messo in stand-by la realtà noi, quando avevamo sentito il fischio d’inizio?”. Non lo so, io la vedo così, tu sei d’accordo con me Morosini, o pensi solo che sono scemo?

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IN QUALCHE PIANETA, ANTICADUTA E’ SINONIMO DI RICRESCITA

Ve lo confesso: da un po’ di tempo a questa parte mi sento più figo. Anzi vi dirò di più: da un po’ di tempo a questa parte sono più figo. Inconfutabilmente. E non è perché ho comprato un sacco di vestiti nuovi, no. Non è per quello. E’ perché ho fatto un passo da gigante nel campo della maturità psichica: ho imparato ad accettare la mia progressiva calvizie.
Cioè fino a qualche mese fa, ma non lo dite a nessuno, io mi controllavo la tonsura in bagno con il coperchio a specchio di una pentola Ikea. Lo facevo tutti i giorni e tutti i giorni perciò cominciavano e si concludevano con una evidente incazzatura nei confronti del destino e del dna di famiglia.
Oggi è tutto diverso. La mia acconciatura non solo non mi fa più male, ma è una specie di propoli per il mio stato d’animo. Non so cos’è successo, so solo che adesso per me stempiato è bello. E mi sento perciò un personaggio risolto, come si dice di questi tempi.
In pratica, finalmente c’è un Uomo dentro di me: perché accettare la propria calvizie è un po’ come accettare la vita, questa specie di campo minato di sfighe che è l’esistenza.
E’ chi si deprimerà più per la panza? Chi si farà più venire un’ulcera per l’esistenza di Fabio Fazio?
Io non di sicuro. Perché quando diventi grande dirotti le tue paturnie all’aeroporto di Cleveland, le fai atterrare lì e prosegui sereno come se nulla fosse.
Ecco, vi avverto: da oggi posso fare il padre di famiglia, sono pronto a fecondare un ovulo con la certezza matematica che non sarò un genitore deleterio, uno di quelli che trasmette le sue insicurezze ai figli. Perché poi i figli se la vedono brutta quando cominciano a perdere i capelli.
Ma invece esistono ancora i trattamenti anticaduta e questo significa che ci sono ancora un sacco di padri deleteri in giro, di quelli che non hanno accettato la loro calvizie, di quelli che trasmettono le proprie insicurezze ai figli.
Vi dico che esistono ancora i trattamenti anticaduta perché lo so, perché ne ho incontrato uno qualche giorno fa: era sera tarda ed io mi trovavo su Retequattro insieme ad Al Pacino. Poi lui è andato a fare pipì e ha messo su la pubblicità di un trattamento anticaduta. Io ero già il nuovo Pseudonimo, quello che accetta la propria calvizie, per cui ho potuto osservarla con una diversa parte di attenzione. Quel tipo di attenzione non paralizzata dalla paranoia che ti permette di capire un sacco di cose che-non-ci-avevi-mai-pensato-prima; un sacco di cose che in realtà sono talmente banali e lampanti che non riesci a spiegarti come mai è successo che-non-ci-avevi-mai-pensato-prima.
In realtà questo sacco di cose banali e lampanti che ho capito sono solo due, ma a me sembrano un’arca di conoscenza.
Ecco le cose che ho capito, in elenco numerato e commentato:
1. Nel duemila e dodici i pubblicitari usano ancora il vecchio trucco delle immagini comparative prima/dopo.
E qui non ho nulla da aggiungere, anche perché sbraitare in forma scritta non è facile.
2. L’utilizzo di immagini comparative prima/dopo in uno spot di una lozione anticaduta, è un atto estremo di indifferenza nei confronti della temporalità sequenziale.
Nel senso: con una lozione anticaduta i capelli che hai non li perdi, ma non è che ti ricrescono. E perciò come si spiega il fatto che quell’alopecia androgenetica nella foto di sinistra dopo solo due settimane di trattamento si è trasformata in quella foresta pluviale nella foto di destra? L’unica è, fantascientificando, che tra gli effetti collaterali previsti nel bugiardino di questo favoloso prodotto ci sia la capacità dello stesso prodotto di farti tornare indietro nel tempo.
Pubblicitari che siete voi e chi non ve lo dice, ma com’è che non riuscite ancora a prendere per il culo il consumatore con un po’ di rispetto? Io non dico che dovete dirci la verità, che così poco c’azzecca col vostro mestiere, però magari ci avete mai pensato ad inventarvi delle cazzate light? Fesserie un po’ meno caloriche, tipo – per usare il vostro infingardo linguaggio – con l’ottanta per cento di surreale in meno?

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SE SOLO LUMUMBA FOSSE ANCORA VIVO

Io la domenica, quando ero piccolo, salivo sempre con piacere in macchina con mio padre, mia madre e mia sorella per andare a casa dei miei nonni; perché a casa dei miei nonni c’erano altri bambini che erano saliti con piacere in macchina con il loro padre, la loro madre e la loro sorella per andare a casa dei loro nonni; nonni che per qualche tecnologica questione erano gli stessi dei miei.
Eravamo una famiglia numerosa: circa ventiquattro elementi ufficiali come da albero genealogico e l’aggiunta di due invasori alieni che immaginavo fossero atterrati su Catania con un disco volante della Fiat. Era l’unica spiegazione che mi davo, dal momento che lo zio PeppeAntonio e la nonna Iole erano rispettivamente lo zio e la nonna di persone che non si erano mai fatte vive.
Ad ogni modo erano riusciti pure loro a procurarsi una funzione sociale, che nella fattispecie era quella di sbrodolare la loro ipersalivazione extraterrestre sulle guance dei minori di undici anni attualmente in commercio. Ci baciavano di continuo a noi “picciriddi”, sfruttando per tornaconto personale questa stupida cosa della tenerezza che fanno i bambini.
Secrezioni geriatriche a parte, ci divertivamo però io e i miei cugini a quei tempi. Di solito fino alle tre del pomeriggio lanciavamo dal balcone derrate alimentari dal peso specifico piuttosto rilevante ed era come assistere ad un’olimpiade di accelerazioni di gravità; altre volte più semplicemente bagnavamo della carta igienica per spiaccicarla sulle pareti, ma in ogni caso sempre e comunque fino alle tre del pomeriggio.
Fino alle tre del pomeriggio perché poco più tardi, ed esattamente alle tre e dodici bestemmie di mio nonno che se la prendeva con mio padre che aveva tirato la carta sbagliata e aveva dato così la briscola in mano a mio zio, i maschietti grandi e piccoli ci riunivamo tutti per andare al bar a sentire le partite. C’era il Catania Calcio: la maggior parte delle volte in serie C, qualche volta in B e un quarto di volta in serie A.
A me e ai miei cugini maschietti piaceva questa specie di usanza patriarcale: certo non avevamo ancora capito cosa ci trovavano i grandi nel sapore orribile del caffè, però al bar ci andavamo lo stesso volentieri.
E poi al bar c’era Lumumba, un abbonato al bancone con delle mani tozze, dei lineamenti facciali pressapoco ostili al design e un collo grosso quanto un tronco di baobab.
Ammiratore fondamentalista del Catania Calcio dal primo legame chimico di una certa rilevanza avvenuto nel suo organismo, aveva inventato il “risultato elastico”: tu gli chiedevi cosa sta facendo il Catania e lui ti rispondeva sta vincendo 1-1; e così veniva incontro alle sue esigenze religiose da un lato e all’oggettività della cronaca giornalistica dall’altro.
Erano anni di sudamericofilia, anni di giocatori brasiliani da acquistare a tutti i costi per fare prestigio, anni fraintesi dal presidente Angelo Massimino che andava a pescare rinforzi per la squadra sempre nelle favelas sbagliate. Pedrinho e Luvanor erano sì dei morti di fame certificati, ma nonostante le loro biografie strappalacrime, solitamente efficaci nell’assicurare un futuro calcistico di degno rispetto, non si allontanarono mai dal loro ruolo di scandalose pippe.
Tifare rossazzurro era perciò umiliante a quei tempi: ti faceva capire cosa si prova ad essere un giovane che è fan di Al Bano, mentre tutti gli altri giovani sono fan dei Duran Duran.
Oggi è tutto diverso. La gestione Pulvirenti ci ha regalato delle gioie fantascientifiche: un posto fisso in serie A, vittorie contro la Juventus e l’Inter, pareggi col Milan e la Roma, quattro a zero esterni in casa del Palermo con gol di Mascara da centrocampo. E poi quest’anno, quest’anno la zona Uefa che di sicuro arriverà.
Se solo Lumumba fosse ancora vivo tutto questo mi riempirebbe di gioia, ma invece così, così, i successi degli etnei mi sembrano solo una tragedia, una piccola tragedia silenziosa e ordinaria.

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QUELLI TI FREGANO COL TAKE AWAY, TE LO DICO IO CHE TI FREGANO

Alzi la mano a chi piace lavare i piatti in questa sala. Oppure a scelta, a chi piace lavare i piatti metta un dito qui. Oppure, ancora, a chi piace lavare i piatti veda di apporre una X alla voce a me piace lavare i piatti. Tanto lo so che in ogni caso lavare i piatti non piace a nessuno, indifferentemente dal metodo utilizzato per il sondaggio. E’ una cosa che non riesce proprio ad appassionarci, lo sporco più ostinato. Nemmeno col supporto psicologico del nuovo Nelsen nuova formula aceto e mele ci riusciamo.
Perciò non ci credete a chi vi dice stasera non mi va di cucinare: sta mentendo spudoratamente. In realtà non è che non gli va di cucinare, perché alla gente piace cucinare, piuttosto non gli va di lavare le pentole che sporcherà per cucinare e i piatti che voi sporcherete di conseguenza per mangiare quello che lui ha cucinato.
Del resto è comprensibile: lavare i piatti, oltre che essere una cosa piuttosto disgustosa – più o meno quanto un’autopsia – è pure una di quelle attività umane non egoriferibili.
Nel senso, ad un cuoco gli puoi dire che cucina bene e che è un uomo da sposare e così facendo gli fai un favore al carattere. Ma ad un lavatore di piatti non lo dici mai che è bravo a lavare i piatti e perciò: lavare i piatti non è gratificante, non fa autostima, non è egoriferibile.
Ecco il motivo per cui a nessuno piace lavare i piatti ed ecco il motivo per cui ha così tanto successo la consegna dei pasti a domicilio.
Gli esercenti lo sanno e se ne approfittano. Ci inondano le cassette della posta di volantini e se ne approfittano. Assumono disperati sottopagati per suonare i nostri campanelli e se ne approfittano. Strumentalizzano la nostra eccellente attitudine verso la fame e la nostra scarsa attitudine verso il lavaggio dei piatti e se ne approfittano. Gli esercenti se ne approfittano e basta.
Tipo ieri sera:

A: Prendiamo un cinese a domicilio?

B: Tesoro, apprezzo l’uso che fai delle figure retoriche – hai appena utilizzato una sineddoche – ma ti dico: stasera il cinese non mi va. Preferisco una pizza.

A: No, pizza no, l’ho mangiata a pranzo.

B: Cacchio, ogni volta che ti propongo una pizza mi dici sempre di no.

A: A me la pizza in realtà non è che mi piaccia poi molto.

B: Vabbò. Allora?

A: Ti va un kebab?

B: E vada per il kebab.

Insomma, prendiamo il volantino bollywoodiano apposito e gli facciamo una bella risonanza magnetica: sei quarti d’ora di indecisione gastronomica tipica occidentale. Alla fine optiamo entrambi per il piatto unico kebab con salsine varie, insalata e pane IN OMAGGIO. Componiamo uno 051 e nel giro di venti minuti uno sconosciuto abbastanza taciturno suona alla porta per sottrarmi quattordici euro dal portafoglio. Servizio celere, non c’è che dire.
Apriamo il box in alluminio come fosse un forziere di promesse gioie intestinali e subito ci guardiamo in faccia: i nostri occhi dicono chiaramente che in quello stesso momento tutti e due abbiamo le stesse scritte in sovrimpressione nel cervello.
Intanto del pane tanto graficamente millantato nel volantino bollywoodiano non c’è traccia. E poi ancora, la carne è triturata a tal punto che sembra passata attraverso un’odissea di succhi gastrici altrui per poi essere rivenduta a sovrapprezzo di mercato. Ma comunque non finisce qui. Demotivati, affondiamo la forchetta nella carne liofilizzata per scoprire un nuovo piacevole segreto e che cioè sotto il manzo a velo, si stende a perdita d’occhio una spessa coltre di patate fritte al sapore di truffa.

A: E chi le ha chieste le patate?

B: Tesoro, fanno volume e costano meno del kebab. Insomma, dai ci hanno inculato.

A: No, io mo’ a questi li richiamo.

La signorina A in realtà non aspettava altro. Da quanto ho potuto appurare osservandola attentamente, ha una vera e propria passione agonistica per i cazziatoni. Lamentarsi è in pratica il suo sport preferito. Io invece ultimamente preferisco il più meditativo golf.
Ma in ogni caso io e lei non passiamo una serata di quelle memorabili, pure perché su IrisMediaset fanno un film del cacchio con Jason Statham che non ci convince sotto il profilo narrativo.
Ci mettiamo a letto ed io chiudo le palpebre con l’immagine di me che sequestro un fattorino, di lei che lo lega allo stendibiancheria, di noi che lo liberiamo dalle nostre grinfie solo a digestione avvenuta.

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PER QUALE SQUADRA TIFI? PER LA JUVE

Questo è un articolo contro la Juventus, ve lo dico subito per non farvi perdere tempo. Perciò togliete pure la vostra pistola dalla fondina, armate il cane e togliete la sicura, ché tanto lo so che un buon ottanta per cento di voi vorrà vedermi morto dopo aver finito di leggere. Per questo indosso un giubbotto antiproiettile, sono mica scemo. Anche perché non posso permettermi di lasciare questo pianeta senza aver mai provato l’ebbrezza di gettare una cicca per terra in Guatemala e visto e considerato che non ho mai preso un volo per il Sudamerica, direi che è meglio rimandare il mio funerale.
Non so perché odio la Juventus. O forse sì. Sì che lo so e mo’ ve lo dico, dai: odio la Juventus perché quando avevo sei anni, una domenica, conobbi un certo Pierandrea e soprattutto perché lo stesso Pierandrea, quel giorno, decise che io sarei stato Juventino.
Eravamo in piazzetta sotto casa di una mia zia ricca e c’erano con noi tipo cinque o sei bambini un po’ più grandi e soprattuto più preistorici, visti e considerati i loro atteggiamenti da creature primordiali. Tanto per dirvi: mentre io e Pierandrea ci scambiavamo innocui pettegolezzi sull’Uomo Ragno e Batman, questi passavano il tempo a distruggere infrastrutture comunali facendo brillare qua e là esplosivi al plastico.
Ad un certo punto ci notarono, i simpaticoni, e fu così che li interessammo: si disposero minacciosamente in cerchio e ci domandarono a turno Per-quale-squadra-tifi.
Il primo a rispondere fu Pierandrea, che se ne uscì evidenziandomi con un indice traditore e accompagnando il tutto con un Lui-tifa-per-la-Juve.
Io non sapevo né cos’era il tifo, né cos’era la Juve e non volevo fare la figura di quello che non sa né cos’è il tifo né cos’è la Juve, e perciò al quesito di conferma Allora-è-vero-che-sei-Juventino? risposi di sì. E mi pestarono per bene.
I tipo cinque o sei bambini più grandi di me e soprattutto più preistorici erano interisti. Pierandrea lo sapeva, e per questo aveva fatto quello che aveva fatto; per salvarsi il didietro.
Fu così che scoprii il meraviglioso mondo dell’amicizia e soprattutto quello del pallone e fu così che cominciai ad informarmi su quest’ultimo. Nel giro di un anno fui in grado persino di capire com’è che funziona il fuorigioco e comunque, forse per rispetto ai miei ematomi, rimasi fedele alla squadra che Pierandrea aveva deciso per mandarmi all’ospedale.
Ricordo ancora le proverbiali difficoltà che incontravo nello scrivere correttamente “Forza Juve”. Ci provavo e riprovavo, ma niente. Negli anni ottanta la J lunga non ne voleva sapere di uscire dalla penna di un bambino. Provate a dare un’occhiata ai diari dei fanciulli dell’epoca, non ci credete. E’ un Forza Luve dappertutto.
Ad ogni modo fui un tifoso modello per tanti anni, poi acquistai un cervello in un mercatino dell’usato e decisi che da quel momento in poi il calcio l’avrei guardato e basta, senza istinti religiosi.
Oggi perciò, che ho piena coscienza dei miei propri mezzi psichici, voglio riprendermi il maltolto. Voglio restituire alla Juventus ciò che perdetti quella famosa domenica con Pierandrea: l’innocenza di un bambino di sei anni che si trova costretto a fare i conti con la vita vera troppo presto, e per di più per colpa di un vezzo di Giovanni Agnelli.
E allora vi dico: inutile che sia la favorita per lo scudetto, quest’anno la Juve, anzi, la Luve. La ritengo una delle formazioni più imbarazzanti degli ultimi trent’anni. Anche se tutti dicono che è da lodare perché sta puntando sui giovani e sugli italiani. Anzi vi dirò di più: a me i nomi dei giocatori della Luve mi fanno schifo.
Uno si chiama Giaccherini, un altro si chiama Chiellini, un altro ancora si chiama Matri, un altro ancora ancora si chiama Marchisio. Ma che cacchio di cognomi sono?
Sembra il registro dei dipendenti di un’azienda metalmeccanica del frusinate. Altro che squadra di calcio.

Nella foto sopra Alex Del Piero.

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NOI CHE RAZZA DI STOLTI NOI CON TUTTO IL MONDO DAVANTI A NOI

In questo pianeta esistono canzoni talmente spensierate che mentre le ascolti ti sembra impossibile l’esistenza della disoccupazione. Sei nella tua stanza, hai appena messo un disco dei Bee Gees e tutto esprime una tale energia e vitalità che pure i mobili morti di tuo nonno, rigorosamente in mogano, fanno i simpatici. Anzi a prestarci un attimo attenzione, pare quasi che l’armadio sculetti tra le note di “You should be dancing” e che così facendo voglia rassicurarti sul fatto che anche tu un conto in banca ce l’hai.
Com’è terapeutica certa musica quando a fine anno non puoi permetterti nemmeno di compilare un CUD. Com’è traumatico di conseguenza, il tasto off che spegne l’allegro e speranzoso decennio settanta.
Perché poi torna il silenzio e lo sai che quando torna il silenzio, ti si accende automaticamente in testa un frappè petulante di telegiornali misti. In pratica, una specie di vocina off che, col timbro vocale di Lucifero, si attiva e ti intasa il cervello di termini incancreniti come crisi economica, articolo 18, Mario Monti, Susanna Camusso, protesta dei precari e CGIL.
Il tutto per ricordarti che il mercato del lavoro somiglia sempre di più a quella piccola barchetta parcheggiata su uno scoglio inopportuno nei pressi dell’isola del Giglio. Insomma, Bee Gees nonostante, le cose non vanno bene per niente.
Uno stipendio non ce l’hai. Neanche oggi. E il futuro sembra sempre più quel barattolo di marmellata irraggiungibile che sta sopra il frigorifero in ogni cartone animato con un bambino protagonista.
Quel bambino sei tu. E forse proprio per questo non ti dai per vinto. Sei cocciuto e testardo come tutti i bambini e perciò apri il web e ti metti a sguazzare in quei siti di annunci lavorativi dai titoli rassicuranti tipo Jobrapido, con la rinnovata speranza che in meno di cinque minuti di microonde leggerai da qualche parte: Hey! Corri da noi che ti stiamo cercando.
Invece ne bastano tre di minuti per renderti drammaticamente conto che hai bisogno di un’eredità e di un dizionario d’inglese. La prima ti servirebbe per tirare a campare, il secondo a tradurre cose tipo queste: Junior Press office, Web analyst, Store manager, Copy senior, Project manager, Junior sales developement, Visual Merchandiser.
C’erano tempi in cui i lavori avevano dei nomi normali. Tempi nemmeno troppo lontani, anni in cui facevi il liceo, in cui tuo padre ti chiedeva cosa volevi fare da grande e in cui tu non ti saresti mai sognato di rispondergli con una supercazzola anglofona come quelle di sopra.
- Oh Giorgio, insomma, che aspirazioni hai? Ti sei fatto un’idea?
- Ohi Babbo, certo che sì, ho capito che il mio futuro è nel campo del Project managing.
- Nel campo dicché?
Mestieri nuovi che ci hanno rovinato le aspirazioni di una volta e che adesso ci costringono a sognare una brillante carriera nel campo delle supercazzole anglofone. Solo che noi trentenni, nel campo delle supercazzole angolofone partiamo assolutamente in svantaggio, noi.
Abbiamo studiato per fare delle cose che avevano un senso compiuto noi e non siamo stati in grado di sognare una carriera in un settore che non esisteva, noi.
Noi, che razza di stolti noi. Con tutto il mondo davanti a noi, ci siamo limitati a guardare quello dietro. Abbiamo osservato il futuro dal lunotto posteriore. Ed è normale perciò, se adesso ci viene la nausea.

Sopra un Firefighters flames inappropriate. Letteralmente un addetto all'estinzione di fiamme inopportune

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DJ SHOPPING, MUSICA PER LE TUE BUDELLA

Quando passi un brutto periodo può succederti di fare cose che da te non te le saresti mai aspettate. Immaginiamo che nella vita sei un duro, che per esempio nel tempo libero fai il camorrista e maltratti a ripetizione donne affascinate dai tipi pericolosi come te: ebbene, mio caro Bruce Willis ti avverto, se le cose non ti vanno bene da un po’ con la gente o il lavoro e sei un po’ giù di morale, sappi che un certo mattino ti sveglierai un po’ più femmineo del solito, con la voglia di scendere in centro a saccheggiare negozi d’abbigliamento.
Già, può capitare anche a te di trasformarti in una perversione letteraria di Sophie Kinsella e non puoi farci nulla. Stando a sentire Nicolò Copernico la terra gira attorno al sole e il genere umano cerca sempre più spesso una compensazione psicologica alle proprie vicende personali nello stupro seriale del proprio bancomat.
Posso confermare: in questi casi mi comporto esattamente come da manuale; non vedo l’ora di digitare il pin che mi servirà a soprapagare il lavoro sottopagato dei quindici cinesi che hanno prodotto questa giacca estremamente figa, a Taiwan.
Cacchio però, se mi sta bene.
Certe volte in camerino, sei fiero di te a tal punto che mentre fai le tue solite mossette davanti allo specchio, pensi che ad uno così elegante non potrà mai più succedere nulla di spiacevole. E’ benessere, non c’è dubbio; come non c’è dubbio che è benessere passeggero, perché ad un certo punto hai come la sensazione che dentro di te ci sia qualcosa che non va e ci metti un po’ a capire che quello che non va, in realtà, non è proprio dentro di te, ma piuttosto fuori di te. Dentro quel cacchio di negozio.
Così preso dalla tua appariscenza, non ti eri nemmeno accorto di un sacco di cose. Intanto che l’interior designer che ha progettato il punto vendita non ne capisce nulla di illuminotecnica (lo stanzillo dove sei ha un faretto spietato allo zenith in grado di evidenziare ogni minima imperfezione fisica, eventuale cellulite latente o varice a scomparsa); poi, che questa specie di cubicolo di prova dove ti stai cambiando sembra fatto apposta per non venire incontro alle esigenze di praticità del genere umano (c’è tutta una serie di barriere architettoniche che renderebbero la vita impossibile anche a superman); poi infine (e soprattutto), che una musica a volume stratosfera fa da colonna sonora ai tuoi spogliarelli da circa mezz’ora (rendendoli così ridicoli, che forse sarebbe stato più dignitoso vedere Pippo Franco perdere una mano a strip poker).
Ecco, quando realizzi tutto questo è troppo tardi: di solito c’è in soprafondo l’ultima schifofonìa di James Blunt e ti si fa assoluta la certezza che questo cantautore poco soddisfa le tue esigenze di autostima e che si abbina meglio con un malessere indistinto, quello dello stare al mondo.
Insomma, al giorno d’oggi la grande distribuzione ti impone non solo delle mode discutibili – l’ultima insopportabile, quella dei pantaloni che vanno a stringere dalla vita in giù fino ad asfissiarti le caviglie e renderti esteticamente imbecille – ma pure, che è peggio, l’assoluta agonia della “musica” contemporanea. Perché se ti capita James Blunt in un negozio, diciamo che sei quasi fortunato. Il più delle volte invece dagli altoparlanti esce la registrazione dal vivo di un rave party.
Ora, non è che io voglio la filodiffusione mentre mi provo una maglietta, anche perché se per caso mi parte il concerto per piano n.2 di Rachmaninov finisce che la commessa mi trova seduto a piangere su uno sgabello per la commozione, ma capirete che svolgere dei movimenti abituali in perfetta sobrietà con della techno trance in sottofondo è qualcosa di estremamente innaturale, che ti mette a soqquadro l’apparato digerente.
E allora penso che debbo assolutamente procurarmi delle pasticche allucinogene se voglio sopravvivere alla prossima commessa truccata male, all’illuminazione cinica del punto vendita in franchising, alle barriere architettoniche dei camerini che ti fanno sentire un diversamente handicappato e soprattutto alle atmosfere angoscianti della prossima collezione musicale autunno/inverno.

Nella foto sopra, una discoteca innaturale.

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TOTO’ DI NATALE CHE SFIGA TOTO’ DI NATALE

Non è perché si avvicina il 25 dicembre che adesso mi sperticherò in dichiarazioni d’amore nei confronti di Totò Di Natale. Nel senso, non ci tengo a sostenere quel tipo di comicità che punta tutto sui giochi di parole.

Piuttosto è che mi sono reso conto stanotte – dopo aver sognato cose brutte e non esser più riuscito a dormire – che l’attaccante dell’Udinese ha avuto poco dalla vita, specie rispetto a quanto ha seminato; e non mi è parsa cosa giusta questa.

Non mi è mai parsa cosa giusta questa.

Non mi è mai parsa cosa giusta la fatica a prescindere, pensate un po’ quando non serve a nulla o al massimo a farti vincere la classifica cannonieri del campionato italiano per due stagioni di fila e passare lo stesso inosservato.

Totò Di Natale l’ha fatto: ha segnato 29 gol nella stagione 2009/2010 e 28 gol nella scorsa, ed Enrico Varriale non se l’è filato di pezza comunque. Anzi, se ne avesse avuto facoltà, se non ci fosse stata la certezza matematica che la matematica non è un’opinione, gli avrebbe tolto pure questa soddisfazione.

Il Milan è campione d’Italia con 84 punti; si vabbè, la classifica cannonieri la vince Totò di Natale, ma piuttosto grandissimo Ibrahimovic, grandissimo Ibrahimovic, grandissimo Ibrahimovic”.

Sarà il cognome che ispira poco i giornalisti sportivi, chissà; in ogni caso dovete ammetterlo: la luce si spegne nei loro occhi quando scorre nella loro lingua il nome del prolifico e sfigato attaccante dell’Udinese.

Totò Di Natale, che sfiga Totò Di Natale, giocare al calcio nello stesso periodo storico in cui Domenica Sprint è condotta da certa gente.

Quella che si troverebbe disoccupata se il pubblico non fosse così stupido da ostinarsi a seguire il nostro campionato, nonostante l’esistenza di quella cosa meravigliosa che è la Liga spagnola.

Totò Di Natale, che sfiga Totò Di Natale, giocare al calcio nello stesso periodo storico in cui la Serie A italiana si dimostra così modesta e noiosa.

Come la nazionale del resto, che ha vinto un mondiale per una botta enorme di deretano e ne ha perso un altro perché ogni tanto funziona anche la giustizia divina; e in entrambi i casi facendo schifo.

Totò Di Natale, che sfiga Totò Di Natale, giocare al calcio nello stesso periodo storico in cui la nazionale di calcio italiana ha le magliette stinte.

Che poi c’era gente come Cannavaro a farti da capitano mentre tu eri in panchina e ti lasciavano sgambare gli ultimi scampoli di partita.

Totò Di Natale, che sfiga Totò Di Natale, giocare al calcio nello stesso periodo storico in cui i capitani si tolgono le sopracciglia al centro estetico.

Totò Di Natale, forse ti rifarai nella prossima vita calcistica, ti reincarnerai in un trequartista raffinato col cognome emozionante e vincerai il campionato con Holly e Benji.

Ma intanto Totò Di Natale, ti faccio omaggio qui, io, l’unico che ti apprezza davvero, di un mazzo di rose che sembrano parole romantiche e ti illudono che qualcuno nel mondo ti vuole bene come meritavi tu.

Totò Di Natale, sappi Totò Di Natale, che quando gioco a Pro Evolution Soccer con la Playstation 3 ti scelgo sempre e non ti metto mai in panchina e tu mi ricambi con quello che puoi, visto che io col joypad non me la cavo poi così bene e al massimo vinco una partita su quattro.

Totò Di Natale, che sfiga Totò Di Natale, giocare a calcio nello stesso periodo storico in cui certa gente come me gioca alla Playstation.

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