Dormire in un ostello in giro per il mondo non è un gesto logistico che faccio abitualmente. Non ho mai nutrito una grande vocazione per la corrente filosofica dell’ostellismo: perché questa si fonda e regge le sue sacre istituzioni sul fatto di trovare il prossimo vagamente interessante. Come se nella vita fosse facile incontrare qualcuno in grado di sostenere una conversazione.
Non so voi, ma io sono un selezionatore abbastanza scrupoloso di vite umane con cui parlare di stronzate. Anche perché c’è un sacco di gente in giro che fa discorsi seri e perciò non è che ora mi posso mettere a fare amicizia in maniera indifferenziata col rischio di beccarmi un pippone sull’arte concettuale, o magari un monologo sul mutuo a tasso variabile.
E poi non sopporto ‘sta cosa dei luoghi preposti alla socializzazione: ovvio che in una grotta dolomitica può essere più difficile trovare qualcuno con cui parlare di quanto ti sta antipatico Enrico Brignano, ma è altrettanto vero che a me personalmente non pare il caso di farmi influenzare da fattori come la latitudine, il ciclo delle effemeridi, l’umidità relativa e la temperatura, quando voglio farmi degli amici. E soprattutto non mi pare il caso di farmi influenzare dalla categoria catastale del caseggiato in cui mi trovo: che io sia in un monastero tibetano, nella sede ufficiale della Proctor & Gamble, nello scantinato di un serial killer, o in un ostello della gioventù, se non mi va di parlare, non mi va.
L’ostellista tipo, invece, ragiona diversamente: prenota un letto in un dormitorio misto con la stessa aspettativa di chi si iscrive ad un corso di tango al termine di una relazione amorosa, o di chi varca la soglia di un’agenzia matrimoniale perché di relazioni amorose nella sua vita ha solo sentito parlare nei film. Conosciamo gente, si dice.
Questo per generalizzare, perché è vero che ci sono pure altre tipologie di ostellisti. Più che altro varianti un po’ più complesse. Per esempio ci sono gli ostellisti-comunisti, quelli per dire che non si capisce se sono più ostellisti o più comunisti; se l’ostello è il loro luogo d’elezione per questioni di Peace and Love o per motivazioni igieniche della serie: l’albergo è un luogo molto meno batterico rispetto alle mie pretese virali e perciò scelgo l’ostello.
Una complicazione filosofica che non è qui però il caso di snocciolare. Piuttosto, passiamo a me: sappiate che, nonostante queste mie premesse un po’ naziste, ci sono finito pure io in ostello e tutto sommato devo dire che non è stata un’esperienza inutile.
Se non altro ho scoperto come si dorme dentro una canzone di Prince. Attività che, tanto per capirci, è del tutto simile al verniciare di fucsia un traliccio dell’alta tensione, di quelli che vedi quando prendi l’autostrada, per poi scendere dallo stesso traliccio, dirigerti verso il più vicino parco giochi e con lo stesso pennello dare una prima mano ad un autoscontro in movimento.
Perchè forse non lo sapevate, ma esiste una legge chimica secondo la quale, accanto ad ogni ostello, avvengono dei legami molecolari di tipo covalente che provocano la nascita e la crescita di club discotecari ad alto tasso di stronzaggine. Di quelli che tutta la notte con i tunz-tunz danno il loro bel da fare ai sismografi della zona e alle tue fasi del sonno. Per cui succede che, mentre Prince se ne sta bello seduto sulla sua poltrona rivestita in cocaina acquisendo per l’ennesima volta i diritti d’autore, tu sogni di riverniciare di fucsia tralicci dell’alta tensione e autoscontro in movimento.
E’ inutile, dovete ammetterlo che ho ragione: l’ostellismo è la filosofia della socializzazione coatta. Perché se per esempio tu vuoi startene in disparte a fare l’essere umano e a rispettare il fatto che ad una certa ora il tuo corpo percepisce stanchezza, quelli trovano il modo di fartelo pesare frequentando il tunz party nel disco club accanto, dimenando il bacino fino alle prime luci dell’alba e tornando in camera belli sbronzi a gridare in una babele di lingue differenti il fatto che sono diventati amici mentre tu tentavi di dormire.


