FOOD AND THE CITY

Mica si capisce perché tutta sta gente si incontra fuori per cena. Nei locali. Ah, i locali!
Che ci sia un profondo desiderio di sentirsi cool in questa irresistibile tentazione di omaggiare col proprio stipendio il prossimo truffatore della ristorazione? O forse più semplicemente, viviamo in monoloculi in centro talmente piccoli che non ci viene nemmeno voglia di aprire l’impermeabile bianco da esibizionista per mostrare agli amici il nostro nuovo salotto? Che poi si sa, per far bella figura bisogna lucidare pure i candelabri, prima che suoni il citofono. Capisco: passar l’aspirapolvere può essere un’attività incredibilmente malinconica (specie se lo stereo suona i radiofonici successi del momento) e lavare i piatti accumulati negli ultimi tre giorni può trasportarci diretti nelle migliori frustrazioni accumulate negli ultimi tre anni, ma credo che entrambe le pratiche siano un accettabilissimo prezzo da pagare se l’alternativa è ordinare al cameriere di turno dei guazzetti all’acqua pazza con capretto d’agnello in salsa di ceci laccati di timo e pagarli con una banconota di grosso taglio. Attenzione alle etichette, non quelle del vino doc da pasteggio o da meditazione da accompagnare al vostro piatto fighetto, ma quelle a barre che mi state appiccicando addosso per scansionarmi alla cassa come imperterrito taccagno. Vi assicuro che non è un problema di soldi. Ci sto pure a sborsare un tracollo economico a pietanza per avere una vita sociale, a patto che qualcuno mi faccia sapere cosa sto mangiando e che nessuno si permetta di prendermi per un imbecille. Perché questo è quello che fanno, i neointellettuali del gusto, preparatori di inganni prelibati, spacciatori di oro fritto nello strutto, che nelle loro cucine a vista improvvisano endecasillabi e sonetti di cottura, iperboli gastronomiche e prese per i fornelli.
Continuo il prelievo dall’haute couisine con sarcastica voluttà:
“Dialogo di spigola e branzino con riduzione di clementine”, anche se da tempo immemore si dice muto come un pesce. Ancora: “Orologio di salumi con croissant al sale d’arancia” e per finire “Veli di cipolla cotti sotto la cenere con radicchio tardivo grigliato in fumetto di scamorza”.
E’ ormai evidente: la tecnologia culinaria sta facendo passi da gigante. Nel campo della letteratura. E’ evidente, il genere umano sta facendo passi avanti nel campo dei passi indietro.
Un tempo, quando il cuoco si chiamava cuoco il pane si chiamava pane, il vino si chiamava vino e, pure se vi può sembrare strano, il risotto al tartufo si chiamava risotto al tartufo. Succedeva così perché soprattutto noi eravamo diversi. Più semplici, badavamo al dunque, mica al poiché. Mio zio ad esempio, uomo di vecchio e giusto stampo, non avrebbe esitato a procurarsi una pistola da giustiziere semantico se al posto delle lasagne avesse trovato sul menù “un velo di pasta d’angelo con rugiada di vitello sfumata in simposio platonico di pomodoro e uovo”. Lui mangiava per necessità e per piacere, noi per abbinare il cibo al nostro tailleur Gucci. E’ il lifestyle neoliberista. Che ci vogliamo fà.
Del resto, mica sto dicendo nulla di nuovo. Già nel 1991, un romanzo come American Psyco di Bret Easton Ellis, raccontando le vicende di uno yuppie ossessionato dagli abiti firmati e dal cibo patinato, affrontava la questione. Ma che era ormai troppo tardi per farci capire di essere stolti, lo si poteva immaginare visto che gli anni ottanta erano già belli che andati. A vent’anni di distanza infatti, non è cambiato nulla: tra i piedi abbiamo sempre la stessa esacerbata e postmodernissima dialettica tra essere e apparire, quella stessa che ci conduce dritti dal nostro demiurgo di fiducia per rifarci il seno o sollevarci gli zigomi e dal nostro chef per nutrirci di paroliberiste culinarie d’autore. Non è cambiato nulla, o forse la situazione è peggiorata, se è vero che oggi a trionfare è il protocollo Sex and the city. Un modello sociale che celebra come virtù proprio quello stile di vita, ormai non più puro fenomeno a stelle e strisce, che Ellis denunciava come scandalo ignorante della coscienza. Ragion per cui, se il dado è sempre più tratto, perché me la prendo tanto? Forse perché, a dirla tutta, io la physique du role per fare lo yuppie mica ce l’ho.

Sopra, un Australia di carne ricorperta di polvere d'oro con capelli d'angelo croccanti e natura di Dio in effluvi di stelle limonati.

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One thought on “FOOD AND THE CITY

  1. Mi fa sentire meno sola questo articolo. Ho sempre giustificato i miei pensieri a riguardo come quelli di un’eretica dei fornelli.

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