Da che mondo e mondo, le mamme dei nostri periodi storici hanno da sempre detenuto il monopolio del dipartimento tessile della realtà.
Una forma di potere nefasta che ha rovinato indifferenziatamente la vita a migliaia di salotti e la prima infanzia ad altrettanti pargoletti di proprietà, erroneamente inclusi nella lista di cose da decorare male coi tessuti del mercato.
Personalmente, realizzai per la prima volta che il copridivano a fiori s’interrompeva con un pavimento marmorizzato per poi ricominciare magicamente sulla mia camicetta, mentre la radio passava Everything counts dei Depeche Mode e mia madre la lucidatrice in corridoio.
Da quel momento in poi, provai più volte a fare leva sulle differenti qualità chimiche che mi distinguevano dal mobilio:
Mammina, niente…volevo solo informarti che nella mia struttura chimica non è presente alcun ottetto di Cadmio. Te lo dico perché, sai, mi piacerebbe ogni tanto vestirmi da materiale biologico. Ma mica te lo dico per male. E’ che sento il peso di una missione sociale diversa da quella di una poltrona angolare. E poi, poi mi piacerebbe tanto che, da Aiazzone, la gente riconoscesse velocemente la mia natura antropomorfa, senza alcun bisogno di analisi più approfondite. Tipo pizzicotti.
Forse articolavo troppo le argomentazioni, non so. In ogni caso, niente da fare: tappezzeria senza limiti molecolari.
Per questo, quando all’asilo fui costretto ad indossare i residuati altrettanto tessili del fascismo, non ebbi nulla in contrario. Accolsi di buon grado piuttosto, dopo anni di perversioni ornamentali subite, il minimalismo e l’austerità di una divisa.
Niente più bacche selvatiche o foreste intricate di rododendri, né fantasie damascate o ricami patchwork di guerre puniche a delimitare la mia eventuale personalità. Piuttosto, un grembiulino azzurro per distinguerla dalla personalità floreale di una chaise longue.
Mi guadagnai così l’accesso ufficiale al regno dell’organico: con la coercizione scolastica e la sua necessità di organizzare il Kaos della materia. Fin troppo meticolosa, più meticolosa del previsto, meticolosissima, la scuola faceva distinzione pure tra gli antropomorfi maschietti e gli antropomorfi femminucce. Ed ecco i grembiulini rosa.
Per cui: non solo divani da una parte ed io e Salvatore Bucolo dall’altra, ma anche e soprattutto Napoli Stefania ed Annalisa Li Volsi da un’altra parte ancora.
Col tempo capii che mi è stato conveniente imparare ad essere esteticamente difforme ad un complemento d’arredo. Ma col tempo capii pure che mi è stato più conveniente ancora imparare ad essere esteticamente conforme ad una tipologia di ominidi.
In un mondo che ti somministra fricchettoni ed hipster, metallari e coatti, comunisti e fascisti, alfisti e porschisti, juventini e romanisti, buddisti e cristiani, vegani e carnivori, pacifisti e guerrafondai, borghesi e neoproletari, tennisti e calciatori, femministi e maschilisti, tramezzinisti e paninari, ognuno con la loro rigorosa divisa, non puoi mica permetterti di fare l’individuo generico.
Piuttosto, è meglio imparare il prima possibile le regole del pret-à-portèt.
E perciò fortuna che ci ha pensato la maestra Alongi, tanti anni fa, ad introdurmi il meraviglioso mondo della moda. Questo strato dell’atmosfera dove ad ogni stoffa corrisponde una diverso punto di vista. Cominci a cinque anni con un grembiulino azzurro, e ti ritrovi un martedì sera di vent’anni dopo in una serata punk.
Eccola qua dunque la vera missione pedagogica dell’apparato didattico. Imporci il valore simbolico del vestiario per insegnarci a suddividerci autonomamente in gruppi di stile e di corrispondente pensiero sempre più variegati.
La storia? La geografia? La matematica? Tutte attività di copertura: i soldi veri si fanno a lungo termine con la vendita al dettaglio delle uniformi e il corrispondente smercio di ideologie cui ogni abito fa da rappresentanza.
Frazionare la gente è da sempre il segreto – poi per la verità manco tanto segreto – del potere. I pacchetti di idee e le nuove collezioni autunno-inverno si riproducono per partenogenesi studiate a tavolino dal governo. Pare una cosa lampante, non credete?
Massì, il famoso principio del “Dividi et impera”. Perché mica ci limitiamo a pensarla diversamente l’uno dall’altro, o ad acchittarci in modo da sembrare differenti tipologie di coglioni, noi. No, noi ci scanniamo pure nel frattempo. Il mio look è più giusto del tuo e la Sinistra è mejo della Destra.
E così, mentre noi siamo occupati ad azzuffarci in ridicole battaglie politiche per rivoluzionare il sistema con le nostre forme avanzate di grembiulini o, in alternativa, per sabotarlo tutti insieme alla serata punk del prossimo martedì, il sistema piuttosto si consolida. Evitare tutto questo sarebbe facile, se si esclude il piccolo inconveniente che, ahimè, siamo esseri umani. Creature fisiologicamente inadeguate a capire che non ci sono vestiti definitivamente fighi nella cabina armadio dell’umanità.
Nel senso che, in un posto dove tutte le idee sono nostri personali fraintendimenti, dove la trovi un’ideologia che non sia una sòla?
Insomma, è chiaro che nessuno c’ha capito un cacchio dell’esistenza e, nonostante questo, guarda un po’ te, ognuno ha ancora la presunzione di dichiarare all’anagrafe le congetture condivise dal suo gruppo come verità assolute: conoscete per caso creatura vivente che non interpreta in modo religioso il punto di vista che ha fatto proprio?
Rispondo io per voi: no. E la cosa figa è che, a partire da questo, decide cosa comprare da H&M e poi di conseguenza, con chi scannarsi.
Vai a spiegare ad un essere umano che, a prescindere dalla catena d’abbigliamento, il multiverso delle casacche offre solo varianti sartoriali di vecchie uniformi da Gestapo. In che senso?
Nel senso che, se è vero che ogni divisa sponsorizza una dottrina e se è altrettanto vero che sponsorizzare una dottrina significa rinnegare tutte le altre ad essa non conformi, allora siamo tutti nazisti.
Tutti nazisti siamo noi. Ma ora questa cosa ad un comunista gliela spiegate voi però, perché io non ci penso minimamente.