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TOTO’ DI NATALE CHE SFIGA TOTO’ DI NATALE

Non è perché si avvicina il 25 dicembre che adesso mi sperticherò in dichiarazioni d’amore nei confronti di Totò Di Natale. Nel senso, non ci tengo a sostenere quel tipo di comicità che punta tutto sui giochi di parole.

Piuttosto è che mi sono reso conto stanotte – dopo aver sognato cose brutte e non esser più riuscito a dormire – che l’attaccante dell’Udinese ha avuto poco dalla vita, specie rispetto a quanto ha seminato; e non mi è parsa cosa giusta questa.

Non mi è mai parsa cosa giusta questa.

Non mi è mai parsa cosa giusta la fatica a prescindere, pensate un po’ quando non serve a nulla o al massimo a farti vincere la classifica cannonieri del campionato italiano per due stagioni di fila e passare lo stesso inosservato.

Totò Di Natale l’ha fatto: ha segnato 29 gol nella stagione 2009/2010 e 28 gol nella scorsa, ed Enrico Varriale non se l’è filato di pezza comunque. Anzi, se ne avesse avuto facoltà, se non ci fosse stata la certezza matematica che la matematica non è un’opinione, gli avrebbe tolto pure questa soddisfazione.

Il Milan è campione d’Italia con 84 punti; si vabbè, la classifica cannonieri la vince Totò di Natale, ma piuttosto grandissimo Ibrahimovic, grandissimo Ibrahimovic, grandissimo Ibrahimovic”.

Sarà il cognome che ispira poco i giornalisti sportivi, chissà; in ogni caso dovete ammetterlo: la luce si spegne nei loro occhi quando scorre nella loro lingua il nome del prolifico e sfigato attaccante dell’Udinese.

Totò Di Natale, che sfiga Totò Di Natale, giocare al calcio nello stesso periodo storico in cui Domenica Sprint è condotta da certa gente.

Quella che si troverebbe disoccupata se il pubblico non fosse così stupido da ostinarsi a seguire il nostro campionato, nonostante l’esistenza di quella cosa meravigliosa che è la Liga spagnola.

Totò Di Natale, che sfiga Totò Di Natale, giocare al calcio nello stesso periodo storico in cui la Serie A italiana si dimostra così modesta e noiosa.

Come la nazionale del resto, che ha vinto un mondiale per una botta enorme di deretano e ne ha perso un altro perché ogni tanto funziona anche la giustizia divina; e in entrambi i casi facendo schifo.

Totò Di Natale, che sfiga Totò Di Natale, giocare al calcio nello stesso periodo storico in cui la nazionale di calcio italiana ha le magliette stinte.

Che poi c’era gente come Cannavaro a farti da capitano mentre tu eri in panchina e ti lasciavano sgambare gli ultimi scampoli di partita.

Totò Di Natale, che sfiga Totò Di Natale, giocare al calcio nello stesso periodo storico in cui i capitani si tolgono le sopracciglia al centro estetico.

Totò Di Natale, forse ti rifarai nella prossima vita calcistica, ti reincarnerai in un trequartista raffinato col cognome emozionante e vincerai il campionato con Holly e Benji.

Ma intanto Totò Di Natale, ti faccio omaggio qui, io, l’unico che ti apprezza davvero, di un mazzo di rose che sembrano parole romantiche e ti illudono che qualcuno nel mondo ti vuole bene come meritavi tu.

Totò Di Natale, sappi Totò Di Natale, che quando gioco a Pro Evolution Soccer con la Playstation 3 ti scelgo sempre e non ti metto mai in panchina e tu mi ricambi con quello che puoi, visto che io col joypad non me la cavo poi così bene e al massimo vinco una partita su quattro.

Totò Di Natale, che sfiga Totò Di Natale, giocare a calcio nello stesso periodo storico in cui certa gente come me gioca alla Playstation.

MEZZOGIORNO DI QUOQUE

Ignoranza grammaticale ai fornelli.

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RIPRODURSI NON BASTA, BISOGNA PURE LECCARSI I BEATLES

Raccolgo e disperdo nell’ambiente interventi inadeguati del sottoscritto, partoriti nel bel mezzo di conversazioni umane di svariata qualità e negligenza intellettuale.

- La gente inorridisce se dei preti stuprano minorati e minorenni e non si accorge che c’è qualcosa di ben più immorale in giro: Ricucci che tromba con svariate modelle, per esempio.

- Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna. Dietro una grande donna, c’è sempre un grande amico gay.

- Se non ti piacciono le mie battute sei un fan di Brignano, o perlomeno potresti esserlo.

- Le donne che ammettono tranquillamente di amare le gang bang si contano sulla punta delle dita delle donne che si masturbano sognando una gang bang.

- Il massimo del politically scorrect: “Mi dispiace non posso venire a letto con te, sono fidanzato”.

- Ho regalato un libro di ricette ad un barbone. Aveva un cartello con su scritto “Ho fame”.

- Trovo difficoltoso masturbarmi nel cesso se nel corridoio i miei genitori parlano di canone Rai.

- Voi uomini, si, pure quelli che state leggendo, siete la miglior dimostrazione del fatto che vostra moglie è potenzialmente innamorata di me.

- Ho provato a cagare con l’Ave Maria in sottofondo. E’ stato come cagare con l’Ave Maria in sottofondo. Epico. Solo, non ho ancora capito se si dice cagare o cacare.

- Tutti si ricordano del fatto che D’Annunzio si facesse i pompini da solo, perché fino a quel momento credevano di essere gli unici.

- Una mia amica si è rifatta le tette perché quelle vecchie non si intonavano con il suv di chi se la scopava.

- Quanto costerà al barile un vestito Roberto Cavalli?

- Noleggio videocassette porno per far capire alla commessa che non sono uno di quelli che sguazza nei siti web osceni.

- Sono favorevole allo stupro, ma non permetterei mai ad una donna di portare da sola le buste della spesa.

- L’abito non fa il monaco. Il trucco fa il trans, almeno a Torpignattara.

- Giovanni Allevi è un fotomontaggio.

- Sei vuoi posso stuprarti, però prima devi farmi un pompino.

- Guarda se mi fai questo favore sono disposto a tutto, pure a leccartela, cara Belèn.

 

SE LUI SI GRATTA LE PALLE, IO VOGLIO RASPARMI LE OVAIE

Arrivo tardi all’appuntamento con la mandibola equina di Sarah Jessica Ciuchino Parker.
Alla confortevole età di 31 anni e 99 centesimi vedo il mio primo e ultimo spezzone di “Sex and the City”.
Poco male, visto e considerato che non ho ancora letto Les Miserables di Victor Hugo, I Fratelli Karamazov di Dostoevskij e l’Ulysses di James Joyce.
Ciononostante parlerò oggi della fiction più Louis Vuitton d’America: con ammissibile anacronismo sì, perché mi piace così.
Ne godo sempre, a trattar le cose in differita. E’ una roba che faccio spesso. Quasi un’abitudine fisiologica, come la piscia.
Non si spiega altrimenti la mia cattiva inclinazione verso quel tipo particolare di inattualità che non è ancora vintage e che non è più, salvo casi eccezionali, argomento di conversazione.
Passa il trend, la gente dimentica tutto e io sento il bisogno di andare a frugare in soffitta.
Torno giù in sala da pranzo con una decente quantità di oggetti culturali logorati dalle tarme, masticati dai vecchi lepidotteri della critica. Due chili e mezzo di inutilizzabile bolo archeologico insomma, una poco commestibile materia per l’opinione.
Ma chi se ne frega, adesso parliamo lo stesso di “Sex and The Sborra”.
Cosa starà facendo in questo momento Sarah Purosangue Parker? In quale catena di lussuoso abbigliamento starà espletando il suo stereotipo di donna manager?
Per la Manhattan! Speriamo almeno che abbia la decenza di non acquistare Roberto Cavalli.
Insomma, mentre lei se la spassa, spendendo i soldi della quarta puntata della prima serie (pensate un po’ quanti gliene rimangono ancora) io continuo imperterrito a fare battute poco raffinate sulla sua equina mascella, come tradizione vuole. Nonostante la consapevolezza che arguzie di tal fatta siano ormai entrate nel meraviglioso regno del banale d’autore.
Mi sto quasi sul cazzo da solo mentre persevero con un tale umorismo low cost, ho tutte le ragioni per farlo: non posso accettare di essere spiritoso come un passeggero del 409 barrato.
Fare battute sulla mascella della protagonista di “Sex and the Minchia” è un po’ come continuare la lunga tradizione di freddure sulla Fiat Duna. E’ arrivato il momento di dire basta, e soprattutto è arrivato il momento di far dire questo basta ad un giudice della Corte Costituzionale. Così, davvero, nessuno oserà più.
E dopo questo container di incisi, utili a sviare l’attenzione dalla mia palese mancanza di argomenti, passiamo agli argomenti. Passiamo a “Sex and the Fregna”.
Uno spezzone di sei minuti può bastare o per pontificare in merito ho bisogno pure della licenza media? Dipende dallo spezzone. Ad ogni modo io vi racconto quello da cui parto per elucubrare, poi me ne fotto e vado avanti.
In un taxi quattro donne, dalla modesta caratura estetica e lussuosamente abbigliate, parlano di cazzi in culo. Ecco tutto.
E se parlo così volgare è perché non voglio esser da meno delle protagoniste della serie, delle quali tra l’altro cito sopra testuali parole.
Attestazioni limpide queste, che le fighette marcate Prada di “Sex and the Zinne” hanno perfettamente introiettato il maschilismo gretto dei meccanici, i loro poster retrogradi di Moana Pozzi, la loro concezione primitiva del corporale e dunque del sesso.
Un modo intelligente insomma, per dimostrare quante licenze sessuali ha conquistato il gentil sesso nel corso della storia.
Sono andate talmente avanti, le donnine, che adesso possono permettersi il lusso di parlar d’amore come Bruno, l’elettrauto più trucido di Tor Bella Monaca.
Certo, è tutto molto suggestivo: chi l’avrebbe mai detto cinquant’anni fa che le femministe avrebbero potuto un giorno concedersi il lusso di fare le maschiliste?
Beh, a dirla tutta, c’era da aspettarselo. Del resto, i movimenti per la liberazione sessuale dagli anni settanta in poi, sono cresciuti e si sono moltiplicati a partire da un equivoco metodologico di fondo: quello secondo cui, per raggiungere la parità e sconfiggere i dislivelli culturali di genere, bisognava omologarsi alla fenomenologia di mascolina tradizione. Emancipare sì dunque la sessualità, ma a colpi di chiavi inglesi e cacciaviti presi in prestito dall’officina dei valori arcaici contro cui sino a quel momento si era strenuamente combattuto.
Errore, errore, errore.
Il femminismo se lo è così messo nel culo da solo. Declinandosi al virile, ha fallito. Si è trasformato nel suo stupro ideologico, quanto la donna nel suo stupratore.
E Candace Bushnell, mano furba e lesta del romanzo “Sex and the Sgnacchera” che ha dato il via alla serie e all’overdose di puttanate che si sono sentite in merito, tutto questo lo sapeva per bene. E soprattutto, lo faceva meglio, aggiungendo al già certificato machismo lessicale e attanziale delle protagoniste, una massiccia dose di yuppismo: quel mito della scalata sociale verso il potere, da sempre metafora di un’erezione.
Cazzo dritto mi ci ficco: nasce così il Carrie-rismo. Arrivismo mantecato, ancora una volta, in velluto di donna con l’invidia del pene.
Prova ulteriore che la mia tesi, se non è oro colato, non è nemmeno improvvisato cazzeggio. Si può essere d’accordo o meno. Ma questo è un altro discorso.
Un ultimo punto resta da chiarire: come mai nell’era delle avanguardie sessuali, di fotopornoscambisti da vivisezione, di adoratori di verruche e feticisti di emorroidi, il corporale, senza alcuna distinzione di genere, continua a produrre un evidente ed incontestabile effetto comico?
La risposta sembra essere alla portata di tutti: basta pensare alle risate che suscita una scureggia per ammettere che maschi e femmine, onanisti gay o preti pentasessuali, luciferini sadomaso del sandalo e ingroppatori di palle da bowling, siamo tutti soggetti ad una percezione del corpo non ancora liberata, a tutt’oggi schiava dei nostri reconditi tabù.
E dunque, non è sufficiente ammettere che i reggiseni di piazza devono ancora farne di strada e di cenere. Qui bisogna dire che forse, un po’ tutti, a prescindere dalle gonadi in dotazione, abbiamo sopravvalutato la nostra emancipazione.

 

Sopra, un cavallo somiglia terribilmente a un cavallo.

“E’ tutta una questione di dominio, se te lo mette nel culo, ci sarà uno squilibrio di potere”.

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A QUESTO PUNTO RIVALUTO LA FISICA QUANTISTICA

Una domanda da quattro punti su una specie di Trivial Pursuit del cinema, ieri sera. Mi si chiedeva chi, tra gli imbecilli di Hollywood fosse stato eletto per ben quattro volte Mister Universo. Titubai.
Un piccolo indizio mi rivelò che tra i pretendenti al trono di bello intergalattico c’era Arnold Schwarznegger. Il 38° stupratore della California.
Mi buttai a caso sul superdiversamente abile Schwarzy allo scadere della clessidra. Un tentativo disperato di azzeccare. E accadde.

Sorpassai i miei rivali azzeccando il domandone. Ciononostante non riuscivo ancora a capacitarmi di come un ciuffo da ragioniere sfigato, una corporatura da freak circense e dei tratti fisionomici stercocaucasici potessero costituire il canone della bellezza interplanetaria, la sua regola aurea. Se Arnold insomma era l’anabolizzata matematica dell’universo fatta handicap, veniva da chiedersi senza timidezze: “Ma in che cazzo di universo viviamo?”

E allora rivedo volentieri la teoria dei quanti, le azzardate ipotesi dei multiversi ipotetici e me ne sto fermo qui nell’attesa di un passaggio intergalattico, leggendo la guida di Douglas Adams.

 

I giudici lo votarono perché l'alternativa era Lou Ferrigno, ovvero Fabrizio Frizzi ricampionato da DJ Steroidi.

Eccolo Lou, fotografato in un momento di intimità dalla ex moglie Rita Dalla Chiesa.

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CINISMO IN PRESTITO

Prendo in prestito il cinismo di un mio fidato collega di lavoro per esporlo al pubblico godimento. La battuta che leggerete sulla didascalia pertanto, solo apparentemente è mia. In realtà è una preziosa cattiveria di un certo Alessandro Di Mario.

Se la boutade vi garba, andate da lui a manifestare il vostro apprezzamento (accetta bancomat, carte di credito e pompini). Se invece non è di vostro gradimento, prendetevela pure con me. Accetto commenti offensivi, cacofonie, gavettoni di merda, servizi del Tg4 e componimenti poetici.

Praticamente il sogno di ogni studente che si realizza.

E adesso una piccola meditazione tutta mia, che al Di Mario di cui sopra nulla deve.

Sappiamo tutti che il lessico è il riflesso delle tradizioni culturali di un popolo.
I modi di dire o gli stilemi  scritti e orali che appartengono ad una determinata identità geografica cioè, da sempre sono l’espressione più diretta del pensiero collettivo sedimentatosi in una nazione.

E fin qui, nulla di nuovo.
Ora: rileggiamo il titolo del sovraesposto articolo di cronaca.

“Professoressa di religione muore in classe davanti agli studenti

Si noti l’espressione “davanti a”, utilizzata spontaneamente dal cronista per evidenziare il dato culturalmente più rilevante dell’accaduto (che poi è l’unico motivo per cui ha scritto il pezzo). E cioè che la povera Prof. sia (perdonate il plebeo gioco di parole) deceduta dal vivo, davanti ai suoi studenti. Prestiamo adesso attenzione ad un caso fondamentalmente analogo in cui si suole  utilizzare tale espressione.                                                                                                                                                                                                                                    “Porca troia. Ho scureggiato davanti a Chiara”.

Quel davanti a è qui chiaramente formula principe dell’imbarazzo. Testimonia la vergogna fisiologica determinata dall’involontaria rottura di un patto sociale.
Nella fattispecie, quello che ci vieta di scureggiare in presenza d’altri; in linea generale, quello che ci impone di nascondere il più possibile ciò che la nostra cultura di riferimento interpreta come tabù.

E allora, se tiriamo le somme convinti dell’assoluta analogia  tra questi due casi, non possiamo fare a meno di appurare che per la nostra tradizione italica scuregge e morte sono più o meno la stessa cosa: due facce dello stesso tabù, o due tabù della stessa faccia.

Ergo: Se vivete in Italia cercate di morire da soli, evitate di farlo davanti agli altri. Per cortesia.

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TOGLIETE PURE IL POSTER DI JUSTIN TIMBERLAKE, DA OGGI C’E’ L’UOMO SENZA LINGUA.

A UN ANNO DI DISTANZA DA UN ANNO FA, IL RITORNO DELL’UOMO SENZA LINGUA CHE PARLA.

 

Sarebbe stato più miracoloso un cunnilingus, ma va bene comunque.

E ADESSO IN ANTEPRIMA, IL VIDEO DELLE SUE MIRABOLANTI IMPRESE LESSICALI.

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E ADESSO NULLA

ZERO.

Ci andai al funerale. Anche se non lo conoscevo bene. Il turismo necrofilo è meglio di quello sessuale. Dispensa più soddisfazioni intellettuali una parentela allargata che finge di piangere che una stangona ungherese che finge di gemere. Il motivo è semplice: quando hai un nudo erotico in camera da letto, non hai tempo da dedicare alla filosofia morale né allo studio del tragicomico.
La stangona ungherese ondeggia e non immagina nemmeno che per qualche istante, da buon virtuoso occidentale, mediti pure di strangolarla. Lei parla l’euro e non legge nelle psicopatologie quotidiane. I parenti piangevano al funerale perché ci si attacca alla vita, come pure alle prostitute dell’Est. Ma c’era, come in ogni festa funebre una spinta irrefrenabile a stirare le ganasce, a lasciarle andare in una lunga risata intelligente. E non era catarsi, era allegria.
Massimo era un morto di trentotto anni con la forfora e la laurea in economia, caduto per colpa di uno svincolo di tangenziale. Un cadavere medio, insomma. Troppo moderatamente poetico. Avrebbe potuto chiamarsi Mario Rossi. Sì, è vero, lasciava moglie e due figli, ma per il resto non aveva fatto nulla di straordinario per raggiungere l’aldilà. Non aveva meno di vent’anni, non era caduto da una rampa di scale, non era stato fucilato in missione di pace estera, non era stato inghiottito dalle acque per salvare un bambino che annegava, non era stato trucidato da un sicario della camorra.
Aveva insomma deluso tutte le aspettative: della morte lirica, di quella ridicola, di quella eroica, di quella etica, di quella epica. E si ritrovava ora accanto al Commercialista Lucchini, in quel regno di lacrime sul 740 versato. Nulla a che vedere dunque con quel bambino undicenne dei giornali: molestato prima, sequestrato dopo, strangolato dopo ancora e stuprato infine.
La celebrità ha il suo prezzo da pagare, mica è gratis.
Non c’era paragone, evidentemente. In ventimila al funerale del bimbo, in ventotto qui, estraneo incluso, il sottoscritto. Nel frattempo una delle dodici zie aveva un terrificante taglio di capelli. Girava voce che fosse il suo prediletto nipotino, lo dicevano gli altri per creare un po’ di pathos.
Era visibile a tutti che quello non era un funerale straziante. Ci si stava annoiando.
La zia era una meritata zitellona di cinquantotto anni che aveva speso la sua vita a fingere di voler bene da sola. Non si può, lo sanno tutti. L’amore platonico, quel modo plebeo e dunque sublime di chiamare il desiderio irrealizzabile, è più stupido di una pisciata controvento. Brutta a vedersi sotto un qualunque taglio di luce, ne ero sicuro, aveva dentro di sé pure una tale quantità di orrori da riempirci di soprammobili quattro o cinque salotti.
Sarà stata pure la vita a peggiorarla, non lo metto in dubbio. Ma questa è, spero sarete d’accordo, la storia di tutti. Pensateci un attimo, voi sparuti scettici: tiriamo avanti dal primo giorno in poi solo per trasformarci in esseri peggiori. Potete negarlo?
Se fossi stato negli Stati Uniti, sarei passato alle tartine. Ma qui non si mangiava. E forse, per una buona volta, sarebbe meglio copiarli, questi americani.
La gente sfilava a bordo salma, quasi fosse l’anfiteatro Flavio. E il tempo non passava mai. Poi a un certo punto la platonica, al singhiozzare molesto della sorella del cadavere, desistette dalla posa austera e mi regalò uno dei pezzi più comici di tutte le vostre vite.
Si avvicinò quatta alla rivale di strazio e sganciò un climax di battute che distrusse di nuovo Nagasaki e ricordò a tutti, non si sa mai, cos’è il ridicolo.

Part one – Piano: “Perché fai cosi…”

Part two – Forte: “Anch’io sto soffrendo…”

Part three – Fortissimo: “Però mi so conteneeeeere!!!”

Il dolore è un pasticcio di risate al forno.
Un’ ora dopo, in bagno, mi chiedevo più forte perché rimanere. E come ero finito lì. Ve lo racconto. Avevo bazzicato anni addietro un appartamento ove vigeva l’usanza di pagare un canone di affitto sproporzionato allo spazio vitale. Ci ero finito pure io in quel buco, spinto dalla necessità di separarmi da quella che mi portavo a letto in un altro appartamento.
Non ne potevo più di rincasare tardi la notte, vedere la Champions League con gli amici, non lavare i piatti e il bucato, frequentare una spogliarellista sudamericana ed essere ancora amato. A volte le donne aiutano ad uscire il retrogrado che è in te.
Tanto più che ascoltava Vasco Rossi, questa spasmodica, dovetti mollarla e permetterle di trovare un maschilista migliore.
E così avevo fatto, di tutto punto, dicendole che non ero pronto a stare con una casalinga precoce. Mi ritrovai così, in un appartamento in centro, quello di prima. Che dividevo con due camorristi e una donna che poteva permettersi di ignorare tutte le promesse fatte da un reggiseno a balconcino. Lei non ne aveva bisogno. E io non potevo fare a meno, per questo, di attribuirle ogni possibile virtù morale e intellettiva. L’amore che provavo nei confronti delle sue mammelle, lo distribuivo e lo spalmavo su tutto il suo corpo, spalettandolo qua e là pure sulla sua anima sensibile. Gli ormoni ingannano e ti costringono talvolta pure a noleggiare una commedia di Veronesi. Si chiamava Sara, e questo vi importa meno di sapere se me la portai a letto.
Era un periodo buono per le speranze, quello. Credevo ancora nel futuro, contrattavo con gli eventi per cercare di estorcere loro qualcosa di simile ad un’esperienza, non credevo agli orgasmi malinconici. E comunque con Sara non ci andai a letto nemmeno una volta. E mica perché c’aveva un fidanzato. Era perché piuttosto, quegli le regalava già quotidianamente, tutto il pacchetto di gratificazioni psicologiche che servono per sopportare la debolezza delle ovaie.
Era un uomo perfetto, sembrava quasi un abbonamento a Sky.
Il cadavere di sopra era dunque qualcuno legato a questo consueto intreccio deformato di vite metropolitane. E visto che ancora non vi ho mostrato il completo pedigree vi racconto che Massimo era il fidanzato di Laura, assidua frequentatrice di pomeriggi inutili nel nostro tinello. Adesso una perfetta sconosciuta. Si erano mollati, diceva lei, perché lui non l’amava abbastanza ed era egoista. Io le avevo spiegato che lo siamo tutti, solo lo dimostriamo in maniera diversa.
Nella fattispecie, lui col trascurarla, lei con l’amarlo alla follia.
Anche qui non è merito di nessuno: le decisioni ragazzi, mica le prende il cuore come vi dice Moccia, e neppure l’uccello come vi dice Luttazzi o quello che gli scrive le battute.
Le decisioni le pigliano le paranoie. Le insuperabili questioni del passato, che ci portiamo dietro, mica ce le possiamo dimenticare come uno spazzolino da denti.
C’era solo Sara, al funerale. E io che non volevo più trombarmela come prima perché adesso era single. Certo, non mi dispiaceva portarmela a spasso, anche se vederla con una maglietta addosso continuava a sembrarmi un’ignobile ingiustizia.
Quando uscii dal bagno lei stava in balcone, a fumare e a guardare il mare. E a pensare erroneamente che i gabbiani sono poetici. Era chiaro che non era mai passata per una discarica. Misi su la colonna sonora di Taxi Driver per recitarmi meglio e perché nonostante tutto ogni tanto la vita riusciva ad essere tremolante come i pomeriggi estivi d’infanzia. Ero stranamente commosso, mentre mi avvicinavo a lei. Intanto Massimo, senza fretta, continuava a decomporsi.
Lo sapevo che non era il momento adatto per un approccio, e poi sono sempre stato un galantuofobo. Per questo lasciai suonare Bernard Hermann, senza dire una parola.
L’estate tremula la interruppe lei. Mica io. Venne ad abbracciarmi per fortuna senza piangere. Aveva singhiozzato tutto prima, durante i lacrimevoli di benvenuto coi parenti. Se non fosse stato per le tette, sarebbe stato insopportabile. Perché mica stava abbracciando me. Stava abbracciando se stessa di cinque anni prima che abbracciava il suo ex ormai lontano che abbracciava a sua volta l’amico Massimo che abbracciava a sua volta la platonica che lo adorava. Io in tutto quel grumo inceppato di sentimenti in fallimento, non c’entravo nulla.
So solo che mi ruppe l’estate tremula, anche perché la posizione interpersonale che mi aveva imposto adesso mi obbligava ad osservare la scena riflessa nei latenti vetri anodizzati della veranda. E quello che vidi non era mica così bello, perché oltre ad essere stupido, lì sembravo più grasso di almeno 30 chili. I gabbiani svolazzavano, il cielo era saturo d’azzurro, il mare photoshoppato era calmo e piatto, l’estate tremula tornava piano piano mentre mi rendevo conto di un principio di erezione che camuffai con gloria, simulando necessità diverse. Tipo quella di convincerla a guardare avanti, cercare un futuro in cui credere. Roba da ridere a crepapelle. Adesso, peccato, cominciava a piangere.
C’era da aspettarselo: in quanto stupida non avrebbe potuto fare a meno della poesia in questo momento. Lasciava cadere le lacrime dall’ottavo piano con malinconia classica, erano le sue, emozioni forti e dimostrazioni troppo facili di un’intensa vita interiore.
Fui costretto a rompere le righe. La disperazione doveva godersi la disperazione e forse era meglio che io li lasciassi soli tutti quei deficienti. I panni sporchi si lasciano sporchi in famiglia. Passai dritto su ogni divano commosso, filavo, sembravo Richard Ashcroft nel clip di Bittersweet Simphony. Solo, a differenza dell’artista, non avevo la sifilide in quel momento. Mi aspettavo un inseguimento poetico a quel punto. E invece le tette di Sara non sobbalzavano dietro il mio passo eroico e maledetto. Pigiai il piano terra di un ascensore ancora vivo dai lontani anni settanta.
Evidentemente la manutenzione di ‘sta roba funziona. Bisogna allertarle le aziende, sennò mica è capitalismo, è baratto.

ZEROZERO.

La vita si abbassa la domenica sera, somiglia alla disperata flemma di un anziano, che ve lo spiego a fare. Si suppone che abbiate letto almeno una volta “Il sabato del villaggio” di Leopardi. Coerentemente, indossavo una divisa della rassegnazione in flanella. Un pigiama a rombi, normalmente umiliante. La rassegnazione della domenica sera è assolutamente diversa da quella del venerdì. Anche per chi, come me, crede che la speranza sia un concetto sopravvalutato.
Non si può sognare ancora, al massimo si può giocare alla Playstation. Visto che andare al cinema, dormire sotto le coperte, avere degli amici, viaggiare a tempo determinato, procurarsi da mangiare al supermercato non sono mica cose vere.
E così detto, rispondo all’ottimista generico che mi consiglia di assaporare ogni piccolo istante della mia vita. Il pessimista invece è ancora in agguato e pronto ad asserire che non è colpa mia se non sono euforico:

- “Siamo nati in un periodo storico terrificante” – mi dice.

Non conosce la storia e ignora pure la ricorrenza retorica della sua figura, nell’arco dei secoli. I pessimisti del sedicesimo secolo dicevano le stesse cose.

- “Siamo nati in un periodo storico terrificante” –

Un modo per attribuire alla cultura dominante le colpe della nostra insufficienza.
Non è così: il nostro abisso comune non è mica cambiato. Adesso ha solo nuovi mezzi per manifestarsi. Pure l’orrore, cari signori, ha la sua tecnologia.
Pensato questo, avevo trovato l’intelligenza giusta per andare a troie. E invece stava per raggiungermi a casa una specie di fidanzata, perché poi è da un mese che ci frequentiamo io e Sara, pensavo di avervelo detto. Guardavo ancora la tv e annoiato pensavo quanto mi sarebbe stato difficile essere un personaggio dello spettacolo. Potete immaginare cosa può significare incontrare a cena dalle due alle sei volte a settimana Simona Ventura? E magari capitare nello stesso tavolo con Pau dei Negrita?
E’ quasi meglio condividere le sordide atmosfere condominiali con i miei vicini Rosa e Olindo e i loro set di coltelli. Perché alla fine, me ne sono pentito. Ho restituito il maltolto.
Sabotare il telemarketing di due anziani psicopatici è un po’ come deludere le aspettative di un bambino che aspetta i regali di Babbo Natale. Entrambi si illudono che fare degli affari sia roba di questo mondo. Preso lo scatolo qualche giorno dopo il mio discreto atto vandalico, lo ricucii con del nastro adesivo. Sembrava che lo stupro non fosse mai avvenuto.
Olindo, pur fuori linea logica com’era, aveva tuttavia delle abitudini da maniaco che lo avvicinavano alla normalità. Una di queste era controllare la sua buchetta delle lettere per vedere se lui e la sua consorte esistevano veramente. Lo faceva tutti i giorni intorno alle 11.00 del mattino. Per questo, li abbandonai sul ciglio della loro posta, orfane lamiere. Ma stava per venire Sara, mica l’avevo dimenticato. Frettolosa, non mi lasciava nemmeno lo spazio di un capitolo per capire se della mia vita c’era qualcosa di meglio da raccontare. Già, in questa città enorme non succede poi molto, perché le vite delle persone in fondo cercano sempre il modo migliore per essere banali. Prendi Sara, non le basta vedermi a comando per dare un senso al suo ciclo mestruale, lei ha già bisogno di annoiarsi con me. Vuole da subito una monotonia di coppia, degli orari ricorrenti per fare insieme cose ricorrenti. Fa più vittime della morte, l’amore romantico.
Avevo gli argomenti insomma, per muovermi, andare via. Ma dovevo fare in fretta. Dovevo lasciarla lì Sara, sola ad aspettare il passaggio fortuito o forzato di una nuova beneficienza di sentimenti. E non lo facevo per il suo bene. Quella sera preferivo solo portarmi a letto qualcuno che ha già accettato da tempo il fatto che l’empatia non esiste. Una escort insomma.
Il web serve a procurarti con facilità gli indirizzi per simili piaceri e poi a farti capire che secoli di scienza di comunicazione non sono serviti a nulla perché i messaggi, quelli del coito a pagamento, parlano ancora una lingua essenziale, primitiva, pregrammaticale.
L’annuncio della tettona Atlhea, suggestiva top class, vip escort, flik flak, ne era l’ennesima dimostrazione. Era un condominio antipatico, il suo, lo si capiva già dall’elegante cartello che trovai affisso ai lati del portone d’accesso. Placcato in oro, intimava al volantinatore extracomunitario di tornare a rompere le palle ai semafori. Pubblicità giustamente non gradita ai condomini di un certo livello, che per loro fare acquisti è cosa volgare. E ci mandano il factotum nei centri commerciali, a comprare gli assorbenti della vita. Dentro, c’era la vetrinetta del portierato. Ordinata, pulita, regale ma vuota.
E’ uno di quei posti che sarebbe meglio trovarci sempre qualcuno dentro il gabbiotto del portiere, per non pensare che sia arrivato il Natale e tutti sono a cena insieme.
L’ipotesi sentimentale di un ventiquattro dicembre continuò su per le scale fino all’ascensore, ben nutrita da nessun incontro condominiale. Solo Althea non festeggiava, evidentemente. L’avevo vista in foto e seppur scelta con fretta, Photoshop mi aveva assicurato sul fatto che avesse un gran culo. Era giusto che si facesse pagare.
Non sopporto le top girl che si concedono senza dazi doganali. E’ una dichiarazione di umiltà che non concepisco quella di abbassarsi le mutande con la sola motivazione di passare dei momenti insieme. La bellezza è una condanna di ultra umanità, e quando sei bello non puoi permetterti di comportarti come se non lo fossi, soprattutto se vuoi continuare al esserlo. Se tu, donna meravigliosa, vai a letto con qualcuno che è più brutto di te con volontà spontanea, degradi lo splendore, lo trasformi in una malattia di cui sei affetta. Lo rendi un inconveniente capitato alla tua commovente caducità.
Un corpo perfetto sotto ogni criterio, può essere di dominio pubblico solo previa ricompensa. Il soldo è lo scalino che serve a colmare la distanza tra il plebeo e l’aristocrazia delle tette. Quarto piano, l’ascensore fa uno scatto.
L’ingresso era ampio e lei mi sorrideva, e subito mi suonò goffo il cellulare sulla giacca e dovetti abbandonarla con un cenno. Era Sara al telefono.
Avrei dovuto staccare la chiamata e poi spegnere il telefono. La situazione per la discreta Althea, poteva essere imbarazzante, non si sa mai.
E invece non risposi e aspettai che la tremenda suoneria s’interrompesse d’un fiato. Contare gli squilli quando stai con una donna fa sempre comodo, sono inversamente proporzionali alla difficoltà di togliersela dai piedi. I trilli si dipanavano lungo il mio sorriso vero e quello della meretrice che invece recitava la circostanza imprevista. Rimanemmo immobili l’uno di fronte all’altra per quasi un minuto. L’atmosfera ci somigliava. Ci avrei messo un mese a convincere Sara che il mio numero di telefono le avrebbe fatto comodo più come giocata al lotto su tutte le ruote.
La casa della mia escort era arredata come uno studio notarile. C’erano più indizi di austerità lì che in un’intervista a Dino Zoff.
E’ ormai finita l’era delle prostitute tropicali: dimentichiamo pure le loro stanze azzardate di azzurro e arancio, le madonne esagerate sui comodini, i segni della loro vita precaria, dell’accomodamento a breve termine, dell’allegria nonostante tutto.
Le prostitute di oggi hanno una vita interiore asciutta e lineare, non hanno più bisogno dei colori e delle madonne perché non credono alla disperazione. Le atmosfere patetiche del degrado, fortuna per me che sono un amante dell’antiretorica, non le avrei trovate in quella casa neanche nel cestino dell’immondizia. La cosa più evidente dei quaranta minuti e passa che trascorsi dal notaio in guepierre fu il momento in cui, tagliatomi assolutamente fuori dalla mia peristalsi inguinale, percorsi la vecchia stanza da letto dei miei, una domenica mattina. La radio in bagno era accesa e mandava Michelle dei Beatles. Il lettone da matrimonio era vuoto e le coperte mosse. Mi ci tuffavo e cominciavo a sentire gli odori della sicurezza, mentre il mondo mi aspettava fuori. Mi sotterravo con le coperte e avevo cinque anni e quella era l’ultima vita erotica che ricordavo volentieri. Avevo pagato duecento euro ad Althea e ne era valsa la pena, era riuscita a distrarmi dalle cose.

Althea

NIRVANA D’OCCIDENTE

1.

Tornai dalla mia vacanza solitaria di domenica pomeriggio. Non appena atterrato un Nokia Tune mi avvertì che di sera qualcuno dava una festa. Un occasione per me, tra un bicchiere di vodkapolarlimonello e l’altro, di vantarmi del fatto che avevo valicato da solo le frontiere nazionali.

Ricevuto da:
Marta
+393288390345

Seratina autogestita!
Marco inaugura il suo
Loft!! Ore 22

Che fai vieni? :)

Mi sembrò quasi romantico ricevere un messaggio, contenuto modaiolo ed emoticon naif nonostante. Forse perché quei giorni di social network, multitasking, conversazioni in tempo reale e chiamate voip avevano ormai per sempre declinato l’aura sentimentale dell’sms giunto a destinazione. Una roba che accadeva sempre meno frequentemente e sempre più per mano di un algido algoritmo da compagnia telefonica. Come questo.

Ricevuto da:
Wind +393208473600

Ti ho cercato alle
ore 17.44
del 22/10/2009.

Decisi di andarci alla seratina. Solo perché avevo qualcosa da raccontare.
Meglio: la possibilità di sbobinare gli ultimi giorni vissuti in terra estera con un auditorium si prefigurava come la circostanza perfetta per riuscire a capire come interpretavo il mio malvissuto e quanto ero in grado di fingere istrionicamente di stare bene con me stesso.
Mi aveva invitato Marta: una cerebrolesa tanganaturaldurante che gradiva le mie pillole di morboso nichilismo solo perché non riusciva a distinguerle dalle volgarità internazionali del suo istruttore di fitness. Nulla di cui stupirsi, dal momento che sentirla parlare significava ascoltare simili perle di proletaria saggezza:

- “Secondo me Sarah Jessica Parker ha una bellezza molto particolare”-

- “Le ho consigliato una bomboniera in cristallo perché il cristallo si sa, fa sempre il suo effetto”-

Perché continuava a cercarmi?
Un’analisi rapida di perversioni sociali largamente diffuse mi aveva chiarito le idee al riguardo: Marta apparteneva palesemente a quel particolare zoccolo duro di compagnetti di scuola che continuano a frequentarti coattamente fino ad incontinenza inoltrata.
La casualità alfanumerica che ingabbia gli individui X nella medesima sezione Y dello stesso liceo Z, viene ancora interpretata da taluni elementi del genere umano come un patto di sangue più sacro di ogni cambiale a tasso variabile negoziata con Mefistofele.
Si era trasferita a Roma due anni prima di me e non aveva smesso di telefonarmi almeno una volta a settimana per sapere come stavo-che facevo e per raccontarmi i meritatissimi atti di violenza verbale che subiva dal suo ragazzo. Un attoruncolo di fiction locale alto un metro e novanta che soleva passare i week-end a sfogliare cataloghi di escort in Repubblica Ceca. Lei lo chiamava il mio compagno. Perché superati i ventotto si dice così: è un salto lessicale obbligato, paragonabile a quello culturale che si fa quando si passa dal Cioè a Vanity Fair.

- “Perché faccio la creativa, capisci? Tu non puoi darmi regole su quello che devo inventare”.

Diceva anche questo l’imbecille. Adesso che, dopo anni di sabbatico post-laurea, si era finalmente decisa a lavorare per poter dire a tutti quanto è ingiusta la legge sul precariato. Si occupava di: impaginare brutalmente i cataloghi di un discount d’arredamento, scontornare prodotti surgelati per inserirli in un volantino di offerte Auchan ed eliminare in Photoshop la cellulite a buccia d’arancia da modelle di periferia. Ometteva però, con cura e dovizia ellittica, che l’agenzia la pagava in “io vedo un futuro qua dentro per te”, più buoni pasto per Mcbacon dal lunedì al venerdì. Ciononostante le volevo bene. Ma non chiedetemi perché.

2.

Tornando a noi e a quello che mi attendeva quella sera: avevo ormai imparato pavlovianamente il significato dell’espressione serata autogestita e alla luce di ciò sapevo bene che dietro quella perifrasi si nascondevano abitudini sessiste e di sinistra. Contemporaneamente. Sessiste perché sottintendevano una divisione di compiti da società paleopatriarcale: gli uomini portano da bere, le donne preparano da mangiare.
Di sinistra perché, e lo sapevano tutti, si beveva male e si mangiava peggio: coerentemente con la logica di negazione dell’agio propria del CheGuevaresimo Maoista. Dove c’è comodità non c’è Komunista. Perché l’uomo di sinistra con la K di okkupazione ha il vizio culturale di percepire il comfort come barriera architettonica.

Biglietteria Trenitalia/Atto unico

Komunista: Salve, un biglietto Roma-Catania per venerdì pomeriggio.

Impiegato FS: C’è il treno 1076 delle ore 18.15. Viene 35 euro con prenotazione posto in carrozza lebbrosi. Sennò aspetta, fammi dare un’occhiata…Ah, ecco..offerta Prestige: treno 1345 delle 20.20…prenotazione letto in prima classe, poltrone idromassaggio, champagne e la possibilità di tenere Carla Bruni al guinzaglio. Costa uguale.

Komunista: Va bene il primo.

Si finiva così per passare la serata: ad assaporare controvoglia pietanze etniche in base curry preparate con l’ignoranza occidentale di ogni Salto in padella Findus, e ad ingurgitare in rigorosi bicchieri di plastica liquidi all’etanolo rimestati in uno scantinato di Frosinone. Maleducato a puntino da tali barbariche fenomenologie di massa non potei esimermi da un salto in uno dei tanti bengalesi che avevano ingravidato la mia periferia di generi alimentari disordinati e costosissimi. Passeggiando maledettamente sul lato chic di Torpignattara, quello tutto pusher e settantacinquenni al bar, ne vidi uno in lontananza.
Non c’era insegna luminosa alcuna a segnalarmelo, come sempre del resto. Perché i bengalesi non usano tubi al neon per rendersi topograficamente riconoscibili, ma un mazzo di bifolchi dalla nazionalità trasversale che si urlano in faccia robe incomprensibili.
E io mi chiedo regolarmente: saranno pretestuose avances che anticipano imminenti baruffe alcoliche, o questa folla multietnica sta solo scambiandosi pacifiche comunicazioni di servizio in lingua autarchica? Ogni volta che li guardo sputarsi in faccia, gonfiare giugulari e ricorrere alla mimica di un gangsta di Harlem mi piace interpretare il tutto come il segno della veemenza necessaria ad attutire inevitabili incomprensioni di lessico transnazionale. E allora sogno conversazioni da ascensore mentre in tenuta da pitbull l’uno si scaglia contro l’altro.

- “Certo è che questo tempo….ieri pioveva, oggi fa il sole”-

- “Si infatti, ero uscito con ombrello e sciarpa di lana oggi e invece…ma tu guarda un po’”.-

Nel frattempo manca solo un coltello o il collo di una Peroni da 66 per delineare l’estetica classica della guerriglia urbana.
Ma continuo a divagare.
Dicevo: passeggiando maledettamente sul lato chic di Torpignattara, quello tutto pusher e settantacinquenni al bar, ne vidi uno in lontananza.
Avvicinandomi sempre più alle movenze delicate di questi difficili esempi di umanità, cominciai a percepire i classici enfisemi polmonari propri della lingua arabeggiante e le lallazioni tipiche del nostro rom di fiducia[1]. Tirai dritto come se nulla fosse, poi scansai gli equivoci ed entrai nel bazar: due minuti buoni di contemplazione e i caotici scaffali di alternative rivelarono ai miei occhi un prodotto geniale. Era un rum. El Ron Bacéro, per la precisione. Un tarocco ibrido e deforme, risultato di una gang bang che vedeva coinvolti nell’ordine: una bottiglia di Bacardi bianco, una di Havana 7, un’altra ancora di Pampero. Logo, onomastica, stile del packaging testimoniavano a mio favore.
Per accompagnarlo all’esofago, nessun succo di pera della Puertosol. Neanche sotto tortura. Volevo evitarmi a tutti costi un prevedibile show di sciroccati caucasici in visibilio tropicale per la parola Chupito. Tutto qui. E allora Cola sia, pensai, ma non Coca.

Ma solo perché mi toccava compiacere l’etica pneumatica degli ultratrentenni avventori della mia seratina autogestita: una folla di ambientalisti e anticapitalisti di maniera che andava in bicicletta, adorava la raccolta differenziata, malediceva Scajola e che nel frattempo sintetizzava idrocarburi Armani e Miss Sixty nel proprio guardaroba di rappresentanza.

Ne ero sicuro: se avessi varcato la soglia del loft col bottiglione da due litri di frizzantume neoliberista, mi avrebbero appeso ad un filo teso sopra il baratro di una piscina. Pronti a colpirmi con una torta esotica in faccia per farmi divorare retoricamente da uno squalo sofista in attesa in acqua.

- Meglio quella che guarda verso La Mecca – mi dissi –

Avevo letto su Wikipedia che il fondatore della Coca d’oriente, devolveva parte del fatturato alla giusta causa palestinese. Avrei fatto un figurone con i miei amici Komunisti, se solo lo avessero saputo. Potevo dunque sperare solo nell’effetto trend dei caratteri arabi presenti nell’etichetta, solletico per un basso ventre intellettualoide in attesa di nuovi orgasmi etnici.
Selezionato l’eventuale altro prodotto attesi il resto alla cassa, mentre il nipotino del gestore armeggiava ai miei piedi. Sotto lo sguardo ammirato del suo futuro antenato e della mamma, il piccolo aveva deciso di utilizzare il pavimento come tagliere, riducendo in poligoni irregolari un blocco di mortadella poco prima recuperato dal banco frigo che adesso fungeva da spuntino batteriologico. Una scena barbara e neorealista, ma non meno di tante altre occidentalissime.

3.

Alla porta di casa di Marco mi accolse Marco: un etero trentenne con una parrucca in testa. Bionda, lunga, goliardica e tempestosa. Indossava pure un paio di superflui Ray Ban, mentre io stavo ancora lì a chiedermi perché avevo la costante sensazione in presenza di folle divertite e/o divertenti che da un momento all’altro la radio potesse suonare la hit del momento: Loosing my religion dei Rem.
E invece no, erano passati vent’anni e adesso lo stereo batteva un indistinto trip-hop.
Il mio sorrisino di circostanza fu inutile perché il padrone di casa nemmeno mi aspettava. Anzi, per essere più precisi non aspettava nessuno. Aveva solo un estremo bisogno di sentirsi un po’ Andy Warhol e un po’ Jimi Hendrix, con quella gente intorno, l’odore intonso di un hashish timido e qualche striscia di coca qua e là che alzava i toni della dissoluzione e alimentava la stupida vanagloria della massa. Come l’ultimo film di Gus Van Sant in loop sull’lcd d’ordinanza in salotto. Tutta roba che regalava illusioni di dignità a quella ciurma disperata e inconsapevole. Incontrai subito una donna dai capelli rosso protone. O meglio fu lei ad incontrare me, dal momento che mi venne incontro quasi volesse strapparmi l’uccello dai pantaloni per darlo a mangiare ad Eva, il suo Golden Retriver che stava fuori parcheggiato in giardino.

E invece mi baciò come una bolla di sapone, stupendomi per lascivia e delicatezza. Poi portò via dalle mie mani il beveraggio.
Si chiamava Roberta. Finalmente vidi Marta, che non si alzò nemmeno dal divano in cui era accasciata limitandosi ad un gioioso ed eccessivamente euforico cenno di saluto col braccio. Forse per farmi capire che in quel momento la sua priorità era farsi abbassare le mutande dal moraccione grande e grosso che le stava accanto. Realizzai in un attimo che il suo compagno era rimasto a Praga a scopare con Urina, un’accompagnatrice ucraina poco più che ventenne dal nome imbarazzante. Eccome se ve ne eravate accorti. Mi bastarono poi un altro paio di occhiate per capire: il moraccione grande e grosso era uno di quelli che si toglieva da solo le sopracciglia, quelle di troppo. Perlomeno rispetto al modello di uomo tratteggiato nei manga erotici giapponesi che suo fratello leggeva nel cesso per procurarsi, manco a dirlo, gli stupori mistici dei primi orgasmi. Nel frattempo la rossa era tornata da me, servendomi in plastica un liquido rigorosamente caldo. Cominciò a torcersi le membra e ad arricciarsi i capelli, mentre mi raccontava del suo lavoro in un ufficio stampa di un partito politico stragista. Mi guardava come una neoporno ad un’audizione o come una webcam girl affetta da una grave forma di patetico sex appeal. Una roba così, se mi fosse accaduta in corretta età puberale, avrebbe provocato un’erezione alla mia erezione. Ma lì, in quel luogo in cui Loosing my religion era un successo del passato, in quel pianeta di pubertà traslata dal fallimento di una maturità mai raggiunta, la cosa mi lasciava del tutto indifferente. Non lo davo a vedere però, mentre con la coda dell’occhio avvertivo Marta che ero a mio agio, che la festa era di mio gradimento e che tutto questo non era vero.
Nel frattempo la tipa, sempre più arrapabile ma mai arrapante, continuava il suo peep show senza che io inserissi nell’apposita feritoia nuove monetine da 25 cents.
La lasciai un attimo per andare a riempirmi il bicchiere nuovamente. Adesso la mia amica creativa era da sola, sfumacchiante sul divano e in evidente pausa estrogeni: era il momento buono per scambiare quattro chiacchiere con lei visto che il suo partner sessuale, temporaneamente assente per minzione strategica, sarebbe tornato da un momento all’altro.
Marta è oggettivamente bella. Ma non è colpa mia se l’unico posto in cui riesco a vederla è una cassa del Sigma di via Tor Tre Teste. Probabilmente mi sarebbe piaciuta di più se avesse fatto la cassiera, se si fosse assoggettata a quel principio che nella Repubblica platoniana accomuna il lavoratore comune alla parte irrazionale dell’animo umano. Del resto, anche quella sera era strafatta di french nails. E cos’è pittarsi le unghie di arabeschi e damaschi se non una dichiarazione in carta L’Oreal di irragionevolezza?
Quando tornai in zona rossa, trovai quest’ultima inginocchiata su un finto parquet in rovere con il collo teso verso un abbandono estatico recitato in stile cinema muto anni trenta. Carico fino al midollo di artificio e maniera, come del resto le mani unte da chissà quale inutile fighetteria ayurvedica di chi le praticava un massaggio. Le tradizioni indiane erano lì, dentro quelle mani usate indistintamente per frizionarsi l’uccello in adsl, afferrare Big Mac, tastare chiappe similcubane in discoteca e colorarsi la faccia con autoabbronzanti chimici della Nivea per l’inverno che verrà.
Era il moraccione di cui sopra, che nel frattempo aveva abbandonato l’idea di apporre la propria bandierina di conquista sopra il capezzolo sinistro della mia amica Marta, per l’imminente necessità di venire in faccia alla mia rossa protone. Se la portò a letto una ventina di minuti dopo utilizzando come trombabus il suo pisello meccanico: un Bmw X3. Un aggeggio a quattro ruote che sembrava un suv in sovrappeso da fast food e che fece da spola tra il luogo fisico dove era avvenuto lo speed-date e quello dove si sarebbe a breve verificato un cumshot. Non c’ero rimasto male. Ma mi rendevo benissimo conto che se una roba così mi fosse accaduta in corretta età puberale, avrebbe provocato una commozione alla mia erezione cerebrale. Lì invece, in quel luogo in cui Loosing my religion era un successo del passato, in quel pianeta di pubertà traslata dal fallimento di una maturità mai raggiunta, la cosa mi lasciava del tutto indifferente. Avevo raggiunto il mio nirvana d’occidente, forse la vertigine della mia anestesia. Un’assenza sgradevole di turbamento che mi spinse a tornare indietro nel tempo.
E allora cominciai a ricordare con impegno le ossa di Marika Pendicone, compagna di banco in simil-pelle con l’ hobby dell’anoressia che in un carnevale di mille anni fa, quando avevo dodici anni e non auguravo ancora la morte a Lorenzo Cherubini, mi si avvicinò suadente mentre Zucchero cantava “Solo una sana e consapevole libidine, salva i giovani dallo stress e dall’azione cattolica UUUU”.
Io ero vestito da Batman, lei da Oda-lisca, visto l’ago della sua bilancia.
Mi baciò e fu meraviglioso, sebbene per tutta la durata di quell’approccio non la smisi nemmeno un attimo di chiedermi cosa cazzo volesse dire quel cantante che ritmava in soprafondo il nostro giovane fremito d’amore. Immerso in tali nostalgiche polluzioni infantili tornò un meraviglioso sprazzo di infelicità per le cose perdute. In una serata che mi ritrovavo a condividere con una mandria psicologicamente malnutrita, forse perché allevata in un recinto da ingrasso che nel corso degli anni gli aveva somministrato indifferentemente Pokemon, Negrita, calendari Pirelli, film concettuali, cd della verbatim 700mb, Chupa Chups, preservativi, mensili di motori, artisti di strada, sagre della porchetta, doppi turni e straordinari, badge elettronici, username e password, gadget Hello Kitty, finali di Coppa dei Campioni, collane di perle di Maiorca, coperte in lana merinos, corsi di recupero a settembre, lauree specialistiche, vernissage, teorie della relatività e leggi di Murphy.
Nel frattempo un altro Bacèro-cola scendeva indisturbato giù verso le mie frattaglie, annoiate dall’eterno ritorno di un vizio sociale oramai quasi metabolico.
E lì, a reflusso gastroesofageo attivo, continuai la stimolazione del dolore avvicinandomi ai giorni nostri. Ricordai facilmente: poco più di un mese addietro la mia donna mi aveva lasciato per farsi coccolare dalle attenzioni da manuale di un americano. Un bifolco tatuato che si era trasferito in Italia probabilmente solo per dimostrarmi coi fatti la superiorità di razza del popolo a stelle e strisce. A me, che avevo sempre definito il loro patriottismo come l’effetto collaterale di un complesso d’inferiorità storica.
Pensai a lui, a lei. Ai loro corpi nudi nel più conturbante preliminare nella storia del sesso interraziale. Un tentativo di tortura psicologica che non andò a buon fine, se è vero che mi sorpresi subito a pensare a quanto era distante l’epica del dolore adolescenziale per la perdita dell’oggetto amoroso da quella sensazione di orrore punk che mi faceva gridare adesso: “No future” come Johnny Rotten in God Save the Queen.

Sopra il loft chiaramente di sinistra, ove trascorsi la serata.

[1] Dissertazione nazionalsocialista mio malgrado. Avrei voluto inserire una svastica a piè pagina, ma word non me lo consente.

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BOLT: L’UOMO PIU’VELOCE DEL MONDO E’ PURE IL PIU’ IMBECILLE

Sopra, il campione Usain Bolt dimostra che Hitler non aveva poi tutti i torti.

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