IL METAL E ALTRI PROBLEMI DI NATURA INTESTINALE

E’ imprevedibile la quantità di puttanate che ti somministra l’esistenza. Sono troppe per un pianeta solo. Non c’è abbastanza spazio, secondo me, per contenerle. Per questo si infilano dappertutto.
Ora riescono pure a passare attraverso il portone d’ingresso, prendono addirittura l’ascensore fino al secondo piano, superano financo l’infermiera all’accettazione ed è così che te le ritrovi persino in una sala d’aspetto di un gastroenterologo. Un posto che in teoria dovrebbe essere a tenuta di stronzate, dal momento che gli scemi di solito non hanno problemi intestinali.
Prossimo ad un appuntamento romantico con un colonoscopio, in attesa di farmi demolire l’avvenire da un medico che mi diagnosticherà come minimo un cancro allo stomaco, pago ulteriormente lo scotto di esistere quando un tizio si siede accanto a me. E’ di nazionalità tedesca. Sostiene di essere un musicista così affermando: “Faccio metal elettronico”.
– Metal elettronico? Ma scusa, non eravate un popolo civile voi? – gli rispondo il giorno dopo, quando ormai è troppo tardi.
Mi regala tre volantini per il concerto di venerdì al K17 ignorando il fatto che attualmente, con il suo interagire, sta peggiorando la mia biografia.
Per fortuna che esiste la morfina, dieci minuti dopo.
L’infermiera mi fa indossare dei pantaloni speciali con un giustificato varco posteriore, poi mi spara in vena questa specie di Gesù allo stato liquido e in meno di 15 secondi ogni forma di mondo possibile mi appare perdonabile. Pure quello in cui vivo, dove ci sono concerti metal elettronici venerdì al K17.
“Se non ho un tumore giuro che ci vado” – dichiaro.
E’ il più classico dei fioretti: se è vero che un fioretto è una promessa che si fa sempre in uno stato di mistica alterazione della coscienza.
Chiudo gli occhi e mi addormento. Mi risveglio col gastroenterologo che mi stacca il biglietto del concerto.
– “Alles gut!” –
Il che, liberamente tradotto, significa: “Si è trattato di una semplice infiammazione delle mucose. L’ingresso al K17 costa 8 euro”.
Rimango in lettiga a svaporare i fumi dionisiaci dell’anestetico per circa un’ora. Sono obbligato per legge ad andarmene in giro solo quando avrò smesso di percepire amore universale per tutte le cose. Le autorità tedesche forse sanno che in preda a questa specie di panteismo mistico, sono solito fare atti osceni in luogo pubblico: tipo acquistare l’ultimo album dei Muse.
A ‘sto punto, tanto vale il metal elettronico. A ‘sto punto, tanto meglio i gruppi che suoneranno nelle settimane a venire al K17.
Ho ancora il volantino medievale nel portafoglio. L’impatto tipografico è notevole, come al solito: ancora una volta mi chiedo spontaneamente come fa a conciliarsi la propaganda commerciale, o qualunque altra cosa, con un immaginario che prevede l’utilizzo del font “gothic”.
E’ proprio necessario farmi sorbire i ghirigori di un’epoca storica oscurantista per convincermi a varcare la soglia di un locale?
Recita il flyer: prossimamente in concerto al K17 signore e signori, i “Bloodwork”, i “Torture pit”, i “Suicide Commando”, i “Sodomizer”, gli “Hellkommander”, i “Desert Fear”, gli “Obscura”, i “Deadborn”.
Se si attenessero con coerenza a queste etichette così inquietanti e violente, i membri di tutte queste maldestre compagini dovrebbero vivere come minimo in uno scantinato buio e pieno zeppo di cadaveri sezionati e velenosissime farfalle tropicali sotto teca.
E invece hanno la residenza in centro in una casa così convenzionale e ragionevole, che se apri lo sportello dello stipe in cucina ci trovi pure i “Pan di stelle”. I biscotti più lacrimevoli della Mulino bianco.
Oh, esseri metallari! Oh, teratomorfiche creature che rendete tutto così infinitamente comico!
Poi alla fine, è ovvio che venerdì non verrò mai a vedervi. Mi rimangio la promessa religiosa. Però dai, ne faccio un’altra da vero boyscout: giuro sui Pan di stelle che, quando vi deciderete a fondare un gruppo e chiamarlo “Ciuccetti e fiocchettini a tenerezza variabile”, ascolterò dal vivo, in prima fila sotto il palco, i vostri rutti in formato live.

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SUL FRECCIAROSSA C’E’ IL COMMENDATOR MARRACCI

Io ho tante tesi da esporre contro la procreazione: quasi tutte.
Contro l’utilizzo della sacca amniotica io per esempio dico che, se ci metti dentro un embrione, un giorno quello stesso embrione sarà costretto a portare la macchina dall’elettrauto.
A telefonare ad una zia antipaticissima per fargli gli auguri di compleanno.
Ad andare dal dentista per estirparsi un premolare.
A rifarsi la carta d’identità nel proprio comune di residenza.
A reinstallare il sistema operativo dopo aver formattato il pc.
Ad accompagnare all’aeroporto la sorella della sua ragazza che gli sta antipatica.
A viaggiare su un Frecciarossa che fa la tratta Bologna-Roma.
A questo proposito ho un po’ di domande per Trenitalia: ma non mi avevi detto che sarebbe stato un viaggio all’insegna del più estremo comfort? E allora mi dici che cacchio ci fanno dei manager nella mia carrozza? Come si concilia il benessere di bordo con la presenza di figure imprenditoriali?
Cioè spiegami un attimo, Trenitalia: non consenti l’accesso ai malviventi che mi fottono il portafoglio mentre dormo e poi fai entrare questi shampisti dell’esistenza tutti alle prese con i loro problemi di bilancio?
Ho già accettato la presenza dei bambini sotto i cinque anni nel mio stesso pianeta e ammetto che è stato difficile, ma accogliere un manager nel mio vagone è troppo. Non possiedo la misericordia necessaria per tollerare una tale forma di aberrazione cromosomica.
Rimpiango i tempi in cui ad ogni forma di locomotiva corrispondeva una dichiarazione dei redditi.
Una volta c’era l’espresso per i disagiati come me, l’intercity per la classe media e l’intercity plus per l’aristocrazia. Adesso invece tu, Trenitalia, mi costringi a prendere un siluro futuristico sparato a 300 km/h che non mi rappresenta e non mi consente nemmeno di essere povero come si deve.
Cosa ne è stato dei tempi ginecologici della Freccia del Sud, che quando arrivavi a Catania da Milano non solo stavi un giorno rincoglionito per il jet-lag, ma tua moglie aveva già partorito?
Bei ricordi batterici peraltro sulla Freccia del Sud, un treno in fase terminale, l’ultima roccaforte di germi ormai dimenticati. Solo lì potevi trovare lo streptococco della poliomelite.
Ora al contrario, Trenitalia, non solo c’hai messo delle poltrone per farci sedere, ma le hai pure sterilizzate. Che schifo. E come se non bastasse hai voluto strafare pure con l’aria condizionata vera. Ma non bastavano gli interruttori finti di una volta?
No. Nel 2013 sui treni c’è l’aria condizionata vera, una rivista patinata in omaggio da leggere, sedili che quasi quasi ti mettono a posti i trigliceridi e poi c’è il commendatore Marracci.
Fammi capire, Trenitalia: io qui non posso fumare, o per dire, eseguire autopsie nei pressi della stazione Firenze S. M. Novella e invece il commendatore Marracci può permettersi di chiamare nell’ordine e ininterrottamente i suoi schiavi Lorenza, Mario, Edoardo, Mara, Lara, Sara, Alessandro, Michele, Lucio, Stefania, Marialaura, Filippo?
Non so tu come la vedi, Trenitalia, ma io a sentir parlare al cellulare un imprenditore con il tono dell’imprenditore mi viene la psoriasi. Hai presente quello scandire affettato le parole come per dimostrare che è tutto sotto controllo? Praticamente l’atteggiamento macho del rimorchione applicato all’ambito del capitalismo. Dimmi te se esiste in natura qualcosa di peggiore, a parte i broccoli.
Non so, di primo acchito direi che bisogna rivedere la Costituzione. Di secondo acchito direi che perlomeno ci sono da rivedere i termini e le condizioni di viaggio e trasporto. Quelli che si saltano sempre e che non si leggono mai.
– “Ma cosa t’importa di queste cose, l’importante nella vita è tatuarsi” – mi potresti rispondere tu, Trenitalia.
E ok, va bene: riconosco che in questa società ci sono priorità ineludibili come impreziosirsi l’epidermide con grafemi improponibili, ma ti vuoi per un attimo mettere nei miei panni?
Io ho viaggiato col commendator Marracci, non so se mi spiego. E il commendator Marracci intanto ha un occhio guercio che lo rende infinitamente napoletano nell’anima e poi, come se non bastasse, ha un accento napoletano che lo rende infinitamente più napoletano dell’occhio guercio. Insomma, ti sembra giusto farmi pagare 48 euro di biglietto per poi affiancarmi a un concentrato di tutto quello che, di volta in volta, ho cercato di evitare negli uomini?
Il commendator Marracci è il risultato umanoide che ti viene se moltiplichi Emilio Fede per Vittorio Sgarbi e poi ci aggiungi Mario Merola. A ‘sto punto ragazzi, preferisco viaggiare fianco a fianco con uno squalo bianco. Sappiatelo.
Ora ti scrivo tutto questo in un foglio di carta cara Trenitalia e poi lo metto nel box dei suggerimenti per migliorare il servizio dell’azienda e vediamo se il messaggio ti arriva.

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CI VENITE AL “SUICIDE CIRCUS” A SMETTERE DI INTERPRETARE L’ESISTENZA?

Ve li ricordate i tornei di fagiolino?
Al fiorire della primavera, due o più vecchiette si sfidavano sedute all’ingresso delle loro case terranee con il loro devoto legume a fianco. Non vinceva mica però chi ne sgusciava di più in un’unità di tempo definita, bensì chi, nella stessa unità di tempo definita diffamava più passanti. Belli i tornei di fagiolino. Il miglior frutto della terra, l’ortaggio più adatto di tutti gli ortaggi quando si tratta di coreografare le maldicenze ed i pettegolezzi di paese.
Che nostalgia del fagiolino ora che vivo in una metropoli con le discoteche.
Le discoteche. Sabato scorso sono stato al “Suicide Circus”. Un altro modo per dire: ingresso riservato a stolti che prendono seriamente la lingua inglese.
E’ stato bello. Tornare a casa.
Durante la strada di ritorno mi sono messo pure a riflettere e trarre le mie conclusioni. Le mie. Mica quelle di qualcun altro.
Per esempio ho pensato molto felicemente che stavo compiendo 34 anni e che c’era gente molto meno fortunata di me che in quel momento ne stava compiendo 21 o peggio ancora 18.
– Che tristezza – pensai – chissà quante serate techno o feste rave a casa di sconosciuti e accoppiamenti promiscui nei cessi del locale devono ancora sorbirsi i 21 enni di oggi. Oddio, manco ci voglio pensare. Fortuna che io ormai sto finendo, che me ne rimangono al massimo una decina di questi sfinimenti ingiustificati. Tra pochissimo infatti per prendere parte alla vita mi limiterò a mangiare una Viennetta Algida sul terrazzo, in casa di mio cugino.
C’è da dire però che stavolta andare in discoteca è stato diverso. Perché per via di una strana combinazione di coefficienti biografici mi ero dato appuntamento all’ingresso con dei veri e propri consumatori. Per capirci: ad attendermi là fuori, per passare insieme la serata lì dentro non c’erano dei me stesso, ma gente pienamente convinta di essere lì per usufruire dei servizi riservati alla clientela.
Insomma: ero un infiltrato in mezzo a degli acquirenti prototipici. E questo mi ha consentito di vivere l’esperienza disco da un punto di vista sicuramente privilegiato.
Per esempio, mi fu rivelato da subito che più tardi sarebbe arrivato il capobranco con un discreto quantitativo di oppio. C’è da dire che la cosa mi eccitò come una puntata dei Robinson, ma con gli astanti simulai perfettamente una sovrapproduzione di endorfine. Un po’ come feci con mia nonna quando mi annunciò il passaggio del carro della santa proprio sotto il balcone di casa.
Pure quella volta finsi e per lo stesso motivo: mai deludere un fanatico di qualcosa in merito a questo qualcosa.
Ma comunque, il capobranco ad un certo punto arrivò e fu molto importante per me: mi si palesò come la dimostrazione genetica che al mondo c’è qualcosa di ancora più incongruente alle aspettative, di una camicia Roberto Cavalli.
Un personaggio davvero improbabile, oltre ogni tipo di fantascienza sociale.
Il bello della droga è che inibisce l’interpretazione. La inibisce a tal punto che ti fa scomparire le idee dal cervello. Ecco perché provoca un’indiscussa dipendenza: avete presente che meraviglia auspicabile una vita senza opinioni? Vi rendete conto di quanto può essere rilassante un pianeta in cui tutto giace nel medesimo orizzonte estetico e morale? Un mondo in cui non vi sta sul cazzo niente e nessuno, manco il DJ?
E in ogni caso io alla fine – patapìm-patapàm – niente oppio. Optai per la Becks e difatti il DJ mi stette sul cazzo per tutta la sera.
Non mi davo pace a guardarlo sudare più delle evenienze. Si muoveva in consolle come se stesse combattendo un corpo a corpo nella battaglia di Poitiers e questo mentre le casse diffondevano il lineare alternarsi di due loop monotoni ed infinitamente ricorsivi.
Io la chiamo sindrome da chitarrista heavy metal, questa sproporzione di quantità tra il movimento corporeo e gli effetti di suddetto movimento direttamente percepibili sulla crosta terrestre. Ma senza scomodare scienza ufficiale, patologie mediche e i principi della dinamica, probabilmente il tipo non riusciva a stare fermo solo perché era strafatto come tutti gli altri.
Che poi alla fine, l’idea di farsi in discoteca non è mica cattiva: un luogo chiaramente intollerabile mi sembra il posto più azzeccato ove smettere di interpretare l’esistenza.

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SARA’ UN MAGGIO PIU’ CALDO DELLA MEDIA STAGIONALE

Specie all’inizio, il mondo non è mica tanto male.
In fin dei conti, vi pare, potevamo capitare pure sul desertico pianeta Marte, così poco celebre per la movida, o in quell’Autogrill miserabile che c’è sulla A1 nei pressi dello svincolo per Sapri, così celebre per la sua capacità di procurarmi dei tumori alla malinconia sconsiderati.
E invece eccoci qui sul pianeta terra. Un posto così bombardato di stimoli sensoriali che per conoscerlo bene ci vorrebbero all’incirca quattro o cinque personalità per cristiano. Almeno così pare di primo acchito; quando sei giovine, per intenderci.
Perché poi, effettivamente, bastano un po’ di decenni di vissuto per esaurire le risorse gnoseologiche, cannibalizzare la realtà e cominciare ad annoiarsi delle cose. E questo nonostante iddio, di personalità di cui sopra ce ne fornisca una ed una sola a cranio.
In pratica ad un certo punto arriva il tedio di esistere. E, proprio a questo punto, cominciamo ad interessarci alle previsioni meteo.
Le bolle di sapone hanno perso il loro potenziale di gioia immotivata, i giocattoli non riescono più a farci smettere di cacare il cazzo per un quarto d’ora, gli amori adolescenziali si rivelano frutti non spontanei di retaggi culturali, il cruscotto della nuova Opel Corsa non è più in grado di renderci felice con le sue lucine, ed ecco che inizia l’ossessione maldestra per le condizioni climatiche. La necessità sconsiderata di commentare a forza il fatto che domani la temperatura percepita scenderà a -7.
Non capisci che stai invecchiando fino a quando non trovi il modo di disquisire almeno una volta al giorno su quest’inverno che è stato particolarmente rigido.
Ve lo dice uno che ha appena conversato al telefono con sua madre utilizzando parole tipo: finalmente – primavera – sole – stupendo – inverno – rigido – finito.
C’è da fidarsi.
E non è dunque vero che parliamo del tempo solo quando non abbiamo nulla da dire in ascensore. Noi parliamo del tempo, semplicemente sempre. Da una certa età in poi, beninteso.
Perciò ‘sta storia dell’ascensore trattasi solo di stereotipo inventato ad uopo per depistare noi stessi in merito a questa patologia, di cui evidentemente non vogliamo essere consapevoli.
Una patologia molto particolare, se è vero che non ha bisogno di ricreare artificiosamente contesti colloquiali per manifestarsi.
Il commento sul clima, infatti, lo puoi inserire dappertutto, giacché l’esternazione meteo può essere decontestualizzata quanto vuoi, ma sarà comunque socialmente accettata all’interno di qualunque conversazione. A differenza di quanto avviene con tutto il resto.
Se si sta parlando della media goal di Lionel Messi in questa stagione calcistica, per esempio, e tu te ne esci d’improvviso con un “ma hai visto ieri sera che serata fantastica? Ci saranno stati 20 gradi, si stava proprio bene” nessuno viene lì a farti da terapeuta del carattere ed ad indagare con uno psicoscopio le motivazioni inconsce che ti hanno spinto ad inserire senza motivo questa chiosa. Tutt’al più il tuo interlocutore semmai, dimentico delle superprestazioni di Lionel Messi, ti risponderà “e non hai sentito cosa dice il meteo per sabato mattina, dice che farà 32 gradi”.
Metti che invece si sta parlando dell’impero asburgico e tu intervieni con una nota di costume contemporanea dicendo che secondo te Federico è un po’ troppo maniacale quando rifà il letto e vedi se non vengono sguinzagliati i segugi dell’anima per scovare il secreto antro della tua personalità che ha partorito questa virata repentina d’argomento.
Ma secondo voi, perché da una certa età in poi, siamo così fissati con la letteratura del cielo? Perché ci sentiamo così in obbligo di fare la telecronaca minuto per minuto di ciò che accade sulla ionosfera?
Secondo un calcolo da me effettuato con parametri a cacchio di cane, pare che ciò sia una specie di reazione alla scoperta di un cosmo anaffettivo, assolutamente indifferente alla nostra sensibilità romantica.
Il meccanismo è più o meno questo: realizziamo che le molecole non ci cagano di pezza, che la chimica dell’universo è totalmente refrattaria ai nostri sospiri, che la nostra passione per la natura non è ricambiata. E così, come sempre accade in un amore non corrisposto, ci accaniamo ancora di più a convogliare le nostre energie patetiche sull’oggetto emotivo in questione. Le particelle, in questo caso.
Che siano esse sotto forma di acquazzoni primaverili, neve a bassa quota o foschia autostradale, poco importa.
E domenica prossima, comunque ragà, caldo africano al sud. Preparatevi per bene alla gioia artificiale di un sole infuocato allo zenith in un maggio più caldo della media stagionale.

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CI VENITE CON ME DOMENICA A RACCOGLIERE CASTAGNE NEL 2013? OVVIO CHE NO

Ditemi la verità. Da quanto tempo è che non andate a raccogliere castagne? O meglio, da quanto tempo è che nel pianeta non si verifica una e una sola raccolta delle castagne?
Minimo trent’anni. Perché io ne avevo tre di anni, l’ultima volta che sono andato. E penso che dopo quella domenica nessuno sia più andato a raccogliere castagne in questo mappamondo. Non ne ho più sentito parlare e tant’è, faccio i miei calcoli e tiro le mie somme.
E’ passato tanto tempo perciò, ma ricordo ancora romanticamente le asettiche leggi scientifiche che trassi dall’esperienza.
Legge numero 1: quando vai a raccogliere le castagne, non torni a casa sfatto come Kate Moss.
Legge numero 2: quando vai a raccogliere castagne, prima di tornare a casa non passi dal kebbabbaro a prendere un Doner Tumore Kebab, come il me stesso di trent’anni dopo.
Risultato: se metti a confronto le analisi al sangue di uno che è appena tornato a casa nel 1983 dopo aver raccolto castagne con quelle di uno che è appena tornato a casa da un qualunque impegno mondano occorso dopo il 1983, c’è una bella differenza.
Metti un medico a controllare queste ultime e vedi se non ti fa l’unica diagnosi possibile: “Signore, lei è affetto da cattiva gestione del tempo libero”.
Il tumore al colon? E’ l’effetto collaterale di questa malattia primaria: la necessità di fare una vita di merda.
L’esigenza che abbiamo, dall’ultima volta che sono andato a raccogliere castagne ad oggi, di utilizzare i momenti di relax in modo da vanificare il potenziale semantico di questo sostantivo anglofono: sottoponendo a vere e proprie torture il nostro corpo.
Come se il lavoro non fosse già di per sé più che sufficiente a definire il concetto di sofferenza. No. Noi finiamo il turno alle 18.30 e alle 19.00 siamo già seduti a rilassarci bevendo sette Campari Spritz consecutivi. Un intruglio di liquidi cancerogeno più o meno come il Paraflu, ma che fa tutto un altro effetto nel bicchiere, con quella fettina d’arancia.
E’ di certo molto più adeguato al nostro istinto di moda, ma anche molto meno a quello di autoconservazione.
E mica ci fermiamo al primo baretto che c’è per strada: perché alle 22 inizia la serata al “Panorama Bar”, dove potremo proseguire il nostro percorso benessere con lsd tagliato male o ketamina estratta da un treno di copertoni Pirelli Q10, ottime sul bagnato.
Bah, chissà perché ce l’abbiamo così tanto con il nostro corpo e i suoi processi chimici: manco se la sintesi proteica ci avesse rubato la ragazza questo fine settimana o se la cistifellea avesse acquistato su ebay gadget di Hello Kitty con la nostra carta di credito, la settimana scorsa.
Il fatto è, concedetemelo, che non riesco davvero a comprendere l’unità di misura del piacere contemporaneo.
Il divertimento ormai si misura in sfattume. Una parola che per definirla intanto devi distinguerla dalla stanchezza: perché pure un tennista torna a casa stanco, ma il suo corpo beneficia della fatica e gode della sintesi metabolica.
No, lo sfattume è diverso: è quel tipo particolare di stress particolarmente cool che si orgina dall’unione della fatica fisica e psichica con il locale giusto per stasera o la festa più figa della settimana e, ovviamente, con tutto quello che ne consegue.
*Con il supplemento di un rincasare solitamente antimeridiano.
Più torni a casa sfatto oggi, più hai l’impressione di aver vissuto davvero.
“Sono tornato alle sei e mezza, mi sono addormentato in metro tre volte, ho bevuto sette birre e due cicchetti di rum. E poi c’ho pure fumato erba sopra e pippato colla”.
Una figata sì, cazzo.
Che poi è tutto vero, ma sarebbe bello avere una visione più completa dei fatti con una descrizione pedissequa della serata. Ma il tizio/a di turno non aggiunge mai che ha passato il tempo da solo/a in un divano di una casa affollatissima di sconosciuti che ballavano musica di merda a mangiare tacos calpestati da Converse All star e inzuppati in una salsa chili che riuscirebbe a sconfiggere a Wrestling anche il più cazzuto dei succhi gastrici possibili. No, questo non te lo dice mai.
Io ho un’amica che azzecca sempre una definizione precisa, quando parlo in termini nebulosi di un argomento a piacere, lei si chiama Melissa ed è una delle creature più sveglie del pianeta.
E dunque, mentre si disquisiva in merito, Melissa ha migliorato la mia vita introducendomi il concetto di “produttività sociale”. Inteso come istinto irrefrenabile ad essere performanti nei settori dell’entertainment condiviso.
Un istinto che dal 1983 ad oggi, a quanto pare, è particolarmente in voga.
Ecco, la produttività sociale è un’espressione perfetta per definire le cause di quest’atteggiamento: abbiamo ormai introiettato in tal misura gli ingranaggi e i meccanismi del lavoro, che applichiamo la necessità della produzione, del fare (il più velocemente possibile) pure al tempo libero.
E addio ozio. E addio relax.
Ma perlomeno il kebabbaro dove vado alle sei di mattina prima di ritornare a casa sfatto, si fa un pacco di soldi.
Ok, mi fa piacere far girare in tal modo l’economia: il problema è che, di conseguenza, mi viene ormai difficile trovare qualcuno che la domenica mattina viene con me a fare una passeggiata in bici con lentezza.
E per lentezza intendo: quella che dovrebbe essere la velocità di crociera regolare del nostro organismo.
Per dirvi, non sono io che passeggio tranquillamente con la mia Graziella ad andare lento e rilassato: sei tu che ti becchi con Andrea a Miriam in quel locale, ma Marco non c’è, ma dov’è, mandagli un sms, il tel non prende, ho finito il credito, andiamo a fare una ricarica, ma hai procurato l’erba, no, dove la possiamo comprare adesso, il tipo che conosco io non c’è stasera il tipo, andiamo da quell’altro tipo che ce l’ha buona pure lui, facciamo una cosa tu vai al Panorama e ci vediamo lì io prendo l’autobus e l’erba e poi chiamo Marco e poi se non ci becchiamo dentro il Panorama, casomai ti chiamo tanto adesso vado a fare una ricarica, ma il telefono non lo sento con la musica se mi chiami, e vabbè casomai ogni tanto vado in bagno a controllare se hai chiamato, ma poi se hai chiamato e io ti richiamo e tu sei già dentro e non lo senti? ad andare troppo veloce e schizofrenico per il nostro organismo.
E ok, magari la passeggiata in bici, visto che siamo giovani la evitiamo. Io quando voglio so essere il re della dissoluzione: facciamo pure che ci scambiamo le mogli e le figlie in un’orgiazza a casa mia. Scopiamo in trenta, ma a velocità normale. Senza ammazzarci la vita, perdio.
Oppure meglio ancora: organizziamo una serata di Monopoli. Così magari a mezzanotte abbiamo finito e domani mi posso svegliare e andare di nuovo a raccogliere le castagne nel 2013 con qualcuno su questo pianeta.

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NON DOVREBBE ESSERCI SERATA DELLA CULTURA, SENZA MATTINATA DELLA PRESUNZIONE

Le grandi città io non le sopporto perché ti offrono un sacco di alternative. Non è che per forza devi andare con Marianna in quell’enoteca dove leggono le poesie di Pasolini, stasera.
Le alternative. Che tragedia le alternative. Le alternative in qualunque settore, intendo. Una tragedia sì, per chi come me, ha sempre la sensazione che scegliere qualcosa sia semplicemente perdersi qualcos’altro.
Per dire: quando ordino una norma al tavolo cinque, dal mio punto di vista sto semplicemente informando il cameriere che mi perderò per sempre una fantastica “Masaniello”; un pizza che, per la cronaca, tra i suoi ingredienti annovera pure gorgonzola e noci. Viceversa, se ordino una Masaniello, la faccenda mica cambia. La norma che avevo pensato di ordinare prima torna a suggestionarmi. Come le sensuali, eteree e sublimi sirene incantatrici di Ulisse, con il suo canto soave, rompe il cazzo.
E comunque sappiate che prima ancora del pippone sulla pizza da deliberare ho già sprecato gran parte della mia giovinezza a scegliere il tavolo cinque. Per poi pensare tutta la sera che era meglio il tavolo sette, ovviamente.
Ragazzi, c’è poco da fare: scegliere è una faccenda complicata; o meglio una brutta bestia; o meglio ancora una cosa pesante; oppure, oppure, ancora, meglio, ancora, un esercizio doloroso. Insomma, avete capito: scegliete voi la coppia sostantivo-aggettivo più azzeccata, ché senno qui facciamo notte.
Oh, mica è roba da poco esprimere una preferenza. Perché prima di esprimerla, devi elaborarla. E per elaborarla devi computare in un attimo tutta la tua biografia, tutta la tua storia personale.
Scegli e, volente o nolente, sei costretto a trascinarti dietro le cose con cui sei venuto a contatto in tutta la tua vita. Le cose che hanno formato il tuo gusto, le  cose che hanno influenzato il tuo modo di vedere le cose. Le cose insomma: cose, case, chiese, nomi, cose, città, dire, fare, baciare, lettera, testamento. Un’esistenza intera.

E ditemi voi se non è una faticaccia portarsi dietro una tonnellata di passato pure dal kebbabbaro.
Kebab o Falafel? Salsa allo yogurt o salsa piccante?
Bah, forse sono io ad essere malato, forse vivo troppo drammaticamente il libero arbitrio. Forse non riesco a vedere i suoi lati positivi. Tipo quello di poter evitare deliberatamente di andare con Marianna in quell’enoteca dove stasera leggono le poesie di Pasolini.
Ma il fatto è che, specie nel settore dell’intrattenimento, quando hai delle alternative in una grande città, le alternative sono che stasera c’è la serata della cultura e i musei della grande città sono aperti tutta la notte. Noi andiamo con Leonardo, tu vieni?
In pratica, opzioni ulteriori che giustificano la paralisi del tuo giudizio. Allora sì che tenti di sfuggire alla realtà con l’evasione ironica. La prima cosa che fai è dire: ah, la serata della cultura? Mmm…se è per questo ho saputo che in centro c’è un congresso sulle dermatiti, mica ce lo perdiamo!
La noiosità non ha frontiere e questo è un dato di fatto. Come pure è un dato di fatto che poi, alla fine, per puro fabbisogno antropologico, cedi. Sovraccarichi di responsabilità il tuo ego, indossi il peso dei tuoi 33 anni e finalmente pigli la metro.
L’appuntamento è alle nove e mezza e questo non ti facilita mica a capire come si fa a dedicare una serata ad un concetto astratto come la cultura.
Che cacchio vuol dire serata della cultura? Piuttosto ambigua come definizione, non vi pare?
Per dire, in un certo senso pure Al Bano e Romina sono cultura.
E’ ovvio poi che una proposta del genere ti disorienti: se devi fare i conti con il lato tecnico della vita, se devi interagire con i suoi aspetti pratici, di solito ti è necessaria una certa concretezza. Non puoi basarti su una cosa che non ha di per sé un correlativo oggettivo specifico.
La verità: partecipare alla serata della cultura, equivale più o meno a prendere parte alla mattinata della presunzione. Per buttare lì giusto un altro concetto astratto a caso.
E’ già più semplice fare i conti col proprio gusto personale se ti propongono una malleabile sagra della porchetta, per esempio. Riesci a valutare con più immediatezza, perché sai quello che trovi.
Porchetta.
Al massimo del pane con cui accompagnarla, ma non è un grosso shock culturale se qualche volta hai pranzato con i tuoi.
Tu immagina invece, che vai alla serata della cultura e finisci in un museo in cui ci sono delle anfore della civiltà minoica di difficile datazione. Poi non ti lamentare che sei depresso, allora.
E giusto per chiosare poi, io non sono già un tipo da musei ed esposizioni d’arte nella vita reale, figuriamoci nella finzione sociale.
Io sono uno che, per dire, se mi piace un artista visivo, metti un pittore per esempio, i suoi dipinti li cerco su google immagini e mi soddisfo così.
Perlomeno il formato 640 pixel per 420 mi tutela da eventuali sindromi di Stendhal. Anche perché sono abbastanza patologizzato di mio e non me ne faccio nulla di un nuovo disagio psicomotorio.
La mia collezione di paranoie basta e avanza per invitare a salire su la tipa con cui uscirò un ipotetico domani sera.
Cara, vuoi salire su? Volevo mostrarti la mia collezione di paranoie.

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AFFRONTO IL PROBLEMA IN DIFFERITA, QUELLO DEI BOTTI DI CAPODANNO

Nella vita non solo hai gli appuntamenti col dentista, ma ti accorgi pure che la bicicletta parcheggiata sotto casa ha un copertone carbonizzato. Sfighe talmente grossolane che per vedere il lato sofisticato dell’intera faccenda, ti tocca concentrarti sul color rosa prostituta del telaio e pensare che forse, a pensarci bene, tutto sommato è stata una fortuna.

Poi comunque la voglia intellettuale di risalire alle cause meccaniche di questo nuovo scazzo ti viene e allora tenti la strada della deduzione retroattiva.

Ti dici:

Dal momento che nessuna navicella spaziale possa ragionevolmente atterrare nel mio cortile e trucidarmi la bici coi suoi scarichi a reazione, posso facilmente supporre che si sia trattato di un diverso tipo di incidente.

E per incidente di diverso tipo intendo il fatto che, i genitori del mongoloide che ha piazzato della dinamite nei pressi della mia graziella, abbiano copulato per produrlo”.

Ed in effetti non c’è modo migliore per definire la procreazione: è senza dubbio un cacchio di incidente. Certo, il meccanismo di produzione è stupefacente. E’ il prodotto ad esserlo molto meno.

Acrobazie chimiche, incastri biologici complessi, complementarietà organiche e cosa viene fuori? Qualcosa di qualitativamente simile ad una Fiat Duna. Un essere umano.

E’ bene metterselo in testa: siamo una specie così improbabile, che in questo momento uno scrittore di fantascienza vivente in un’altra galassia, sta pensando ad una razza inferiore da inserire nel suo nuovo romanzo e non gli viene in mente nulla che minimamente possa somigliarci.

Noi spariamo i botti di capodanno, vi rendete conto?

Perciò sì, è stato di certo un petardo di questo genere qui a rovinarmi il ciclismo. Se non ricordo male una decina di giorni fa è stato il 31 dicembre, no?

Essì, non ricordo male. Anzi ricordo benissimo e pure con un certo affetto. La mia memoria sentimentale non tradisce:

Degli amici violenti avevano invitato se stessi a casa mia per il cenone, cosa che mi costrinse a cucinare delle lenticchie divertenti, di quelle che prima le cuoci e poi ci metti l’uccello dentro a sfregio prima di servirle a tavola.

Ebbene, mentre erano in cottura, mi affacciai dal finestrone della cucina. Sotto il mio sguardo, il solito parcheggio del supermercato. Un deserto di 900 metri quadri farciti da una piantagione di lampioni e una gang bang di carrelli della spesa che si inculavano a schiera.

Fin qui un livello di squallore che non meritava l’allerta. Poi però arrivò un tipo grassoccio e cominciò a disporre in fila dei candelotti. E magone fu.

Intanto, cacchio: sono le 18 e 40 del 31 dicembre. Mi pare un po’ prestino per esprimere la gioia di essere un imbecille pure nel 2013.

E poi, cacchio al quadrato: gli spettatori. La sua famiglia con più figli del dovuto e più videofonini del previsto che documentava a sproposito. L’impresa era effettivamente piuttosto erotica. Un tizio in trascurabile sovrappeso che dimostrava di saper usare un accendino in uno squallido parcheggio di un quartiere oggettivamente brutto.

Censurai quel quadro di vita maldestra con la mia tenda anni settanta e tornai alle lenticchie divertenti, poi mi chiesi dov’è che fossero finite le speranze e le aspettative giovanili di questo bombarolo da strapazzo.

La risposta non tardò ad arrivare: “Le speranze di un uomo che alle 18.40 del 31 dicembre accende dei petardi nel parcheggio di un grosso ipermercato sono finite lì, nello stesso posto dove si trovano adesso le speranze e i sogni di chi in questo momento gestisce un negozio di bomboniere e articoli nozze” – mi dissi.

E quelle dell’altro mongoloide che mi ha rovinato la bici color rosa prostituta, non credo se è per questo, che andranno a finire da un’altra parte” – aggiungo adesso.

E in un attimo solo, tutto questo mi mette tanto, ma tanto di buonumore.

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A CIASCUNO LA SUA DISCRIMINAZIONE

Prima di tutto, caro Kevin Prince Boateng: conosci a memoria gli ultimi acquisti fatti al sexy shop da Melissa Satta in questo periodo. Perciò a prescindere dalla questione, non sarò mai dalla tua parte.

Si chiama invidia.

Sai che è? Considera che io il massimo che posso fare con la tua donna è guardarla sculettare a Striscia La Notizia in una serata invernale del 2009, omaggiarla con un commento maschilista vecchia maniera, ed essere successivamente cacciato di casa dalla mia ragazza piena di insicurezze che per cena, tra l’altro, ha appena fatto i sofficini alla pizzaiola.

Ti spiego un attimo che cosa sono i sofficini prima di continuare, perché sospetto che tu non lo sappia: trattasi di cibo non proprio professionale, che se lo dai a Baby Mia va pure bene, ma che risulta piuttosto incompatibile con una creatura dotata di organi interni.

E comunque dicevo, questo è il massimo che posso fare con la tua ragazza: litigare con la mia; mentre tu invece, come minimo ci fai degli amplessi con la tua ragazza. Non so se mi spiego.

Ti è sufficiente tutto questo per riconoscere lo spazio estetico che intercorre tra i nostri due destini o te lo faccio spiegare da un astrologo famoso che l’oroscopo è indiscutibilmente dalla tua parte?

Poco male dunque se vai a fare un’amichevole a Busto Arsizio con la tua squadra ultratitolata e finisce che dagli spalti ti prendono per il culo perché sei nero. Che cacchio vuoi la miglior esistenza di tutti i tempi? Non esiste onorificenza al mondo per chi ha la vita migliore di tutti. Sarebbe una cerimonia pleonastica. Ne convieni?

Perciò, tornando a noi: la sceneggiata che hai fatto mi è parsa un po’ fuori registro, sai? Manco se t’avessero insultato la mamma.

E poi, caro, io non mi farei mai rovinare la giornata da un tifoso. Figuriamoci da un tifoso della Pro Patria.

Tu invece, a quanto pare, ti sei fatto rovinare addirittura il 2013 da questa gente. Dice che vuoi lasciare l’Italia e il Milan. Qual’è il prossimo passo? Ti dai fuoco ai piedi del Quirinale o, peggio ancor, vuoi smettere di copulare con Melissa Satta?

Suvvia, Kevin Prince Boateng. Pensa te se nascevi albino. Nessuno avrebbe tutelato i tuoi diritti da nero. E infatti, questa cosa ti dovrebbe far pensare no?

La protezione di cui voi fratelli di colore godete, in occasioni simili, è un po’ sgrammaticata. Non si capisce perché appena uno insulta un nero, lo arrestano. Mentre al contrario, se insulta un albino, lo fanno capoclasse o, a seconda del quantitativo di acne che ha sulla faccia, talvolta pure rappresentante d’Istituto.

La vita è proprio incomprensibile: ti rendi conto che c’è razzismo pure tra le diverse tipologie di razzismo? Ci sono categorie di razzismo più considerate, come quella sui neri, altre più trascurabili e perciò bistrattate come quella sugli albini.

Tu degli albini te ne sbatti e te ne sbatti pure dei miei discorsi; perciò chiosi ai microfoni dei giornalisti: “E’ incredibile che nel 2013 ci siano ancora queste forme di razzismo”.

Caro Kevin Prince Boateng, non ti sembra più incredibile il fatto che nel 2013 ci siano ancora queste forme di tifosi? No, dico, stiamo parlando di tifosi della Pro Patria. Gente che, stando a sentire una vecchia puntata di Quark, dovrebbe essersi estinta nel 1909.

E poi cosa ti aspetti dai tifosi della Pro Patria? Trattasi di umanoidi che vivono consapevolmente a Busto Arsizio. E’ già sorprendente il fatto che siano provvisti di abbigliamento casual; per cui ritengo alquanto difficile che qualcuno di loro possa ritirare il premio Martin Luther King quest’anno o in alternativa scoprire una stupefacente cura oncologica in grado di eliminare quel diffusissimo tumore all’occhio che ci fa percepire il fucsia nello spettro dei colori visibili.

Insomma, non si sta parlando di alte cilindrate di umanità. Per cui, non c’è da essere permalosi. Alla fine si tratta di plancton con la carta d’identità, che te ne fotte.

Suvvia, Kevin Prince Boateng. Pensa te se nascevi me. Nessuno avrebbe tutelato i tuoi diritti da uomo non considerato come oggetto sessuale da una modella. Anche questa è discriminazione sai? A ciascuno la sua, perciò. Ma a conti fatti, caro mio, ti conviene tenerti quella che hai.

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IL SEGNO DELLA CROCE E’ UN CONVENEVOLO HIP HOP

Ogni tanto capita di trascorrere una serata da ceto medio. E ti piace pure. Accade quando ti vesti da ceto medio. E ti senti figo. Quando te ne vai a passeggiare in un quartiere da ceto medio. E lo trovi poetico. Quando vai a cena in un ristorante da ceto medio. E lì però ti girano le tue cose.
Perché ti scordi sempre che un ristorante da ceto medio è solitamente un posto che ha come accessori di serie dei turisti spagnoli intenti ad armeggiare un iPhone per mostrare video rumorosi ad amici più rumorosi dei video rumorosi. E visto che stasera sei un moderato, l’entropia non ti garba.
Un tuo commensale comunque ha preso la cosa sul serio. Questa cosa della serata a tema ceto medio. Il cameriere porta le pietanze e lui si fa il segno della croce.
Da quanto tempo non vedevi questo gesto a tavola? Sarà che hai passato questi ultimi anni a sabotare concettualmente il sistema con degli amici intellettuali; per questo ti eri scordato di gente tipo tua nonna che ha la presunzione di esprimersi e contemporaneamente farsi il segno della croce.
Non mi pare mai una buona idea farsi il segno della croce. Specie prima di iniziare a deglutire un maiale sgozzato, sono poi sicuro che sfoggiare il proprio candore spirituale non è il massimo dell’eleganza.
Ma in effetti a quale attività umana può abbinarsi questa specie di saluto Gansta? Essì, un saluto Gansta. Ecco cos’è il segno della croce. Un convenevolo hip hop per salutare il Re del quartiere definitivo. E come ogni convenevolo hip hop, mi fa incazzare.
Ad ogni modo in collegamento diretto con lo stadio Olimpico di Roma, per la telecronaca del derby, c’è Gianni Cerqueti. Daniele De Rossi segna il 2 a 1 per la Roma e fa nord sud ovest est. Padre figlio spirito santo amen pure lui.
I segni della croce non si fanno solo a tavola e in chiesa. Adesso ricordi?
Alla fine però i giallorossi perdono 3 a 2 e la gloria dall’alto dei cieli è effimera. Osanna osanna sei tu il mio signore e con il tuo spirito e la ricompensa è una valanga di fischi dell’Olimpico. E pure un tifoso accoltellato il signore è pietà cristo e pietà. I segni della croce forse portano pure sfiga.
Ma Daniele De Rossi non è l’unico crocifista della serie A mica. Ce ne stanno, ce ne stanno.
E perché dunque tanti giocatori di calcio, quando scagliano dietro una linea sostanzialmente arbitraria un pallone cucito a mano da dei minori thailandesi, sentono la necessità di comunicare con un differente piano metafisico?
Vabbè: io non ho fatto il chirichetto e manco il catechismo, ma a quanto ne so Padre Amatirciana o Prete Pajata ci hanno insegnato sì a compiacere il divino prima di un fritto misto, ma mai dopo una rasoiata di interno destro che finisce nell’angolino basso alla sinistra del portiere.
Ma sarà che qualche trafficante di significati forti, attraverso chissà quale rotta commerciale del passato, deve avere importato sui campi di gioco questo modo un po’ cretino di muovere le braccia. Avrà sfruttato l’umana tendenza che impone ad ogni creatura, dopo aver segnato un gol, di fare un gesto rilevante. Una specie di smorfia di gloria.
Certo però che bisogna essere svegli per ricorrere ad una cosa così sottomessa e penitente come il saluto cattolico mentre corri dietro un pallone, sei felice e ti stai divertendo.
Che cacchio, poi: hai fatto un gol davvero della madonna, per una volta hai tutti i motivi per sentirti figo e farti bello con la vicina di casa, quella divorziata, e che fai? Sprechi quest’occasione ricordando al pubblico che lassù in cielo c’è uno più figo di te.
Bah, forse vuoi solo far vedere a tutti che se ti impegnassi saresti un campione assoluto di breakdance. Almeno spero.
Perché sennò a questo punto forse sono meglio i rivoluzionari, i cazzoni che hanno inventato nuovi modi per festeggiare il vantaggio della propria squadra, tipo Faustino Asprilla negli anni novanta: uno dei pionieri del settore.
Oppure sennò è ancora meglio il gesto classico, l’archetipo dell’esultanza calcistica: quello di quei calciatori che chiudono il pugno della mano più a portata di mano e lo sguazzano manco se stessero shakerando una Coca-Cola perché loro la Coca-Cola la spreferiscono sgasata. Ce l’avete presente? Non significa niente, però a me mi fa incazzare di meno. Forse perché non è un convenevolo hip hop.

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NATALE IN CASA PSEUDONIMO

Quando ero piccolo c’era ancora quel tipo di Sicilia lì. Con i suoi parti plurigemellari e le sue gravidanze a ruota. Non ci crederete ma i reparti ostetrici erano così affollati che i bambini prematuri si vedevano costretti a prenotare su booking.com le loro future incubatrici.
– Arriverò il 16 settembre denutrito e malconcio; ma per il 3 ottobre faccio il check-out. Sì, pago con postepay –
E poi capitava che certi infanti trovavano tutto pieno e non era di certo un bel segnale. Stai qui da manco cinque minuti e già i primi cazzi.
Ad ogni modo, si partoriva tanto. E per questo motivo casa di mia nonna durante le feste natalizie era piena zeppa di persone. Un sacco di parenti. Ma assai, proprio.
Il problema fondamentale, almeno per me, era che tutti questi mi salutavano col doppio click bavoso sulla guancia: e per di più, all’andata e al ritorno. Per fare dei numeri: in una e una sola giornata di festa racimolavo un quantitativo di baci democratici di gran lunga maggiore a quello che ho elargito alle mie monogame in tutta una vita di sentimenti. Ed io comunque, sono un tipo mediamente affettuoso.
Quanto amore e quanta armonia, a casa di mia nonna durante le feste. Si rideva, si scherzava, ci si scambiava il pacco regalo, si faceva finta sul serio di volersi bene: insomma, l’atmosfera era davvero insopportabile. Ecco perché poi, ad un certo punto giocavamo a tombola.
La tombola. Ve la ricordate? Dov’è finita la tombola? In quale film horror a sfondo sociale si è andato a nascondere questo meraviglioso stimolante dell’omicidio domestico?
E chi lo sa. Si sa solo che era il modo più efficace per rovinare i buoni sentimenti di un gruppo e che adesso nessuno la usa più. Adesso durante le festività natalizie si finge sul serio di volersi bene fino a nanna.
Io ricordo che vinceva sempre nonna Marta. Che poi manco era mia nonna, ma la nonna di un mio zio immigrato a Bussolengo che lavorava in fabbrica. Praticamente la progenitrice indiretta di un disadattato che compensava la sua frustrazione operaia con la Vecchia Romagna etichetta nera.
Faceva cinquine da quattro milioni di euro la nonna Marta. E la nonna Margherita, la mia nonna vera, era per questo che ogni tanto andava di là: per accendere le sue bambole vodoo elettroniche.
E comunque, non funzionava.
Nonna Marta sbancava definitivamente il casinò sempre intorno alle ventidue e quarantasei. Poi, per non dare nell’occhio, ordinava dall’albergo a cinque stelle di fronte un cameriere ai piani. Lo scopo era di farsi massaggiare le varici da uno con la livrea davanti a mia nonna Margherita, a quel punto tenuta in vita, quest’ultima, solo dalla speranza di un ictus da sgranocchiare in diretta. Ma nonna Marta non moriva mai, né mai rimaneva paralizzata sul lato sinistro del corpo. Ci deludeva sempre.
In salotto, invece, gli uomini facevano la loro tombola virile giocando a briscola e sbevazzando vino bianco “Portopalo” da un deprimente bottiglione di sei litri. Ed anche qua, tanto tanto amore. Finiva sempre che mio padre era il disonore della famiglia perché aveva tirato un due di mazze inappropriato al contesto e perché a mio nonno Pietro evidentemente non piacevano i due di mazze tirati fuori contesto. Specie quando era sbronzo.
Vinceva sempre lo zio Lelio, un collezionista di mogli austriache che lavorava sulle navi mercantili e che, non si capisce come, rimorchiava donne residenti in uno stato ufficialmente non bagnato dal mare.
A noi bambini ci sistemavano su un tavolino basso, nella stessa sala dove si sgozzavano le nonne e invece di prestarci qualche spicciolo per favorire la sfida, ci zittivano con dei favolosi ceci da competizione. La nostra moneta corrente. Le nostre fiches.
Fantastico comunque sfidare la sorte per vincere un’eventuale zuppa di farinacei poveri. Tutta adrenalina.
Forse le maledette nonne speravano che un così rappresentativo simbolo proletario come il cecio, poco affine all’ottica capitalista e di sopraffazione altrui che la tombola richiede ad ogni suo giocatore, ci rendesse antropologicamente mansueti.
E si sbagliavano, se è vero che un quarto d’ora dopo il fischio d’inizio, io facevo gastroscopie a mio cugino Andrea, mia sorella Margherita strappava il cuoio capelluto a mio cugino Alessandro e mia cugina Mariella ci sorvolava tutti con delle ali da drago fino ad appendersi al lampadario per carbonizzarci sputando fiamme ad estrogeni e ovaie a razzo.
Quando si dice che il senso del possesso è innato e indipendente dalla natura dell’oggetto posseduto. Alla fine la zuppa di farinacei la lasciavamo vincere a lei, è chiaro.

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