LA CHIESA DEL FUTURO STA DENTRO UN BAZAR CINESE

Gridavo come un invasato. Quasi come se avessero assegnato il Pallone d’oro 2010 al portiere della Lodigiani.
– No, non ci credo!!
– No, non è possibile…non è possibileee….non è possibileeee!!!
Arrivò pure qualcuno a salvarmi con acqua e zucchero, ad urla ultimate. E il vicino di casa chiamò l’FBI e Chuck Norris in versione Waker Texas Rangers, senza badare a spese.
Cos’era successo? Qualcosa di più che inverosimile. Una roba che neanche la fetida immaginazione di Daniele Luttazzi, ibridata alle visioni cyberpunk di William Gibson, avrebbe potuto partorire. Altro che pallone d’oro ad un giocatore di serie C4, qui c’era in ballo qualcosa di più esplosivo.
In tivvù avevano dato uno spot di fantateoscienza che pubblicizzava l’invenzione del momento: il rosario digitale. Un amico in più per poter pregare dove vuoi, con chi vuoi.
Senza parole. A primo impatto. Poi la favella mi venne, copiosa e confusa nel cervello: sotto forma di concetti e rimandi a cose, case e soprattutto chiese che avevo letto in qualche libro e che adesso avevo bisogno di riordinare per rendere intelligibile il mio argomentare in coerenza.
Quello che avevo visto cambiava le carte in tavola: la primavera di una nuova Era era.
Per dirla attraverso i demagogici calembours di Caparezza.
Fortuna che adesso però cambio subito genio di riferimento, dirigendomi dritto filato, verso Walter Benjamin.
Senza necessità alcuna di osannarlo o di pagare un biglietto per vedere sudare la sua maglietta rossa, mi servo dell’acume di quest’ultimo per descrivere il fenomeno che mi aveva portato a strillare come una casalinga disperata.
Nell’ ”Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” il filosofo tedesco spiega le discrepanze tra l’unicum dell’opera d’arte (secondo una concezione romantica partorita in un hic et nunc, in un “qui ed ora”) e la riproducibilità tecnica della stessa, nuova possibilità dell’era tecnologica. lI concetto cardine enucleato, è che l’introduzione dell’industria distrugge fisiologicamente l’aura di unicità dell’oggetto artistico e fa venire meno il suo valore sacro e “cultuale”. Un enunciato applicabile, a ragion veduta, anche all’oggetto della tradizione religiosa, dal momento che esso nasce proprio in funzione del suo valore di culto e che solo dopo esso è finalizzato alla contemplazione estetica.
La storia del rosario colloca le sue prime apparizioni in periodo medievale, e lo concretizza subito, come ogni singolo pezzo della cattolica cassetta degli attrezzi, come liturgico ponte con la divinità.
La sua pregnanza salvifica è accertata dal copia-incolla che segue. Origine: un blog dalla nomenclatura un po’ imbarazzante. Trattasi di www.gesuconfidointe.org.
“Inoltre il Rosario, in quanto oggetto, è un oggetto sacro, la cui presenza nella casa di qualcuno o in tasca è, in un certo senso, un aiuto allo stato di continua preghiera a Gesù per mezzo di Maria”.
Ma andiamo avanti: con la rivoluzione industriale dunque, a riproducibilità tecnica assodata, la Chiesa si trova davanti la prima imbarazzante contraddizione. Come continuare a dimostrare la sacralità di ogni singolo pezzo dell’armamentario mistico? L’impasse viene superata attraverso la riproduzione estetica degli stilemi religiosi, attraverso l’inganno della riproduzione morfologica dei tratti distintivi tradizionali da cui traevano origine.
Adesso, a digitalizzazione fatta, la venerabilità dell’oggetto è ulteriormente messa in dubbio: la plastica e i led luminosi poco si confanno a dipinti, bassorilievi, archi a sesto acuto, oro, incenso, mirra e pietre preziose. Ma c’è ancora qualcosa tuttavia, che garantisce oggi la fidelizzazione della clientela cattolica: la dinamica del culto, la cui fenomenologia rimane intatta come da tradizione. Anche col nuovo e stupefacente rosario digitale.
Le preghiere insomma sono sempre le stesse.
La truffa è ancora nuovamente camuffata, ma questa volta, l’evidente incompatibilità della techne elettronica con la religione è travestita da un kitsch di cui i gingilli cattolici nei bazar cinesi sono perfetta testimonianza.
La commercializzazione di gadget religiosi che non appartengono a tradizioni orientali, si fa manifesta documentazione del valore non più “cultuale”, bensì “culturale” dell’oggetto in se. Fabbricato, riprodotto e venduto alla stregua di una borsetta tarocca della Louis Vuitton.
Al tempo medesimo: la fidelizzazione al bazar cinese dell’ occidente cattolico, l’usufrutto del gadget religioso, decreta ancora una volta l’incapacità critica e accecante del praticante ortodosso, e certifica una diversa percezione dell’oggetto sacro. Si attenuano ora i suoi connotati di medium quasi trascendente per il contatto con lo spirito celeste e si accentua, ad un tempo, la sua componente ingenuamente fanatica. Come un poster di madonna, per usare un esempio azzeccato, nell’anta interna dell’armadio di una quindicenne anni ottanta.
L’evidente deriva pop della tradizione religiosa d’occidente, lascia che i nodi vengano al pettine: non c’è via d’integrazione con il futuro digitale, e alla luce di ciò appare futuribile il declino e la scomparsa del Vaticano e di tutti i suoi ministeri.
Ipotizzo e teorizzo: probabilmente mi sbaglio. Ma senza offesa per nessuno, spero di no.
E allora prego: Che dio me la mandi buona.

Un uomo a mani giunte mostra la prova della nostra inferiorità biologica.

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