TUTTO IL CALCIO MINUTO PER DIALETTO

Non ero così sentimentalmente legato ad un campionato di calcio dai lontani anni 90. Tempi in cui il caschetto neomelodico danzante di un certo Beppe Signori metteva in discussione la mia eterosessualità con una raffica di galoppate vincenti in salsa biancazzurra.
Passione maniacale: decisomi a conservare minuziosamente ogni vocalizzazione di Gianni Cerqueti (corrispondente da Roma per 90° minuto) prendevo un vhs a caso dalla videoteca paterna, premevo il tasto rec e registravo sopra un grande classico del cinema le migliori sintesi delle vittorie biancocelesti.
Abbasso Kubrick e viva Cerqueti. Prototipo del vecchio professionista, Omero del commento tecnico: non una parola in più, né tre in meno; quattro barra cinque espressioni in cifra stilistica e una salivazione da esperto di marketing. Perfetto. Semplicemente perfetto. Come una Lazio che vinceva bene e spesso, spingendo al fanatismo un ateo come me che non amava né i Beatles né i Rolling Stones.
Ma nulla dura per sempre. Niente più calcio nella mia vita, già un anno dopo.
La parabola discendente di Beppe Signori e il suo passaggio alla Samp mi spinsero verso una terza di reggiseno di cui lentamente mi innamorai. A rimanere inalterati, in quegli anni di mutamento estremo, solo i dubbi sulla mia identità sessuale. Perché se era vero che adesso amavo una donna era altrettanto sicuro anche all’epoca che un uomo senza pallone è come un sostantivo senza aggettivi. Ambiguo.
L’astinenza si protrasse a lungo e si fece sempre più convinta scelta senziente: a farmi cambiare idea non riuscirono nemmeno le sopracciglia sorridenti di Cannavaro, il capitano nazionale che nel 2006, con un trofeo di oro massiccio teso verso il cielo, decretava definitivo che l’Italia era la squadra più italiana del torneo mondiale.
Dovette arrivare in ufficio l’autismo professionale di un nuovo collega per riabilitarmi. Claudio sapeva tutto di calcio: stimava i campionati esteri, elaborava teorie, fantasticava nuovi moduli offensivi, compilava pagelle e tartufava talenti fra le giovanili della Viterbese. Un forbito quanto monomaniaco interesse il suo, che mi coinvolse veloce: cominciai a rispolverare le mie limitate competenze tattiche, sbobinando gli scarni ricordi di calcio giocato e pescando dal buio un repertorio di preparazione in materia decisamente naif. Ciononostante furono chiacchiere su chiacchiere e finalmente arrivò il momento di condividere insieme l’emozione di uno schermo. Per novanta minuti filati, escluso recupero.
La scelta cadde a fagiolo su grande classico: Inter-Juventus, in onda solo esclusivamente per massonici abbonati a Sky. Si optò per un localino un po’ texano, ma ben fornito di donne dietro il bancone e birra. Ingredienti perfetti per una serata di provvisorio maschilismo.
Fischio d’inizio e vai. Giusto il tempo di riprendere familiarità con la tappezzeria del Meazza e intuii subito che nell’aria c’era qualcosa di strano.
Un telecronista con accento allo zafferano: più milanese di un risotto e più irritante di uno spray antistupro. Uno sconosciuto padano stipendiato da Rupert Murdoch, che vituperava ad oltranza i fraseggi juventini, tesseva lodi sperticate a mister Mourinho e intercalava sillogismi da nerazzurro bar brianzolo.
Per elevare al quadrato la surrealtà, immaginai come sarebbe stato assistere a quella telecronaca fondamentalista in una siffatta moschea nerazzurra.
Fortuna per me che un tizio in carrozzina sedutomi accanto cominciò ad urlare porchette e abbacchi. Sputando leghista sapienza contro ogni bella madunina possibile e immaginabile, leniva il mio fastidio.
Claudio mi spiegò velocemente sorseggiando la sua pinta di weiss: la telecronaca faziosa era una novità relativamente recente, diffusasi con l’avvento del calcio pay-per-view.
Tu paghi e io ti coccolo, o ti prendo per il fondoschiena. Dipende da cosa ha formato il tuo punto di vista alle superiori. Se Heidegger o le televendite di Mike Bongiorno.
Ma ad ogni buon conto una cosa è certa: se firmi abbonamenti ventennali a tv satellitari devi avere la possibilità di opzionare a seconda della religione d’appartenenza. Devi poter pigiare un bottone e scegliere l’idioma che preferisci. O i vocaboli pettinati di Sandro Piccinini o il vernacolo umanoide di un ex ultras con posto fisso in curva nord e in questura.
Dai campi, partita vecchia e cronaca nuova: adesso tutto il calcio è minuto per dialetto.

Conseguenze di un telecronista fazioso

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