UN CUORE CHE FA PROVINCIA

La seconda cosa che mi viene in mente è che solo in questa Capitale poteva nascere per partenogenesi fanatica un giornale come il Romanista. Fazioso per definizione, Venditti per filosofia, commovente per pathos, picaresco per estetica, sproporzionato per estremismo. Il quotidiano dei tifosi più tifosi del mondo.
Attendo ancora il titolone perfetto in prima pagina per dimostrare a tutti che sopra non ho azzardato aggettivi alla rinfusa. Qualcosa del genere: “C’è solo la Roma, vince all’Olimpico 1-1”.
Detto questo passiamo alla prima cosa che mi viene in mente: Daniele De Rossi.
In arte Daniele De Rossi, in parte Capitan Futuro. Un modo suggestivo questo, per dire in soldoni che è lui il degno successore di Totti. Lo ha decretato da tempo un disegno di legge in curva sud firmato da Napolitano. E se nessuno per anni si avvicina al suo cartellino, è perché sa.
Poi arriva il blasfemo Mourinho e tutto cambia. Dice di voler portare con sé al Real il ciumachello de Ostia per vincere un’altra Champions League.
Non bastava al tecnico portoghese aver soffiato alla tifoseria giallorossa Scudetto e Coppa Italia. No, l’esperto Mou voleva vedere che effetto fa comprare il crocifisso absidale della basilica di San Pietro per installarlo all’Hotel Hilton di Madrid come decorazione a parete.
Il club spagnolo lo appoggia e fa la sua proposta in milioni di euro.
E De Rossi che fa?
Passa la notte in bianco a vedere una retrospettiva su Fritz Lang, giusto per non pensare ai soldi in tasca. Poi si concede un triplo filtro fiore Bonomelli che non sortisce effetto. A questo punto, stanco e spossato, decide di passare alle maniere forti: mette su in mp3 una conferenza di matematici sugli integrali definiti e finalmente il sonno arriva. Cominciate pure a spargere la voce: le pecorelle sono roba superata.
Al risveglio poi qualcuno gli porta in camera un cornetto all’amatriciana, un cappuccino e il Romanista. Questo titola in prima pagina: “Roma è la mia vita”.
Sottotitolo: “Andare all’estero? La verità è che la Roma per me è tutto, è la mia vita. Non sento di poter essere felice lontano dalla mia città”.
In un attimo gli torna tutto in mente: ricorda veloce di aver rilasciato questa dichiarazione sotto effetto di pajata da Mario Er Trucido.
Nulla di tutto ciò è vero? Già, ma poco importa qui, perché al di là del reale sviluppo dell’affaire quello che più conta è la risposta definitiva per essere milionario. Lo insegna Gerry Scotti.
Ricco sfondato a Roma o a Madrid? De Rossi in realtà non ha mai avuto dubbi, perché sfoggiare il suo coupé da 24 cilindri ha senso solo dentro al raccordo anulare e perché un attico a Campo dei Fiori è l’attico più attico del mondo. La pensa così il centrocampista della Lupa, come la penserebbero tutti i romani de Roma.
Geneticamente provinciali, come Daniele.
Maledetto Roma Caput mundi e chi lo ha inventato. Perché ha limitato il sapere di ogni cittadino dell’Urbe, tracciando un recinto ideologico che si ferma là dove geograficamente inizia un’altra provincia. Tutto ciò che accade fuori questi confini ideali non importa, perché Roma è il vessillo della vita.
E mentre deduco tutto questo non posso fare a meno di costatare l’incompetenza filosofica che c’è dietro questa religione topografica.
Borghese come un concetto di famiglia, malinconica come un emittente locale, inopportuna visto e considerato il tempo tiranno che ognuno di noi deve trascorrere nel pianeta.
Ma forse non sono io a parlare, è il mio genoma. Abituato a subire dominazioni, diaspore, emigrazioni transoceaniche e trasferimenti in località sperdute della bassa Brianza, siculo com’è.
Non riesco proprio a comprendere come si possa nascere, vivere e morire nel medesimo luogo senza percepire tutto questo come un occasione perduta per farsi domande e darsi delle risposte.
Non è cosmopolitismo modaiolo il mio, neanche alla lontana: quello lo lascio agli aperitivi Trasteverini di promotori finanziari che prendono l’aereo solo per un week-end a Bratislava e che giunti in terra straniera cercano il primo ristorante italiano per ordinare bucatini all’amatriciana.

Daniele De Rossi ama i colori della sua maglia. Per questo usa Bolt 2 in 1.

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