CHARLES DARWIN ALL’ACQUAPARK

Fortuna che l’alone dello scimmione che vedete in alto a destra non sia viola. E detto questo potrei pure chiudere qui, se solo tutti conoscessero una certa pubblicità progresso anni novanta.
Invece no, comincio.
Qualcuno scrisse tempo addietro che l’intelligenza di una folla è uguale a quella del più stupido fratto il numero di persone che la compongono. Un aforisma tanto illuminante quanto pericoloso per il sottoscritto, se è vero che da quel momento la sopportazione della metropoli, dei suoi centri di aggregazione e delle attività antropiche ad essi strettamente correlati mi risultò decisamente più ardua. Non che non lo fosse già: sul mio documento d’identità alla voce professione corrisponde da tempo il sostantivo individualista. Un mestiere duro, decisamente incompatibile con le Rimini del mondo. Ergo, la mia ultima e unica visita ad un parco acquatico non può che essere datata.
Undici giugno millenovecentonovantatre, giorno in cui non mi fu sufficiente un minuto e trentasei secondi per decidermi ad affrontare il ripidissimo acquascivoli rosso. Più spaventoso di uno sguardo di Jack Nicholson in Shining.
I ganzi dietro di me scalpitavano in fila riempiendomi di improperi, mentre io non riuscivo a capire perché avrei dovuto lanciarmi da un sesto piano innaffiato. Quando, uscito dalla vasca, il temerario Mirko baciò la stupida Simona mi fu tutto più chiaro. La paura non fa novanta, fa nerd. E questi sono luoghi terribili, soprattutto in pausa pranzo. Al bar.
Detto questo, la mia non ancora concepita figlia Chiara è avvertita. Preferisco farla uscire con Mike Tyson sbronzo al volante di una Lotus decappottabile che accompagnarla in un posto simile.

No, i cartelloni che vedo in giro per Roma non mi convinceranno.
Forse, mi viene da aggiungere. Perché dopo due mesi di occhi che vanno giusto lì mentre guido comincio a sentire la necessità di sapere se alla zoofilia grafica del cartellonista corrisponde uguale fauna acquaparquatica. Ma è solo la tentazione di un attimo perché mi basta osservarlo in fermo immagine per sentir crescere in me il panico della demofobia e tornare al no definitivo. E’caotico quanto basta per essermi sinestetico: mentre ispeziono l’enorme immagine che si erge sullo spartitraffico Tiburtino riesco infatti a sentire i gemiti tardo adolescenziali di uomini in bermuda, le urla acute di bambini maleducati e dispettosi, gli starnuti di nonne dal costumone intero e le frustrazioni ululate dalle mamme all’indirizzo dei loro pargoli. Mentre queste ultime scaricano l’horror vacui delle loro insoddisfacenti vite schiaffeggiando pischelli e latrando loro a volume stratosfera, io rabbrividisco e comincio a pensare che sia stato il Telefono Azzurro ad inventare i corsi di fit boxe per signore. Ritorno allora con la memoria al vecchio manifesto del medesimo divertimentificio: un impaginato decisamente meno burino e caciarone che non mi procurava alcun attacco di panico. C’era visibilmente minor calca grafica di adesso e osservandolo non si correva il rischio di finire al pronto soccorso per asfissia semantica. La modella era la stessa, ma all’epoca non si truccava ancora con una pistola a spruzzo e cavalcava un tenero delfino, non un alligatore del Congo. E soprattutto: non aveva nessun equivocabile orango tango alle sue spalle. Cionondimeno, l’ammicco palese rappresentato oggi dallo scimpanzé “innamorato”, lasciava il posto nel vecchio poster ad uno slogan da chat erotica che recitava voluttuoso “Scivola con me”. Stimolatore lessicale perfetto per grafomani erectus metropolitani: per tutta la stagione estiva, traiettorie volgari di Uni Posca abbondarono nei pressi della donzella.

E adesso capisco.

Il grafomane erectus due anni dopo è entrato dentro l’immagine, per stare vicino alla sua dama: l’uomo contemporaneo è lì, dietro una bionda in bikini. Per dirci da chi discendiamo, chi siamo ancor oggi e soprattutto perché non è cambiato nulla.

Ragazza dell'est adesca grafomani metropolitani con l'inclinazione della testa.

Un grafico costringe un orango ad avere un rapporto sessuale con una donna dell'Est.

 

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