PRANDELLI DI STORIA

Un’Italia brutta come quella del 2006 e sfortunata come Willy il coyote, esce al primo turno del mondiale sudafricano. Lo sappiamo tutti.
Contento che sia andata così: sarebbe stata un’ingiustizia troppo grossa far vincere due volte la Coppa del Mondo a Vincenzo Iaquinta.
Ricordo ancora le emozioni della rovinosa partita con la Slovacchia: ogni gol di Vittek, attaccante abile nello sfruttare ogni singolo infarto di Capitan Cannavaro, era per me l’approssimarsi di un mondo migliore. Più si avvicinava il novantesimo e più sognavo: un pianeta dove Marcello Lippi era un perdente e dove magari ogni modella suonava il mio citofono dopo le 23.
Il fischio finale, avvenuto dopo 5 palpitanti minuti di recupero, suggellò purtroppo solo una delle mie fantasie. Mi toccò accontentarmi: della conferenza stampa terribilmente sofista di un uomo che per la prima volta lasciava la sua presunzione in panchina.
Poi il mio pensiero volò a tutti i neofascisti inconsapevoli che sui balconi della nostra penisola avevano innalzato l’italico vessillo per far sapere a tutti quanto è triste la loro vita. E lì sopraggiunsero nuove gratificazioni culturali.

“Mi assumo tutte le responsabilità della disfatta sudafricana”.

Solo pochi istanti durò la gioia per lo sguardo e il verbo mesto del nostro Ct: spenti i microfoni, si tornò in studio e io dovetti accettare un’altra volta il fatto che Marco Mazzocchi guadagnasse più di me.
Pochi minuti dopo su “Dribbling Mondiale” ebbero inizio i primi schiamazzi da cortile: il giornalista che è in ogni giornalista cominciò con le derive polemiche e si cominciò a parlare di giocatori oriundi da impiegare in nazionale tipo Rodrigo Taddei e Mauro Zarate, di Federazione Italiana Giuoco Calcio ha sbagliato tutto perché non si punta più sul vivaio e di Gianfranco Abete dovrebbe dimettersi.
Roba parzialmente condivisibile, ma che annacquava definitivamente, tramite concorso di colpe, la disfatta del nostro simpatico amico Marcello.
Cambiato canale, finito il mondiale. Adesso ho qualcosa da raccontare a un nipote di nome Carlo che non mi ascolterà. Probabile scenetta tipo:

“Vedi Carletto, Lippi avrebbe comunque lasciato la nazionale, ma non avrebbe mai immaginato di farlo in questo modo. Non si aspettava mica di uscire al primo turno”.

Carlo mi ignora, sta incollando esplosivo al plastico nello schienale della mia sedia a rotelle. Io continuo imperterrito il mio documentario di storia del calcio su Teleterzaetà:

“Poi arrivò Cesare Prandelli, un buon allenatore a cui non riuscivo a dare credibilità perché somigliava perfettamente al mio barbiere Orazio. Ma quello era un problema mio.”

Carlo sta collegando il detonatore.

“Ricordo che il giorno della presentazione allo stadio Olimpico…se non sbaglio era il 1° luglio, rimasi imbottigliato due ore nel traffico sul lungotevere. Ma anche questo era un problema mio.”

Carlo ha adesso raggiunto l’autoblindo parcheggiata in garage. Ha un telecomando in mano. Mi sa che è meglio tornare al presente.

Oggi: le mamme italiane non partoriscono più talenti e Prandelli allena una nazionale che non lo merita. Mi dispiace Cesare, ma in un momento di tale infertilità, tu non potrai mai essere la Storia. Fossi stato io il destino, ti avrei dato in mano l’ultima grande compagine azzurra, quella di Italia 90. Ti immagino alla guida di una nazionale con Baggio, Maldini, Baresi, Giannini, Mancini e anche questa volta il mondo comincia ad apparirmi un posto migliore. Un mondo dove l’argentino Caniggia non festeggia un fortunosissimo gol a pochi minuti dallo scadere e dove magari tutte le bambine del quartiere suonano il mio citofono dopo le 23.

Lippi dà in premio un calzino al suo fido Iaquinta.

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