E VISSE CON UN FALAFEL IN MANO

La prima volta che entrai in un ristornate cinese non ero in Cina. Zona chic di Catania, ai tempi delle medie. Riunirsi così e non ricordo nemmeno a chi era venuta in mente l’idea.
Erano gli ultimissimi anni ottanta ed io non sapevo decisamente nulla: conoscevo il cortile dove giocavo a pallone, Like a virgin di Madonna, mio padre, mia madre e frammenti di città intravisti da dietro i vetri protettivi dell’auto classe media di famiglia. Gli spazi mi sembravano enormi e le cose piene di cose. Per questo quando entrai al ristorante rimasi a menù aperto: io il pollo con le mandorle non l’avevo mai mangiato e la Cina non l’avevo mai vista.
Non c’era che dire e nulla a che vedere col fast-food di americana speranza che frequentavo abitualmente a merenda. Con i grassi saturi d’America, io ci condividevo l’occidente da quando ero nato: vedevamo gli stessi film, vestivamo gli stessi Avirex e le stesse Nike, io e l’hot dog. Per intonare lo svago col mio abbigliamento erano anni insomma che mi facevo mandare in bagno senza cena da ketchup, maionnaise, senape e patatine fritte. Colpa dei favolosi sixty, già belli e passati mentre io mettevo su i primi dentini.
Ricordo ancora l’imbecille emozione che pregustai mentre tornavo dal made in China, pronto a mostrare le mie magiche bacchette souvenir e a raccontare con inalterata commozione tutto il resto: i draghi in carta da riso così diversi dai quadri nulloconcettuali che avevo in salotto, l’acquario scenografico sotto i piedi così simile ad un Auschwitz tropicale e posticcio, gli ideogrammi incomprensibili e i comprensibili errori d’ortografia in traduzione.

Stupore, stupore, e poi grasse risate. Merito del pollo misto nociolini.

Piccole muraglie gastronomiche crebbero da quel momento sullo stivale e la mia colite reazionaria dovette arrendersi a quel nuovo imperialismo del sapore. Schivavo ancora, anni dopo, le terrificanti nuvolette di gambero, ma avevo imparato a digerire gli involtini primavera. Anche psicologicamente. Appena il tempo di occidentalizzare l’oriente del palato conosciuto e spunta il primo kebbabbaro della storia, con le sue bugiarde piastrelle d’importazione e la sua musica neonapoletana a palla. Reset. Tutto da rifare. Per velocizzare i tempi di socializzazione ne varcai immediatamente la soglia: ordinai un falafel medio, ci sguazzai dentro hummus, cipolla, salsa allo yogurt e piccante, pagai alla cassa. Poi, azione: nulla di più scomodo in natura. Se è vero che non mi piacque, ciò accadde perché la praticità vuole la sua parte nel giudizio estetico ed io ero riuscito a macchiarmi persino l’orecchino. Giusto perché mi aiutò il pavimento, riuscii a finirlo in un’ora. Tempo necessario e sufficiente a vedere nuovi neon sfriccicorare sulla statua di Vincenzo Bellini. Un thailandese, un messicano, un libanese, un eritreo, un indiano, un greco, un lillimarziano accendevano l’insegna del meltin pot di suggestione, perché si era sparsa la voce che pure gli italiani erano un popolo di imbecilli. La chiamano globalizzazione: quella cosa che se vai a Dubai, a Philadelphia, a Tokio, a Mantova non fa nessuna differenza. Non ancora PRONTI, ad ogni modo PARTENZA, chissenefrega VIA: kebab e falafel, sushi e sashimi, cumino e zenzero, involtini primavera e ravioli al vapore, tzatziki e moussaka, tacos e burritos, pizza e spaghetti. Tutti insieme spassionatamente, negli acquapark intestinali di universitari fuori sede e lavoratori a progetto di ogni città. Maglie e camicie ancor oggi ringraziano: martedì dopo il cinema per una macchia di salsa allo yogurt, venerdì dopo la disco lobotomo per uno schizzo di maionese, poi il sabato dopo l’aperitivo moderato con fidanzata per una colata lavica di pomodoro.
Chissà cosa ne pensa il Dixan: secondo me l’ha presa meglio del Dash che più bianco non si può.
Nemmeno il sottoscritto apprezza, e questo si era capito, ma se non si spiega il perché si rischia di confonderlo con un qualunquista che sguaina affilate tradizioni culinarie o, ancora peggio, con un tesserato alla carboneria dello Slow food. Invece no, la sola cosa che lo fa arrabbiare è che ancora una volta l’America detta legge, e questa volta senza far uso del protocollo Mc Donalds: gli basta imporre il suo modello di metropoli intollerante che si spaccia ipocritamente per topografico centro multirazziale.
Rassegniamoci pure, pertanto, al fatto che vivremo per sempre con un felafel in mano.

La scritta "doner" mi fa venire l'acquolina in bocca e non capisco perchè visto che non so nemmeno cosa vuol dire.

I bambini scelgono il kebab quando l'alternativa è una sodomia di gruppo.

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