IO VENDO DALLA LUNA

Vendonsi oggetti preziosi, frammenti di storia dell’arte, grandi protagonisti del novecento, cimeli bizantini, paesaggi fiamminghi: in televisione. Quasi fossero batterie di pentole della Mondial Market in acciaio inox 18/10 con coperchio in vetro temperato.
E questo è il preambolo o se volete l’antefatto, o ancor, se più vi cale, una piccola introduzione. Ma adesso passiamo ai fatti, al racconto, alla narrativa spicciola.
Su una spiaggia deserta in una notte di fine estate mi perdevo nei cosmodrammi del cielo osservando le stelle. Nonostante una popò di donna mi accarezzasse languida il viso, sussurrandomi promesse eterne come da Harmony, continuavo a pensare ai quadri del Pinduccio, alle tele di Morellino e alle sculture dell’Ortolani.
Negli ultimi minuti di coccole e smancerie la mia assenza si era fatta spessa e sincera: scandagliavo in memoria le illogiche sensazioni della notte prima, in salotto. Quando un ventilatore acceso di thailandese fattura e cinese distribuzione musicava in sottofondo il mio plasma, casualmente sintonizzato su un’emittente che smerciava i manufatti degli ignoti artisti di cui sopra.
Ricordavo dunque, mentre le rotondità amene della fanciulla che mi stava accanto cercavano di orientarmi verso superflue passioni. E mi tornava in mente il conduttore della trasmissione: un chiaro esemplare di omozoo celestiale, che per fingersi un essere umano, indossava un completo grigio Gianfranco Ferrè, una parrucca modello “Fabrizio Frizzi Postmortem” e una mimica facciale griffata Steven Segal.
Promulgava vorace ora dipinti di raro terrore estetico, ora bassorilievi del Sacro Ortolano Impero: coadiuvato dalla voce off di un Meganoide esperto di sconti che dalla consolle intergalattica sparava costosi numeri arabi con voce metallica.
Nel mio flashback l’inquadratura virava ora a destra e, saltellando periodi storici come fossero bignami, esaltava ora le fattezze di un mobile storico, da camera, discreto come un mausoleo in travertino e oro.
L’omozoo celestiale descriveva con minuzia prima e si adirava con sincerità poi, urlando così:
“non capisco come un collezionista d’arte possa restare indifferente di fronte a una consolle Luigi Filippo, siciliana, del mmm…mmm…secolo d.c.”.
Era un’invettiva al terrestre spettatore in ascolto che più avanti sfiorava la metaforica querela morale, nonostante l’evidenza dimostrasse che il problema era a monte. Lo sapevano tutti: trasmettendo dalla stazione orbitale della Galassia Eleteuria, porto franco per millantatori d’ogni genere vivente, non era mai stato facile per i clienti di Testaccio riuscire a prendere la linea.
Per questo la sua tensione accusatoria, recitata con omerica epica, diventava straordinaria. Per questo il suo genio commerciale, certificato da una laurea Cepu, ben rasentava un superlativo interplanetario ed extragalattico.
Wanna Marchi era a miliardi di chilometri di distanza, e non certo perché riscaldava adesso la cella numero 21 del braccio B di Regina Coeli.
La reale distanza tra i due si misurava in modi diversi di vivere dentro uno schermo tv: da un lato la volgarità sudata del genere umano ben rappresentata dalla spacciatutto romagnola, caciarona e saporita come una mechès al formaggio; dall’altro l’algida perfezione biomeccanica di un androide dall’eloquenza sopraffina che con robotici intenti rivoluzionari, prendeva il mondo e lo capovolgeva a testa in giù.
Il mio omozoo era speciale: perché, invece di gridare, tutto spocchia e vanagloria, che i centralini stavano scoppiando, condannava alla forca i rarefatti trilli d’acquisto giunti sull’Enterprise.
E io capivo così definitivamente che quella era pura televisione extraterrestre. Perché, da quando esiste il mondo, nessun imbonitore con o senza partita Iva può concedersi il lusso di mostrare che la sua bancarella non è affollata.
L’universo e le sue leggi cosmologiche, la fisica quantistica, le equazioni di secondo grado e la costante k, mi suonano adesso più affascinanti. Ora che ho scoperto il nebuloso mistero che si cela dietro l’esistenza di questa emittente. Quello alieno.

Omicidio in diretta

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