ORIENTE OCCIDENTALE E ACCIDENTALE

Albergo a quattro stelle, accendo la luce per vedere meglio. Subito mi rendo conto che l’interior design sta facendo passi da lillipuziano. Figurarsi che sul pavimento c’è ancora la moquette, nel 2010. E nello stesso anno dei quadri panoramici affissi alle pareti. Questi ultimi, concorderete con me, particolarmente duri a morire, forse ancor più di Bruce Willis. Sulla scrivania un “Do not disturb” da maniglia che non userò perché adoro essere svegliato da un maggiordomo nel cuore della notte e un volantino, anzi un depliant, anzi una brossure.
E’ la spa.
Quella convenzionata al mio hotel a 4 stelle proprio a due passi dal Duomo e con vista mare anche se il mare a Bergamo non c’è. Per i meno radical chic: per spa s’intende ogni struttura ricreativa dotata di servizi termali neotecnologici, o almeno, questo è quello che ha deciso recentemente e senza chiedermi il permesso il mondo occidentale e/o occidentalizzato. Vi spiegherei pure l’origine di questa curiosa nomenclatura, ma sono sicuro che non siete qui per imparare qualcosa. Poi, se proprio volete saperlo fate prima a consultare l’imprecisa wikipedia con il vostro iPhone. Ad ogni modo, non appena apro il volantino, anzi il depliant, anzi la brossure, la seconda di copertina in un disarmonico italiano mi insegna così: “Se ci poniamo in ascolto di noi stessi ci riappropriamo della nostra dimensione sensoriale, ci spogliamo del superfluo e siamo nella condizione di sintonizzarci con il mondo che ci circonda; cerchio magico che congiunge il sé con l’altro e con l’intero universo”.

Cacchio cos’è? – mi domando veloce – una canzone dei Marlene Kuntz o l’ultimo prolegomeno retorico dell’accoppiata Franco Battiato-Manlio Sgalambro?

Senza trovar risposta, mi dico solo che un corso involontario di filosofia zen non poteva iniziare in modo migliore. Ciò mi sprona a proseguire la fogliazione: ventiquattro pagine di immagini disposte in modo graficamente succulento consentono all’art director di cimentarsi in un citazionismo sproporzionato e talvolta pure sconveniente. Tra la selva di frasi ad effetto ne trovo una attribuita a Gandhi che ci sta come il cacio sui maccheroni, andati a male però. Il testo si fa più corposo al 43° del secondo tempo supplementare, quando il massaggio si fa protagonista narrativo. C’è il drenante per chi vuole fare tanta plin plin politicamente corretta, il decontratturante per i contorsionisti di videopoker, il tonificante per gli abbonati a cellulite Mc Donald’s e il personalizzato per i più maliziosi.
Ultimi i percorsi, itinerari del benessere a pacchetto completo dai nomi esotici e ultrasuggestivi. Più di tutti è il Marrakech quello che mi fa pensare come noi occidentali siamo ancora distanti da un ipotetico percorso Sarajevo e dunque dal cinismo necessario a raggiungere una qualsiasi verità intellettuale.
Il Marocco fatto in casa del bergamasco mi regala, parole sue, un “massaggio rilassante per vagare coi pensieri in terre lontane”. Non sia mai mi venisse in mente di meditare su una fabbrica di solventi chimici della bassa Brianza, mentre qualcuno mi friziona le membra stanche di ascoltare stupidaggini. Chiudo l’opuscolo, il volantino, la brossure, l’enciclopedia del new age a pagamento. E chiamo subito il notaio per intestare il mio unico appartamento all’artefice del capolavoro che mi trovo fra le mani. Un comunicatore che ha già estirpato dal mio cuore gente come Roland Barthes e Louis Ferdinand Cèline, e che, scoprirò più tardi, risulta essere pure schedato dalla polizia come ultrà dell’Atalanta. Sto razzista. Steso sul letto penso che una tale educazione al relax per l’anima e il corpo è l’ultima frontiera della pedagogia metropolitana. La stessa che ci ha insegnato a professare lo stress con austera regolarità e che adesso ci spinge a pagare per rilassarci.

E a questo punto mi chiedo: ma chi lavora in un centro benessere non recepisce questo come profondo conflitto d’interessi? E soprattutto quando è stressata dal lavoro dove va a rilassarsi?

A giudicare dalla luce sembra un Vermeer originale.

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