QUI C’E’ QUALCOSA CHE NON QUADRA, UN QUORE

Non ho ancora guardato il retro, né sfogliato le pagine della canonica brossure che accompagna il disco. Ma quello che posso dire è che a impatto questo nuovo e attesissimo album dei Negramaro mi piace. Visivamente. Se non altro perché ogni minuscola possibilità di evitarmi il contatto oculare con il frontman della band, non può che procurarmi un immenso piacere.
Nessuno canta e dunque nessuno suona, in copertina. Nessuno si lascia ritrarre in impossibili gravitazioni e contorsioni improbabili e pose scomode come divani di cactus. E’ tutto rinviato al prossimo speciale sulle pagine Vanity Fair, ove il leader cacofonico in questione figurerà in posa da star nonostante la sua physique du role sostenga il contrario. Certo la suburbia d’autore, sfondo sicuro della ventura messa in scena fotografica, ce la metterà tutta per diluire il grottesco, ma riuscirà a malapena a non farlo sembrare pugliese. E questa è già una gran cosa per uno del Gargano che da grande vuole fare il Rolling Stones.

“Daje Coso, me pari Fabrizzio Frizzi così però. Fa vedè gli anelli, fa vedè gli anelli. Mettite a papalina più bassa, daje e famme na faccia alla Gabriele Garko e su…ebbravo”.

Sbraiterà così in burino idioma, il fotografo, dito sempre sul click e scatto a raffica inserito nell’attesa del fortuito e benvenuto istante in cui il soggetto possa non somigliare a se stesso. E detto questo, una roba che mi stava tra il gozzo e il pomo d’Adamo dalla prima volta che vidi esistere il caro Giuliano Sangiorgi, passiamo ad altro che è meglio. Anzi no, un’ultima battuta prima di andare avanti, perché scherzare è importante e stare allo scherzo ancora di più. Eccola qui, sotto forma di retorica interrogazione:
Secondo voi stona di più che i Negramaro registrino il loro ultimo album in Canada o che io passi un weekend di passione con una modella di Penthouse a Pinerolo? Per oggi può bastare, forse. Adesso parliamo della cover di “Casa 69”, che si sta facendo tardi. Leggende lapalissiane narrano che sia opera del bassista Ermanno Carlà, il quale, tra un giro di do e le istruzioni di un Commodore 64, interpretò i moti ascensionali e le correnti gravitazionali per regalarci un simbolo inedito, mai visto, impensabile per una qualsiasi forma di comunicazione commerciale.

Un cuore.

Una roba che neanche Christian Vieri prima di lanciare la Sweet Years aveva mai pensato, impegnato com’era a smaltire la Canalis nei rifiuti speciali.
Certo, a guardar meglio si scopre che sotto il grafico pulsar d’amore di copertina c’è pure dell’altro, ma lo dicono tutti che il cuore viene prima di ogni cosa e perciò sorvolo. Anche perché sono andato fuori tema già troppe volte nella mia vita.
Parliamo di cose serie: come facciamo, mi chiedo, ad accettare che un cantante, un chitarrista, un tastierista, un bassista, un batterista e un sintetizzatorista continuino a comporre canzoni d’amore senza essere condannati per falso in creatività e monotonia aggravata? Che bisogno c’era, aggiungo, di mettere in copertina il corrispettivo simbolico della parola più usata nella storia della musica leggera?
Rispondo solo alla seconda, delle questioni: è il fascino irresistibile delle copie vendute. Perché nell’immaginario romanticoccidentale la retorica del cuore non muore mai, e loro lo sanno. Chiamali musicisti, ‘sti maghi dell’advertising.
Laurea in marketing e accordi bolliti, onorificenze in art directoring e melodie lagnose, allori in economia e commercio e poesia di bassa lega. Tutto estremamente meritato. Finché non mi accorgo che qui c’è qualcosa che non quadra. Un altro quore. Con la C di copertina, ovvio, ma dell’ultimissimo album di un’altra rock band. Gli Skunk Anansie, signore e signori.
Embè? Embè adesso io sono stufo di saltare a conclusioni. Fatelo voi, però prima passate da Ricordi Media Store a comprare Little Tony che è meglio.

Sopra, un bellissimo brutto.

Quando sei depresso, puoi dirlo: "La vita è una canzone dei Negramaro".

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