NIRVANA D’OCCIDENTE

1.

Tornai dalla mia vacanza solitaria di domenica pomeriggio. Non appena atterrato un Nokia Tune mi avvertì che di sera qualcuno dava una festa. Un occasione per me, tra un bicchiere di vodkapolarlimonello e l’altro, di vantarmi del fatto che avevo valicato da solo le frontiere nazionali.

Ricevuto da:
Marta
+393288390345

Seratina autogestita!
Marco inaugura il suo
Loft!! Ore 22

Che fai vieni? 🙂

Mi sembrò quasi romantico ricevere un messaggio, contenuto modaiolo ed emoticon naif nonostante. Forse perché quei giorni di social network, multitasking, conversazioni in tempo reale e chiamate voip avevano ormai per sempre declinato l’aura sentimentale dell’sms giunto a destinazione. Una roba che accadeva sempre meno frequentemente e sempre più per mano di un algido algoritmo da compagnia telefonica. Come questo.

Ricevuto da:
Wind +393208473600

Ti ho cercato alle
ore 17.44
del 22/10/2009.

Decisi di andarci alla seratina. Solo perché avevo qualcosa da raccontare.
Meglio: la possibilità di sbobinare gli ultimi giorni vissuti in terra estera con un auditorium si prefigurava come la circostanza perfetta per riuscire a capire come interpretavo il mio malvissuto e quanto ero in grado di fingere istrionicamente di stare bene con me stesso.
Mi aveva invitato Marta: una cerebrolesa tanganaturaldurante che gradiva le mie pillole di morboso nichilismo solo perché non riusciva a distinguerle dalle volgarità internazionali del suo istruttore di fitness. Nulla di cui stupirsi, dal momento che sentirla parlare significava ascoltare simili perle di proletaria saggezza:

– “Secondo me Sarah Jessica Parker ha una bellezza molto particolare”-

– “Le ho consigliato una bomboniera in cristallo perché il cristallo si sa, fa sempre il suo effetto”-

Perché continuava a cercarmi?
Un’analisi rapida di perversioni sociali largamente diffuse mi aveva chiarito le idee al riguardo: Marta apparteneva palesemente a quel particolare zoccolo duro di compagnetti di scuola che continuano a frequentarti coattamente fino ad incontinenza inoltrata.
La casualità alfanumerica che ingabbia gli individui X nella medesima sezione Y dello stesso liceo Z, viene ancora interpretata da taluni elementi del genere umano come un patto di sangue più sacro di ogni cambiale a tasso variabile negoziata con Mefistofele.
Si era trasferita a Roma due anni prima di me e non aveva smesso di telefonarmi almeno una volta a settimana per sapere come stavo-che facevo e per raccontarmi i meritatissimi atti di violenza verbale che subiva dal suo ragazzo. Un attoruncolo di fiction locale alto un metro e novanta che soleva passare i week-end a sfogliare cataloghi di escort in Repubblica Ceca. Lei lo chiamava il mio compagno. Perché superati i ventotto si dice così: è un salto lessicale obbligato, paragonabile a quello culturale che si fa quando si passa dal Cioè a Vanity Fair.

– “Perché faccio la creativa, capisci? Tu non puoi darmi regole su quello che devo inventare”.

Diceva anche questo l’imbecille. Adesso che, dopo anni di sabbatico post-laurea, si era finalmente decisa a lavorare per poter dire a tutti quanto è ingiusta la legge sul precariato. Si occupava di: impaginare brutalmente i cataloghi di un discount d’arredamento, scontornare prodotti surgelati per inserirli in un volantino di offerte Auchan ed eliminare in Photoshop la cellulite a buccia d’arancia da modelle di periferia. Ometteva però, con cura e dovizia ellittica, che l’agenzia la pagava in “io vedo un futuro qua dentro per te”, più buoni pasto per Mcbacon dal lunedì al venerdì. Ciononostante le volevo bene. Ma non chiedetemi perché.

2.

Tornando a noi e a quello che mi attendeva quella sera: avevo ormai imparato pavlovianamente il significato dell’espressione serata autogestita e alla luce di ciò sapevo bene che dietro quella perifrasi si nascondevano abitudini sessiste e di sinistra. Contemporaneamente. Sessiste perché sottintendevano una divisione di compiti da società paleopatriarcale: gli uomini portano da bere, le donne preparano da mangiare.
Di sinistra perché, e lo sapevano tutti, si beveva male e si mangiava peggio: coerentemente con la logica di negazione dell’agio propria del CheGuevaresimo Maoista. Dove c’è comodità non c’è Komunista. Perché l’uomo di sinistra con la K di okkupazione ha il vizio culturale di percepire il comfort come barriera architettonica.

Biglietteria Trenitalia/Atto unico

Komunista: Salve, un biglietto Roma-Catania per venerdì pomeriggio.

Impiegato FS: C’è il treno 1076 delle ore 18.15. Viene 35 euro con prenotazione posto in carrozza lebbrosi. Sennò aspetta, fammi dare un’occhiata…Ah, ecco..offerta Prestige: treno 1345 delle 20.20…prenotazione letto in prima classe, poltrone idromassaggio, champagne e la possibilità di tenere Carla Bruni al guinzaglio. Costa uguale.

Komunista: Va bene il primo.

Si finiva così per passare la serata: ad assaporare controvoglia pietanze etniche in base curry preparate con l’ignoranza occidentale di ogni Salto in padella Findus, e ad ingurgitare in rigorosi bicchieri di plastica liquidi all’etanolo rimestati in uno scantinato di Frosinone. Maleducato a puntino da tali barbariche fenomenologie di massa non potei esimermi da un salto in uno dei tanti bengalesi che avevano ingravidato la mia periferia di generi alimentari disordinati e costosissimi. Passeggiando maledettamente sul lato chic di Torpignattara, quello tutto pusher e settantacinquenni al bar, ne vidi uno in lontananza.
Non c’era insegna luminosa alcuna a segnalarmelo, come sempre del resto. Perché i bengalesi non usano tubi al neon per rendersi topograficamente riconoscibili, ma un mazzo di bifolchi dalla nazionalità trasversale che si urlano in faccia robe incomprensibili.
E io mi chiedo regolarmente: saranno pretestuose avances che anticipano imminenti baruffe alcoliche, o questa folla multietnica sta solo scambiandosi pacifiche comunicazioni di servizio in lingua autarchica? Ogni volta che li guardo sputarsi in faccia, gonfiare giugulari e ricorrere alla mimica di un gangsta di Harlem mi piace interpretare il tutto come il segno della veemenza necessaria ad attutire inevitabili incomprensioni di lessico transnazionale. E allora sogno conversazioni da ascensore mentre in tenuta da pitbull l’uno si scaglia contro l’altro.

– “Certo è che questo tempo….ieri pioveva, oggi fa il sole”-

– “Si infatti, ero uscito con ombrello e sciarpa di lana oggi e invece…ma tu guarda un po’”.-

Nel frattempo manca solo un coltello o il collo di una Peroni da 66 per delineare l’estetica classica della guerriglia urbana.
Ma continuo a divagare.
Dicevo: passeggiando maledettamente sul lato chic di Torpignattara, quello tutto pusher e settantacinquenni al bar, ne vidi uno in lontananza.
Avvicinandomi sempre più alle movenze delicate di questi difficili esempi di umanità, cominciai a percepire i classici enfisemi polmonari propri della lingua arabeggiante e le lallazioni tipiche del nostro rom di fiducia[1]. Tirai dritto come se nulla fosse, poi scansai gli equivoci ed entrai nel bazar: due minuti buoni di contemplazione e i caotici scaffali di alternative rivelarono ai miei occhi un prodotto geniale. Era un rum. El Ron Bacéro, per la precisione. Un tarocco ibrido e deforme, risultato di una gang bang che vedeva coinvolti nell’ordine: una bottiglia di Bacardi bianco, una di Havana 7, un’altra ancora di Pampero. Logo, onomastica, stile del packaging testimoniavano a mio favore.
Per accompagnarlo all’esofago, nessun succo di pera della Puertosol. Neanche sotto tortura. Volevo evitarmi a tutti costi un prevedibile show di sciroccati caucasici in visibilio tropicale per la parola Chupito. Tutto qui. E allora Cola sia, pensai, ma non Coca.

Ma solo perché mi toccava compiacere l’etica pneumatica degli ultratrentenni avventori della mia seratina autogestita: una folla di ambientalisti e anticapitalisti di maniera che andava in bicicletta, adorava la raccolta differenziata, malediceva Scajola e che nel frattempo sintetizzava idrocarburi Armani e Miss Sixty nel proprio guardaroba di rappresentanza.

Ne ero sicuro: se avessi varcato la soglia del loft col bottiglione da due litri di frizzantume neoliberista, mi avrebbero appeso ad un filo teso sopra il baratro di una piscina. Pronti a colpirmi con una torta esotica in faccia per farmi divorare retoricamente da uno squalo sofista in attesa in acqua.

– Meglio quella che guarda verso La Mecca – mi dissi –

Avevo letto su Wikipedia che il fondatore della Coca d’oriente, devolveva parte del fatturato alla giusta causa palestinese. Avrei fatto un figurone con i miei amici Komunisti, se solo lo avessero saputo. Potevo dunque sperare solo nell’effetto trend dei caratteri arabi presenti nell’etichetta, solletico per un basso ventre intellettualoide in attesa di nuovi orgasmi etnici.
Selezionato l’eventuale altro prodotto attesi il resto alla cassa, mentre il nipotino del gestore armeggiava ai miei piedi. Sotto lo sguardo ammirato del suo futuro antenato e della mamma, il piccolo aveva deciso di utilizzare il pavimento come tagliere, riducendo in poligoni irregolari un blocco di mortadella poco prima recuperato dal banco frigo che adesso fungeva da spuntino batteriologico. Una scena barbara e neorealista, ma non meno di tante altre occidentalissime.

3.

Alla porta di casa di Marco mi accolse Marco: un etero trentenne con una parrucca in testa. Bionda, lunga, goliardica e tempestosa. Indossava pure un paio di superflui Ray Ban, mentre io stavo ancora lì a chiedermi perché avevo la costante sensazione in presenza di folle divertite e/o divertenti che da un momento all’altro la radio potesse suonare la hit del momento: Loosing my religion dei Rem.
E invece no, erano passati vent’anni e adesso lo stereo batteva un indistinto trip-hop.
Il mio sorrisino di circostanza fu inutile perché il padrone di casa nemmeno mi aspettava. Anzi, per essere più precisi non aspettava nessuno. Aveva solo un estremo bisogno di sentirsi un po’ Andy Warhol e un po’ Jimi Hendrix, con quella gente intorno, l’odore intonso di un hashish timido e qualche striscia di coca qua e là che alzava i toni della dissoluzione e alimentava la stupida vanagloria della massa. Come l’ultimo film di Gus Van Sant in loop sull’lcd d’ordinanza in salotto. Tutta roba che regalava illusioni di dignità a quella ciurma disperata e inconsapevole. Incontrai subito una donna dai capelli rosso protone. O meglio fu lei ad incontrare me, dal momento che mi venne incontro quasi volesse strapparmi l’uccello dai pantaloni per darlo a mangiare ad Eva, il suo Golden Retriver che stava fuori parcheggiato in giardino.

E invece mi baciò come una bolla di sapone, stupendomi per lascivia e delicatezza. Poi portò via dalle mie mani il beveraggio.
Si chiamava Roberta. Finalmente vidi Marta, che non si alzò nemmeno dal divano in cui era accasciata limitandosi ad un gioioso ed eccessivamente euforico cenno di saluto col braccio. Forse per farmi capire che in quel momento la sua priorità era farsi abbassare le mutande dal moraccione grande e grosso che le stava accanto. Realizzai in un attimo che il suo compagno era rimasto a Praga a scopare con Urina, un’accompagnatrice ucraina poco più che ventenne dal nome imbarazzante. Eccome se ve ne eravate accorti. Mi bastarono poi un altro paio di occhiate per capire: il moraccione grande e grosso era uno di quelli che si toglieva da solo le sopracciglia, quelle di troppo. Perlomeno rispetto al modello di uomo tratteggiato nei manga erotici giapponesi che suo fratello leggeva nel cesso per procurarsi, manco a dirlo, gli stupori mistici dei primi orgasmi. Nel frattempo la rossa era tornata da me, servendomi in plastica un liquido rigorosamente caldo. Cominciò a torcersi le membra e ad arricciarsi i capelli, mentre mi raccontava del suo lavoro in un ufficio stampa di un partito politico stragista. Mi guardava come una neoporno ad un’audizione o come una webcam girl affetta da una grave forma di patetico sex appeal. Una roba così, se mi fosse accaduta in corretta età puberale, avrebbe provocato un’erezione alla mia erezione. Ma lì, in quel luogo in cui Loosing my religion era un successo del passato, in quel pianeta di pubertà traslata dal fallimento di una maturità mai raggiunta, la cosa mi lasciava del tutto indifferente. Non lo davo a vedere però, mentre con la coda dell’occhio avvertivo Marta che ero a mio agio, che la festa era di mio gradimento e che tutto questo non era vero.
Nel frattempo la tipa, sempre più arrapabile ma mai arrapante, continuava il suo peep show senza che io inserissi nell’apposita feritoia nuove monetine da 25 cents.
La lasciai un attimo per andare a riempirmi il bicchiere nuovamente. Adesso la mia amica creativa era da sola, sfumacchiante sul divano e in evidente pausa estrogeni: era il momento buono per scambiare quattro chiacchiere con lei visto che il suo partner sessuale, temporaneamente assente per minzione strategica, sarebbe tornato da un momento all’altro.
Marta è oggettivamente bella. Ma non è colpa mia se l’unico posto in cui riesco a vederla è una cassa del Sigma di via Tor Tre Teste. Probabilmente mi sarebbe piaciuta di più se avesse fatto la cassiera, se si fosse assoggettata a quel principio che nella Repubblica platoniana accomuna il lavoratore comune alla parte irrazionale dell’animo umano. Del resto, anche quella sera era strafatta di french nails. E cos’è pittarsi le unghie di arabeschi e damaschi se non una dichiarazione in carta L’Oreal di irragionevolezza?
Quando tornai in zona rossa, trovai quest’ultima inginocchiata su un finto parquet in rovere con il collo teso verso un abbandono estatico recitato in stile cinema muto anni trenta. Carico fino al midollo di artificio e maniera, come del resto le mani unte da chissà quale inutile fighetteria ayurvedica di chi le praticava un massaggio. Le tradizioni indiane erano lì, dentro quelle mani usate indistintamente per frizionarsi l’uccello in adsl, afferrare Big Mac, tastare chiappe similcubane in discoteca e colorarsi la faccia con autoabbronzanti chimici della Nivea per l’inverno che verrà.
Era il moraccione di cui sopra, che nel frattempo aveva abbandonato l’idea di apporre la propria bandierina di conquista sopra il capezzolo sinistro della mia amica Marta, per l’imminente necessità di venire in faccia alla mia rossa protone. Se la portò a letto una ventina di minuti dopo utilizzando come trombabus il suo pisello meccanico: un Bmw X3. Un aggeggio a quattro ruote che sembrava un suv in sovrappeso da fast food e che fece da spola tra il luogo fisico dove era avvenuto lo speed-date e quello dove si sarebbe a breve verificato un cumshot. Non c’ero rimasto male. Ma mi rendevo benissimo conto che se una roba così mi fosse accaduta in corretta età puberale, avrebbe provocato una commozione alla mia erezione cerebrale. Lì invece, in quel luogo in cui Loosing my religion era un successo del passato, in quel pianeta di pubertà traslata dal fallimento di una maturità mai raggiunta, la cosa mi lasciava del tutto indifferente. Avevo raggiunto il mio nirvana d’occidente, forse la vertigine della mia anestesia. Un’assenza sgradevole di turbamento che mi spinse a tornare indietro nel tempo.
E allora cominciai a ricordare con impegno le ossa di Marika Pendicone, compagna di banco in simil-pelle con l’ hobby dell’anoressia che in un carnevale di mille anni fa, quando avevo dodici anni e non auguravo ancora la morte a Lorenzo Cherubini, mi si avvicinò suadente mentre Zucchero cantava “Solo una sana e consapevole libidine, salva i giovani dallo stress e dall’azione cattolica UUUU”.
Io ero vestito da Batman, lei da Oda-lisca, visto l’ago della sua bilancia.
Mi baciò e fu meraviglioso, sebbene per tutta la durata di quell’approccio non la smisi nemmeno un attimo di chiedermi cosa cazzo volesse dire quel cantante che ritmava in soprafondo il nostro giovane fremito d’amore. Immerso in tali nostalgiche polluzioni infantili tornò un meraviglioso sprazzo di infelicità per le cose perdute. In una serata che mi ritrovavo a condividere con una mandria psicologicamente malnutrita, forse perché allevata in un recinto da ingrasso che nel corso degli anni gli aveva somministrato indifferentemente Pokemon, Negrita, calendari Pirelli, film concettuali, cd della verbatim 700mb, Chupa Chups, preservativi, mensili di motori, artisti di strada, sagre della porchetta, doppi turni e straordinari, badge elettronici, username e password, gadget Hello Kitty, finali di Coppa dei Campioni, collane di perle di Maiorca, coperte in lana merinos, corsi di recupero a settembre, lauree specialistiche, vernissage, teorie della relatività e leggi di Murphy.
Nel frattempo un altro Bacèro-cola scendeva indisturbato giù verso le mie frattaglie, annoiate dall’eterno ritorno di un vizio sociale oramai quasi metabolico.
E lì, a reflusso gastroesofageo attivo, continuai la stimolazione del dolore avvicinandomi ai giorni nostri. Ricordai facilmente: poco più di un mese addietro la mia donna mi aveva lasciato per farsi coccolare dalle attenzioni da manuale di un americano. Un bifolco tatuato che si era trasferito in Italia probabilmente solo per dimostrarmi coi fatti la superiorità di razza del popolo a stelle e strisce. A me, che avevo sempre definito il loro patriottismo come l’effetto collaterale di un complesso d’inferiorità storica.
Pensai a lui, a lei. Ai loro corpi nudi nel più conturbante preliminare nella storia del sesso interraziale. Un tentativo di tortura psicologica che non andò a buon fine, se è vero che mi sorpresi subito a pensare a quanto era distante l’epica del dolore adolescenziale per la perdita dell’oggetto amoroso da quella sensazione di orrore punk che mi faceva gridare adesso: “No future” come Johnny Rotten in God Save the Queen.

Sopra il loft chiaramente di sinistra, ove trascorsi la serata.

[1] Dissertazione nazionalsocialista mio malgrado. Avrei voluto inserire una svastica a piè pagina, ma word non me lo consente.

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