8 BIT SOPRA IL CIELO

Samantha Fox era notoriamente una “Big Natural Tits” prestata alla musica pop, quando un Re Magio mi portò in dono oro, incenso e Commodore 64.
Già, niente mirra per il sottoscritto, perché negli anni ottanta era più facile procurarsi un processore a 8-bit che una gommaresina aromatica. Una fortuna per me, visto e considerato che all’epoca nella mia mangiatoia c’erano più Converse All Star che Giuseppi e Marie.
Scartai l’omaggio sotto la conifera natalizia con una gioia neoproletaria che ancora ricordo con nostalgia.
Non passò un mese e, dal mio pusher di nastri magnetici, acquistai per il babbo una copia dell’Espresso e per me un videogame della Martech, che della tettona di cui sopra si serviva, come erotico specchietto per le adolescenti allodole come me.

Poker o strip, si chiamava così.

Tu sbancavi Samantha, e lei si spogliava. Lei ti mandava al verde e si rivestiva. Come per magia, senza nemmeno muovere un capezzolo, si spostava tra una statica schermata digitale e l’altra, improvvisando così un frustrante spogliarello a rate.
Bisognava superare cinque stremanti livelli per vedere definitivamente le sue enormi tette a pixel cubitali. Motivazioni esclusive queste di ogni player con la coscienza a posto e il pisello sulle spalle.
Pure io non desideravo altro. Perché avevo sì dodici anni, ma non ero mica un ingenuo. Sapevo benissimo un sacco di cose: ad esempio che la masturbazione non può fare a meno della rappresentazione simbolica. E che per questo, il mio nuovo videogame mi avrebbe condotto con le sue vertigini binarie verso una nuova e culturalmente rilevante frontiera della sega.
La prima volta, mi masturbai correttamente dopo un’ora di trattativa d’azzardo con la maggiorata.
Un full d’assi e finalmente fu annunciazione delle poppe. Un’immagine in bassa risoluzione, a dirla tutta, che mi costrinse ad allontanarmi il più possibile dallo schermo, per vederci meglio.
Giunsi fino all’imbocco del corridoio Alpha Centauri per ottenere una sufficiente qualità di definizione. Peccato che da quella prospettiva intergalattica il tutto mi appariva grande quanto una figurina Panini.
Si sa, ogni privilegio ha le sue controindicazioni.
E comunque: quella era la mia prima sega a distanza celeste. E soprattutto, dopo mesi di fumetti e riviste porno e ragazze Cin Cin, quella era la mia prima sega videoludica.
I programmatori avevano previsto tutto: intelligenti sociologi, lasciavano Samantha ignuda per tutto il tempo del mondo intero. Era un premio intelligente, per il consumatore.
Cercando così la “gioia” sperimentavo dunque un nuovo piano della mimesis ove liberare le mie energie narcisiste. Allo stato liquido.
E se quelle poche centinaia di pixel bastavano ad attestare la referenza di una zinna, a dar credito alla sua esistenza reale rendendomi plausibile l’orgasmo, tutto ciò accadeva grazie alla collaborazione di un’altra macchina iconica portatrice apparente di verità: la televisione.
Processi cognitivi intertestuali si attivavano dunque nella mente dell’onanista: me, nella fattispecie. Dai pixel immobili della schermata che mi trovavo di fronte, allo spazio simbolico in movimento di “Superclassifica show” e ritorno, la consistenza ontologica di Samantha prendeva quota, con la collaborazione del potere di verità del realismo video fotografico.
E tutto questo, proprio mentre la pop star americana scalava le classifiche sguazzando le sottoscritte mammelle con il singolo “Touch me”. Ironia della sorte, dal momento che nessuno dei suoi onanisti avrebbe mai potuto palparle l’epidermide. E forse, forse era giusto così.

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2 thoughts on “8 BIT SOPRA IL CIELO

  1. claudio verzilli ha detto:

    Spettacolare pezzo . Io sapevo anche il trucco come far apparire la foto di samantha direttamente nuda ( bisognava cambiare una riga del listato ) senza dover necessariamente vincere !

    Bei tempi quelli … commodore 64 e Postalmarket !

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