CON UNA ROSA D’AMOR, TI PERCUOTO

San Valentino: le ufficialmente fidanzate, abbinate alla propria metà da tempo immemore e erroneamente convinte che la loro è l’unica vita possibile, sono tutte un fermento. S’agghindano d’ardore e d’ombretto per la serata, le giovinette, ignorando la comprensibile malavoglia dei loro lui, da sempre mal avvezzi alla smanceria comandata.
Le single per scelta, turiste sessuali della metropoli, fanno amblimbletta e scelgono a sorte lo sfortunato accompagnatore sociale, che putacaso è il più facoltoso dei quarantaquattro in lizza. Verrà premiato con una notte di pizzo, ma solo dopo aver scontato una penitenza a lume di candela.
Le zitelle per caso, in gravoso ritardo, indossano ruspante e improvvisata malizia per i palati meno abbienti e noleggiano un tamarro italiano da un’azienda di autotrasporti. Perché si sa, dentro ogni camionista c’è un camionista romantico.
Le principesse senza speme, ultime per sempre e condannate a tre ergastoli di nubilati forzati, fanno un salto dallo spacciatore di rose convenzionato Interflora e spediscono nell’emisfero australe un bouquet incaricato di tornare indietro come un boomerang. Clonato l’entusiasmo per la galanteria ricevuta, si attaccano poi alla bottiglia di testosterone etilico, e si sbronzano di amore fallito.
In occasione della speciale festa degli innamorati, i ristoranti ne approfittano per importare derrate alimentari da una mensa della Caritas o da uno spaccio militare nei pressi di Boccea. Tutto deve essere perfetto in questa notte di pessima cucina, soprattutto il conto al tavolo 5, impastato con ottimo lievito di birra. Il ristoratore lo sa che per sopportare i cucci-cucci e i ninni-ninni della morosa, l’unica cosa che il sesso forte può fare è scolarsi 6 pinte di bionda e pagare l’estorsione alla cassa.
Ci si sacrifica, si fa tutto quello che non si vorrebbe: in una serata come questa noi uomini riusciremmo a fingere interesse persino per una rivista d’arredamento.
Ma se smorziamo i toni della nostra abituale e virile tracotanza, mica lo facciamo per loro. Lavoriamo per noi, ci sacrifichiamo per la squadra dei maschietti, sia chiaro, ci immoliamo in croce portando seco un mazzo di rose.
Le rose! Fortuna che ci sono, in questo pianeta. Non ci fossero le rose e il loro corollario multinazionale di Baci Perugina, Trousse della Pupa, Peluche della Trudy, amori di gomma e cuori di panna rischieremmo grosso, giusto la possibilità di dare pari dignità umana alle nostre signore. E invece ci basta coccolare il loro istinto culturale al vezzeggiativo, creare un’epopea sentimentale con gli ammennicoli del 14 febbraio, per tenerle sotto giogo retorico e mantenere così la supremazia di specie.
La Grande Matriarca è abolita e con perseveranza deve essere mantenuta la subordinazione del femmineo ordine. Lavorano tutti in questa direzione, dall’infiltrata Sofie Kinsella, che alle fanciulle insegna bene come si fa a regredir meglio, ai più alti ministeri ideologici e commerciali dell’androcrazia.
Dal canto loro le donne, docilmente e ingenuamente fanno la loro parte: accettando bancomat, carte di credito e un mazzo di sofismi rossi all’occorrenza, accendono per prime la fiamma olimpica del mascolinismo.
Non hanno ancora capito, le stolte, che è il galantuomo il loro primo nemico.
Meglio così: è più facile trovare un fioraio aperto nel cuore della notte che un po’ di verità nel cuore di un uomo.

Sopra Vinicio Capossela interpreta a suo modo il mio post, e si malveste a prescindere.

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