SE LUI SI GRATTA LE PALLE, IO VOGLIO RASPARMI LE OVAIE

Arrivo tardi all’appuntamento con la mandibola equina di Sarah Jessica Ciuchino Parker.
Alla confortevole età di 31 anni e 99 centesimi vedo il mio primo e ultimo spezzone di “Sex and the City”.
Poco male, visto e considerato che non ho ancora letto Les Miserables di Victor Hugo, I Fratelli Karamazov di Dostoevskij e l’Ulysses di James Joyce.
Ciononostante parlerò oggi della fiction più Louis Vuitton d’America: con ammissibile anacronismo sì, perché mi piace così.
Ne godo sempre, a trattar le cose in differita. E’ una roba che faccio spesso. Quasi un’abitudine fisiologica, come la piscia.
Non si spiega altrimenti la mia cattiva inclinazione verso quel tipo particolare di inattualità che non è ancora vintage e che non è più, salvo casi eccezionali, argomento di conversazione.
Passa il trend, la gente dimentica tutto e io sento il bisogno di andare a frugare in soffitta.
Torno giù in sala da pranzo con una decente quantità di oggetti culturali logorati dalle tarme, masticati dai vecchi lepidotteri della critica. Due chili e mezzo di inutilizzabile bolo archeologico insomma, una poco commestibile materia per l’opinione.
Ma chi se ne frega, adesso parliamo lo stesso di “Sex and The Sborra”.
Cosa starà facendo in questo momento Sarah Purosangue Parker? In quale catena di lussuoso abbigliamento starà espletando il suo stereotipo di donna manager?
Per la Manhattan! Speriamo almeno che abbia la decenza di non acquistare Roberto Cavalli.
Insomma, mentre lei se la spassa, spendendo i soldi della quarta puntata della prima serie (pensate un po’ quanti gliene rimangono ancora) io continuo imperterrito a fare battute poco raffinate sulla sua equina mascella, come tradizione vuole. Nonostante la consapevolezza che arguzie di tal fatta siano ormai entrate nel meraviglioso regno del banale d’autore.
Mi sto quasi sul cazzo da solo mentre persevero con un tale umorismo low cost, ho tutte le ragioni per farlo: non posso accettare di essere spiritoso come un passeggero del 409 barrato.
Fare battute sulla mascella della protagonista di “Sex and the Minchia” è un po’ come continuare la lunga tradizione di freddure sulla Fiat Duna. E’ arrivato il momento di dire basta, e soprattutto è arrivato il momento di far dire questo basta ad un giudice della Corte Costituzionale. Così, davvero, nessuno oserà più.
E dopo questo container di incisi, utili a sviare l’attenzione dalla mia palese mancanza di argomenti, passiamo agli argomenti. Passiamo a “Sex and the Fregna”.
Uno spezzone di sei minuti può bastare o per pontificare in merito ho bisogno pure della licenza media? Dipende dallo spezzone. Ad ogni modo io vi racconto quello da cui parto per elucubrare, poi me ne fotto e vado avanti.
In un taxi quattro donne, dalla modesta caratura estetica e lussuosamente abbigliate, parlano di cazzi in culo. Ecco tutto.
E se parlo così volgare è perché non voglio esser da meno delle protagoniste della serie, delle quali tra l’altro cito sopra testuali parole.
Attestazioni limpide queste, che le fighette marcate Prada di “Sex and the Zinne” hanno perfettamente introiettato il maschilismo gretto dei meccanici, i loro poster retrogradi di Moana Pozzi, la loro concezione primitiva del corporale e dunque del sesso.
Un modo intelligente insomma, per dimostrare quante licenze sessuali ha conquistato il gentil sesso nel corso della storia.
Sono andate talmente avanti, le donnine, che adesso possono permettersi il lusso di parlar d’amore come Bruno, l’elettrauto più trucido di Tor Bella Monaca.
Certo, è tutto molto suggestivo: chi l’avrebbe mai detto cinquant’anni fa che le femministe avrebbero potuto un giorno concedersi il lusso di fare le maschiliste?
Beh, a dirla tutta, c’era da aspettarselo. Del resto, i movimenti per la liberazione sessuale dagli anni settanta in poi, sono cresciuti e si sono moltiplicati a partire da un equivoco metodologico di fondo: quello secondo cui, per raggiungere la parità e sconfiggere i dislivelli culturali di genere, bisognava omologarsi alla fenomenologia di mascolina tradizione. Emancipare sì dunque la sessualità, ma a colpi di chiavi inglesi e cacciaviti presi in prestito dall’officina dei valori arcaici contro cui sino a quel momento si era strenuamente combattuto.
Errore, errore, errore.
Il femminismo se lo è così messo nel culo da solo. Declinandosi al virile, ha fallito. Si è trasformato nel suo stupro ideologico, quanto la donna nel suo stupratore.
E Candace Bushnell, mano furba e lesta del romanzo “Sex and the Sgnacchera” che ha dato il via alla serie e all’overdose di puttanate che si sono sentite in merito, tutto questo lo sapeva per bene. E soprattutto, lo faceva meglio, aggiungendo al già certificato machismo lessicale e attanziale delle protagoniste, una massiccia dose di yuppismo: quel mito della scalata sociale verso il potere, da sempre metafora di un’erezione.
Cazzo dritto mi ci ficco: nasce così il Carrie-rismo. Arrivismo mantecato, ancora una volta, in velluto di donna con l’invidia del pene.
Prova ulteriore che la mia tesi, se non è oro colato, non è nemmeno improvvisato cazzeggio. Si può essere d’accordo o meno. Ma questo è un altro discorso.
Un ultimo punto resta da chiarire: come mai nell’era delle avanguardie sessuali, di fotopornoscambisti da vivisezione, di adoratori di verruche e feticisti di emorroidi, il corporale, senza alcuna distinzione di genere, continua a produrre un evidente ed incontestabile effetto comico?
La risposta sembra essere alla portata di tutti: basta pensare alle risate che suscita una scureggia per ammettere che maschi e femmine, onanisti gay o preti pentasessuali, luciferini sadomaso del sandalo e ingroppatori di palle da bowling, siamo tutti soggetti ad una percezione del corpo non ancora liberata, a tutt’oggi schiava dei nostri reconditi tabù.
E dunque, non è sufficiente ammettere che i reggiseni di piazza devono ancora farne di strada e di cenere. Qui bisogna dire che forse, un po’ tutti, a prescindere dalle gonadi in dotazione, abbiamo sopravvalutato la nostra emancipazione.

 

Sopra, un cavallo somiglia terribilmente a un cavallo.

“E’ tutta una questione di dominio, se te lo mette nel culo, ci sarà uno squilibrio di potere”.

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