SBAGLIARE E’ UMANO, CORTOMETRARE INUTILE

In questo esuberante periodo della mia vita, ho ripreso a torturarmi con delle domande a cui non so dare risposta.
Chi siamo? Da dove veniamo? E soprattutto, a cosa servono i festival di cortometraggi?
Quest’ultimo interrogativo, ahimè, è quello che azzanna più di tutti la mia carotide: che non mi fa dormire di notte e che, soprattutto, non mi fa svegliare di giorno.
Lungi dall’esser giunto alla soluzione dell’enigma che mi consentirebbe di fare a meno di un arsenale di tranquillanti e di cantine sociali di Lexotan invecchiato, tenterò qui l’approccio alla questione, con la speranza che lo scripta manent possa dare una certa coerenza ai miei raffazzonati pensieri in merito.
Intanto chiariamo, una volta per tutte:
Il cortometraggio non è un film dalla durata limitata, è un abito trendy. E’ una giacca sdrucita con le toppe sui gomiti, una barba incolta e ben curata, un giornale impegnato sottobraccio.
Fenomeno di costume relativamente recente, si propaga con vertiginosa rapidità nell’ultimo decennio, agevolato dalla crescente facilità d’uso dei mezzi di riproduzione audio-video, dalla loro trasversale diffusione sul tessuto sociale e dalla assoluta mancanza di doveri delle nostre recenti generazioni.
Lavorare non sia mai e su questo posso pure essere d’accordo, ma perché sprecare il tempo libero concessoti dai mille euro mensili che ti passa papà per montare con un softwarino dodici minuti di girato su ciò che hai frainteso dell’esistenza?
Una risposta ce l’ho, specie se circoscrivo per un attimo il tutto al sesso maschile.
Per rimorchiare.
Lo sanno tutti che è molto più semplice abbordare una fanciulla con le intellettuali vanità da filmaker, piuttosto che utilizzare lo charme indefesso e plebeo di un elettrauto.
Ma tornando al generico, sono generazioni queste, dall’intrinseca, quasi genetica autorialità. I nostri giovani hanno un sacco di cose dentro e non vedono l’ora di esprimersi, di dire la loro e di sorseggiare Spritz a fine proiezione in quel locale perfetto per la vernissage.
Insomma: mi sono innamorato di te, o cinema con la c minuscola, perché non avevo nulla da fare.
Ecco dunque una probabile risposta: i festival dei corti, rassegne d’autore, servono a trovare qualcosa da fare per la serata a chi ha girato i corti, e i corti servono a trovare qualcosa da fare per la giornata a chi ha intenzione di girare un corto.
Una morbosa autoreferenzialità, un compiacimento autoerotico quasi, che dà credito alla mia teoria della nullafacenza sopra abbozzata. Esiste un detto, dalle mie parti, che associa l’onanismo con l’ozio improduttivo. Alla luce di ciò, come dargli torto.
Ma c’è un ulteriore aspetto ancora da considerare: quello, immancabile, del business ad esso associato.
Le iene della cultura, sempre con la c minuscola, lo hanno fiutato bene. Consiglieri comunali incalliti, prestigiatori della professione inventata, arrabbattatori di sponsor di ogni specie, si sono dati tutti da fare per sfruttare questo nuovo modo di sembrare intelligenti.
Gira qua, gira là, l’uno ti recupera il mobilificio Gaudenzi disposto ad una svantaggiosa partnership commerciale, l’altro scrive il bando di concorso pompando l’estorsione di partecipazione, l’altro ancora, trova il modo di purificare il magna magna organizzando la serata di premiazione in una sede adeguata ed istituzionale come lui.
Nascono così, grammo più grammo meno, i filmfest sparsi per la nazione con le loro sigle suggestive, piacione e romantiche e i loro calembour da bottega che tanto fanno gola all’intellettuame del reame. L’importante è far girare soldi inutili e abbondare con gli aggettivi underground e indipendente, che ci stanno bene su tutto in questi casi, come il prezzemolo.
Peccato che a me, il prezzemolo non piace affatto.

 

Un post adolescente simula interesse per un campo lungo.

Il mio elettrauto durante la sessione estiva di una Via Crucis.

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One thought on “SBAGLIARE E’ UMANO, CORTOMETRARE INUTILE

  1. sdrammaturgo ha detto:

    “[…] agevolato […] dalla assoluta mancanza di doveri delle nostre recenti generazioni” e
    “montare […] ciò che hai frainteso dell’esistenza” supreme.

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