EJZENSTEJN TI VOGLIO BENE

Nel momento stesso in cui un occidentale caucasico aumenta il proprio patrimonio, non fa altro che diminuire quello di un (etichetta comune vuole che lo si chiami così) abitante del terzo mondo. Ciononostante io, quando prendo lo stipendio, non riesco a sentirmi uno stronzo.
Accrescere il dislivello di risorse tra paesi poveri e paesi ricchi non è di certo il mio diletto principale, ma la mia busta paga mi piace perché mi consente di fare il cliente in un’antica cianfrusaglieria del corso: un euro discount che vende detersivi al limone candito, zuppe elettriche, zerbini a vapore e posaceneri emostatici al prezzo fisso di 0.99 centesimi di euro. Roba di prima necessità, da quando esistono gli sgabuzzini.
Compro compro e così facendo ridistribuisco alla persona sbagliata il capitale, perché il proprietario della di cui sopra attività commerciale è un camorrista svedese che è giunto qui per riciclare denaro proveniente da narcotraffici non identificati. Sempre meglio di donare l’8 per mille alla Chiesa cattolica sia chiaro, ma sta di fatto che il mio personale modo di far girare l’economia ruota lo stesso in senso antiorario. Dovrei dare di più a chi se la passa peggio di me: donare tutti gli euro inutili del mio salario all’Africa, quella denunciata da Jovanotti Cherubini, un cantante che passa il tempo a costruire ospedali coi Lego, cancellare debiti con un bianchetto e curare ammalati con vaccini di retorica. Il tutto nel suo prossimo album a 39,99 euro.
Insomma, oggi ho mal di etica: vorrei devolvere al prossimo e aiutare i meno fortunati, per avvertire distinto quel senso di freschezza morale che neanche un assorbente Nuvenia di ultima generazione.
Mi chiedo dunque e mi richiedo perciò: perché non ho mai fatto beneficenza?
La sempre ottima consigliera Casilina, mi prescrive la risposta con prepotente delicatezza: mi spiega perché non sono un benefattore professionale con la sua solita, ultra metaforica, cartellonistica stradale per automobilisti distratti.
E così, poco prima di essere raschiato sul selciato da un suv assassino, mi godo il panorama promozionale: pellicceria sponsorizzata sul cartellone di sinistra, sguardo in 3D di fanciullo africano generico sul cartellone di destra, al primo contiguo.
Il libero mercato insomma, con il suo potenziale di contraddizione congenita, mi chiede da un lato di assottigliare il dislivello economico tra paesi ricchi e paesi poveri cercando di convincermi ad elargire svariati euro a un fanciullo con gli occhi liquorosi, dall’altro di accrescere il dislivello economico tra paesi ricchi e paesi poveri acquistando una confortevole pelliccia per foraggiare un imprenditore che vende animali morti invano a signore dell’alta finanza.
Fortuna per me che ho studiato la buona storia del cinema sovietico e il montaggio intellettuale di Ejzenstejn.
Il cineasta russo, teorizzava di immagini in conflitto tra loro per creare effetti di senso nella mente dell’osservatore e portarlo alla riflessione ideologica. Riconosco tale linguaggio nelle operazioni di un attacchino che involontariamente lo imita e che così mi restituisce della vita d’occidente le giuste misure.
Metto la freccia e svolto a sinistra. C’è un’antica chincaglieria del corso.

 

Il prossimo passo è la pelliccia di africano.

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