LA MIA FAMIGLIA E’ TUTTO QUANDO RIAVVIO WINDOWS XP

Avere dei superiori è solo un modo per sentirsi dire, con tanto di correttezza politica, di essere inferiori. E’ assolutamente il mio caso: nella gerarchia della poltrona il sottoscritto si trova in basso da tutta una vita, in quell’ultimo stadio biologico, prossimo alle forme più elementari di esistenza professionale. Accanto a me, una fotocopiatrice senegalese senza permesso di soggiorno, sembra quasi un plurigraduato generale di lungo corso.
Non ho perbacco una postazione pc fissa, né tantomeno una stanza tutta mia da poter imbellettare con medaglie al valore specialistico e titoli a parete di istruzione universitaria. Qualcuno di voi è disposto a dirlo a mia madre? Qualcun altro a confessarle che la mia pergamena di laurea è rimasta dal corniciaio?
E’ bene che sappia chi è suo figlio: ancora, a trent’anni invecchiati, un apolide della scrivania.
Mi schiaffano ora qui, ora lì, facendo ben attenzione a donarmi umilianti sottoculi ove riposar le membra, nell’attesa di svolgere quel lavoro in più che chiamano straordinario solo per farmi sentire un supereroe in missione.
Tempo fa, ad esempio, passai due mesi seduto su un archivio di scartoffie.
– Una sistemazione temporanea – mi dissero.
E fin qui nulla di grave, io sono uno che si adegua. In campeggio una volta mi capitò di dormire sopra due scomodissime brasiliane.
Il problema si pose quando il factotum aziendale cominciò a scartabellarmi sotto le pudenda: aprì e richiuse cassetti, con la stessa frequenza di un farmacista indaffarato, per due strappi interi di calendario.
Inutile dire che la cosa mi provocava un certo imbarazzo: non è bello ritrovarsi quotidianamente fra le cosce la testa di un brutto e servile sessantacinquenne.
Manco a dirlo, si sa: tutto questo ai piani alti non esiste.
Fantozzi ha già descritto a dovere le stanze degli eccellenti: scrittoio presidenziale, naif jugoslavi alle pareti, selva di piante di ficus, poltrona in pelle umana, acquario con dipendenti, segretarie in topless, inginocchiatoio per quelli come me.
Il ragionier Ugo ha però tralasciato un piccolo dettaglio: le cornici fotografiche in plutonio zecchino sulla scrivania in rovere di mogano del Megadirettore Galattico, quelle accanto alla solita testa di schiavo imbalsamato del ‘700 usata come fermacarte.
Sono ritratti di famiglia: foto documentarie del casato nobiliare d’appartenenza, certificazioni di un rango che si fregia con un minimo di tredici cognomi baronali. Si espongono ancora così, dove il sangue è sempre più blu.
Una barbara tradizione che si ripresenta puntuale, alla comparsa delle prime forme di scrivanie Ikea, pure nelle viscere della classe operaia.
Per spirito emulativo infatti, già al sessantaquattresimo livello di deportazione, appena sopra il mio grado di sfruttamento, spuntano le prime orgogliose imago familiae: scattate male con una fotocamera da tre megapixel, incorniciate peggio in telai d’emporio paillettati, questi click malinconici sono la più perfetta testimonianza di una rassegnazione democratica specifica. Quella del mio collega Daniele: recentemente graduato a fuoco con un marchio Parmacotto a tempo indeterminato, ha ricevuto in omaggio il nuovo status impiegatizio e la conseguente autorizzazione a procedere con cornici e fotografie di una raccapricciante moglie A, con la quale ha deciso di procreare il figlio B, solo apparentemente ritardato.
Così adesso può godersi il doppio mento della sua sposa e l’espressione perturbante della prole mentre riavvia Windows Xp.
Inutile dire che non ha più voglia di sognare una decomposizione migliore.

 

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