IL PROBLEMA NON E’ IL VIDEOGAME, MA LA RIGA DA PARTE

Il 23 luglio muore Amy Winehouse e per certi versi è una buona notizia: un cesso in meno in giro che cerca in tutti i modi di attirare l’attenzione.
– Farò ben volentieri a meno della sua insicurezza – così penso, mentre ricordo i suoi tatuaggi da stolta e approfondisco l’altra notizia della settimana: un uomo travestito da poliziotto che ha crivellato novantadue laburisti a Utoya, in Norvegia. Ci vedo subito del tragicomico in questa cosa, sento distinto il solletico dell’assurdo sotto le ascelle e mi scappa da ridere mentre mi chiedo: ma che razza di carneficina esotica è questa?
Nessun pazzo con le rotelle a posto in effetti sceglierebbe la Norvegia per fare un genocidio: provate un po’ a chiedere in giro ai vostri amici frustrati; poi, giusto che ci siete, domandategli pure da quand’è che va di moda svuotare caricatori addosso a laburisti, che io non ne so nulla.
Insomma: è tutto molto bizzarro e mi fa sospettare che Hans Breivik, il protagonista del misfatto, probabilmente abbia sbagliato strage. Del resto credo sia capitato a tutti almeno una volta nella vita di imbucarsi alla festa sbagliata.
O è così, oppure mi tocca ammettere in tono qualunquista che con questa globalizzazione non ci sono più le nazioni e i popoli di una volta; un’altra ipotesi più che plausibile. In effetti questa specie di sanguinosa sceneggiata napoletana nell’austera terra dei fiordi, non sembra poi così fuori luogo, se è vero che è ormai semplice trovare un corso di salsa e merengue pure nei pressi del circolo polare artico.
Quale che sia la spiegazione, in ogni caso un fatto di cronaca è avvenuto da quelle parti e dunque bisogna definitivamente accettare che la penisola scandinava esiste davvero; che non sia perciò un posto inventato per rendere più emozionanti le interrogazioni di geografia.
Peccato che i media tutte queste cose non le hanno nemmeno prese in considerazione; si sono concentrati su altri aspetti della faccenda, di certo meno divertenti e originali. Fatti i loro calcoli ideologici per lustrare le scarpe al potere, si sono infatti legati al dito la passione di Hans per i cosiddetti videogames violenti.
Secondo giornalisti e telegiornalisti, autorevoli esperti di stronzate, l’abuso di consolle è infatti pericoloso. Dicono che a lungo andare il videogiocatore non riesca più a percepire alcuna distinzione tra il reale e il virtuale. E puntualizzano che sono cazzi, specie se nella vita reale hai la diarrea: perché non è poi così facile trovare un cesso al terzo livello di Call of duty.
Insomma, stando a sentire gli infingardi spacciatori di pensiero collettivo, se Breivik non avesse mai avuto una Playstation, probabilmente il 22 luglio scorso sarebbe rimasto a casa a giocare alla Playstation invece di distribuire l’oltretomba agli astanti. Sarebbe bastato questo virtuoso circolo vizioso per far vivere felici e contenti tutti i laburisti del mondo.
E invece per colpa di un joypad e della presunta confusione ontologica che questo ci provoca, c’è toccato contare prima e commemorare poi le vittime. Tutte cazzate, ovviamente.
Lo distinguiamo ancora bene il reale dal virtuale; se così non fosse non ce ne staremmo mica tutto il giorno su un divano davanti ad una consolle. Sappiamo perfettamente che c’è tridimensionalità e tridimensionalità, per questo scegliamo sempre quella fatta di pixel.
Mi pare dunque teoreticamente irrilevante, nell’economia della strage, il fatto che Breivik fosse un appassionato videogiocatore. Ci sono dettagli ben più inquietanti della sua personalità da indagare.
E non mi riferisco mica al fatto che fosse un fanatico della caccia, un cristiano fondamentalista, un antislamico e un massone. Questi semmai sono attributi corollari; subordinati di certo a ciò che mi sembra essere più determinante ed indicativo: la sua acconciatura.
E’ chiaro come il sole che un biondo con la riga da parte può raggiungere inauditi livelli di dolore e violenza. E non c’è mica da scherzarci su.
Davvero: una pettinatura può fare chiarezza su un secolo di eventi e non ci vuole molto a capire che è il look a produrre la storia. Mettete a Breivik i capelli di Ligabue e vedrete che tutto cambierà. Troverà un modo meno sensazionale per nuocere al genere umano: si metterà a scrivere canzoni maldestre, altro che Utoya.

Nella foto sopra Breivik indica ad un forestiero la direzione da seguire per arrivare al Duomo.

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