NOI CHE RAZZA DI STOLTI NOI CON TUTTO IL MONDO DAVANTI A NOI

In questo pianeta esistono canzoni talmente spensierate che mentre le ascolti ti sembra impossibile l’esistenza della disoccupazione. Sei nella tua stanza, hai appena messo un disco dei Bee Gees e tutto esprime una tale energia e vitalità che pure i mobili morti di tuo nonno, rigorosamente in mogano, fanno i simpatici. Anzi a prestarci un attimo attenzione, pare quasi che l’armadio sculetti tra le note di “You should be dancing” e che così facendo voglia rassicurarti sul fatto che anche tu un conto in banca ce l’hai.
Com’è terapeutica certa musica quando a fine anno non puoi permetterti nemmeno di compilare un CUD. Com’è traumatico di conseguenza, il tasto off che spegne l’allegro e speranzoso decennio settanta.
Perché poi torna il silenzio e lo sai che quando torna il silenzio, ti si accende automaticamente in testa un frappè petulante di telegiornali misti. In pratica, una specie di vocina off che, col timbro vocale di Lucifero, si attiva e ti intasa il cervello di termini incancreniti come crisi economica, articolo 18, Mario Monti, Susanna Camusso, protesta dei precari e CGIL.
Il tutto per ricordarti che il mercato del lavoro somiglia sempre di più a quella piccola barchetta parcheggiata su uno scoglio inopportuno nei pressi dell’isola del Giglio. Insomma, Bee Gees nonostante, le cose non vanno bene per niente.
Uno stipendio non ce l’hai. Neanche oggi. E il futuro sembra sempre più quel barattolo di marmellata irraggiungibile che sta sopra il frigorifero in ogni cartone animato con un bambino protagonista.
Quel bambino sei tu. E forse proprio per questo non ti dai per vinto. Sei cocciuto e testardo come tutti i bambini e perciò apri il web e ti metti a sguazzare in quei siti di annunci lavorativi dai titoli rassicuranti tipo Jobrapido, con la rinnovata speranza che in meno di cinque minuti di microonde leggerai da qualche parte: Hey! Corri da noi che ti stiamo cercando.
Invece ne bastano tre di minuti per renderti drammaticamente conto che hai bisogno di un’eredità e di un dizionario d’inglese. La prima ti servirebbe per tirare a campare, il secondo a tradurre cose tipo queste: Junior Press office, Web analyst, Store manager, Copy senior, Project manager, Junior sales developement, Visual Merchandiser.
C’erano tempi in cui i lavori avevano dei nomi normali. Tempi nemmeno troppo lontani, anni in cui facevi il liceo, in cui tuo padre ti chiedeva cosa volevi fare da grande e in cui tu non ti saresti mai sognato di rispondergli con una supercazzola anglofona come quelle di sopra.
– Oh Giorgio, insomma, che aspirazioni hai? Ti sei fatto un’idea?
– Ohi Babbo, certo che sì, ho capito che il mio futuro è nel campo del Project managing.
– Nel campo dicché?
Mestieri nuovi che ci hanno rovinato le aspirazioni di una volta e che adesso ci costringono a sognare una brillante carriera nel campo delle supercazzole anglofone. Solo che noi trentenni, nel campo delle supercazzole angolofone partiamo assolutamente in svantaggio, noi.
Abbiamo studiato per fare delle cose che avevano un senso compiuto noi e non siamo stati in grado di sognare una carriera in un settore che non esisteva, noi.
Noi, che razza di stolti noi. Con tutto il mondo davanti a noi, ci siamo limitati a guardare quello dietro. Abbiamo osservato il futuro dal lunotto posteriore. Ed è normale perciò, se adesso ci viene la nausea.

Sopra un Firefighters flames inappropriate. Letteralmente un addetto all'estinzione di fiamme inopportune

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