QUELLI TI FREGANO COL TAKE AWAY, TE LO DICO IO CHE TI FREGANO

Alzi la mano a chi piace lavare i piatti in questa sala. Oppure a scelta, a chi piace lavare i piatti metta un dito qui. Oppure, ancora, a chi piace lavare i piatti veda di apporre una X alla voce a me piace lavare i piatti. Tanto lo so che in ogni caso lavare i piatti non piace a nessuno, indifferentemente dal metodo utilizzato per il sondaggio. E’ una cosa che non riesce proprio ad appassionarci, lo sporco più ostinato. Nemmeno col supporto psicologico del nuovo Nelsen nuova formula aceto e mele ci riusciamo.
Perciò non ci credete a chi vi dice stasera non mi va di cucinare: sta mentendo spudoratamente. In realtà non è che non gli va di cucinare, perché alla gente piace cucinare, piuttosto non gli va di lavare le pentole che sporcherà per cucinare e i piatti che voi sporcherete di conseguenza per mangiare quello che lui ha cucinato.
Del resto è comprensibile: lavare i piatti, oltre che essere una cosa piuttosto disgustosa – più o meno quanto un’autopsia – è pure una di quelle attività umane non egoriferibili.
Nel senso, ad un cuoco gli puoi dire che cucina bene e che è un uomo da sposare e così facendo gli fai un favore al carattere. Ma ad un lavatore di piatti non lo dici mai che è bravo a lavare i piatti e perciò: lavare i piatti non è gratificante, non fa autostima, non è egoriferibile.
Ecco il motivo per cui a nessuno piace lavare i piatti ed ecco il motivo per cui ha così tanto successo la consegna dei pasti a domicilio.
Gli esercenti lo sanno e se ne approfittano. Ci inondano le cassette della posta di volantini e se ne approfittano. Assumono disperati sottopagati per suonare i nostri campanelli e se ne approfittano. Strumentalizzano la nostra eccellente attitudine verso la fame e la nostra scarsa attitudine verso il lavaggio dei piatti e se ne approfittano. Gli esercenti se ne approfittano e basta.
Tipo ieri sera:

A: Prendiamo un cinese a domicilio?

B: Tesoro, apprezzo l’uso che fai delle figure retoriche – hai appena utilizzato una sineddoche – ma ti dico: stasera il cinese non mi va. Preferisco una pizza.

A: No, pizza no, l’ho mangiata a pranzo.

B: Cacchio, ogni volta che ti propongo una pizza mi dici sempre di no.

A: A me la pizza in realtà non è che mi piaccia poi molto.

B: Vabbò. Allora?

A: Ti va un kebab?

B: E vada per il kebab.

Insomma, prendiamo il volantino bollywoodiano apposito e gli facciamo una bella risonanza magnetica: sei quarti d’ora di indecisione gastronomica tipica occidentale. Alla fine optiamo entrambi per il piatto unico kebab con salsine varie, insalata e pane IN OMAGGIO. Componiamo uno 051 e nel giro di venti minuti uno sconosciuto abbastanza taciturno suona alla porta per sottrarmi quattordici euro dal portafoglio. Servizio celere, non c’è che dire.
Apriamo il box in alluminio come fosse un forziere di promesse gioie intestinali e subito ci guardiamo in faccia: i nostri occhi dicono chiaramente che in quello stesso momento tutti e due abbiamo le stesse scritte in sovrimpressione nel cervello.
Intanto del pane tanto graficamente millantato nel volantino bollywoodiano non c’è traccia. E poi ancora, la carne è triturata a tal punto che sembra passata attraverso un’odissea di succhi gastrici altrui per poi essere rivenduta a sovrapprezzo di mercato. Ma comunque non finisce qui. Demotivati, affondiamo la forchetta nella carne liofilizzata per scoprire un nuovo piacevole segreto e che cioè sotto il manzo a velo, si stende a perdita d’occhio una spessa coltre di patate fritte al sapore di truffa.

A: E chi le ha chieste le patate?

B: Tesoro, fanno volume e costano meno del kebab. Insomma, dai ci hanno inculato.

A: No, io mo’ a questi li richiamo.

La signorina A in realtà non aspettava altro. Da quanto ho potuto appurare osservandola attentamente, ha una vera e propria passione agonistica per i cazziatoni. Lamentarsi è in pratica il suo sport preferito. Io invece ultimamente preferisco il più meditativo golf.
Ma in ogni caso io e lei non passiamo una serata di quelle memorabili, pure perché su IrisMediaset fanno un film del cacchio con Jason Statham che non ci convince sotto il profilo narrativo.
Ci mettiamo a letto ed io chiudo le palpebre con l’immagine di me che sequestro un fattorino, di lei che lo lega allo stendibiancheria, di noi che lo liberiamo dalle nostre grinfie solo a digestione avvenuta.

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