SEI D’ACCORDO CON ME MOROSINI?

E’ vero, è passata quasi una settimana ormai, e forse non è più notizia da masticare. La morte in campo del giocatore del Livorno; Morosini, intendo.
Del resto, di che cacchio vogliamo parlare ancora? Da quale inconsueta angolazione vogliamo affrontare l’argomento? Che tipo di paranoia giornalistica può ispirarci a discorsi nuovi e virginali, come se tutto fosse successo ieri?
Insomma, parliamoci chiaro: è stato già detto tutto su vigili che si multavano da soli per aver parcheggiato in doppia fila ed ostruito così il passaggio dell’ambulanza; si è già discusso di personale sanitario che non usa il defibrillatore perché dice che mamma non vuole; e sono già state romanzate ed evidenziate a dovere le tristezze biografiche di questo giovane sfortunato, cui sono state attribuite, a mio modesto parere, quintali di sfiga certificata ma anche tonnellate di scarogna presunta e mai verificata. E questo per il solo piacere sadico di infierire sul cadavere col classico registro lirico, drammatico e pacchiano del coccodrillista. Quello che scrive i testi giornalistici per celebrare le persone morte, per chi non lo sapesse; quello che fa venire i brividi a molti e il voltastomaco a pochi, tipo a me.
Ora, non metto mica in dubbio che il destino si sia accanito con questo ragazzo: caro Morosini, posso darti del tu? Non ti offendi vero? Dicevo, caro mio, non metto in dubbio il fatto che la vita non ti abbia sorriso, anche perché forse nemmeno la morte ti ha sorriso, se è vero che l’ennesimo editoriale su di te è stato presentato ed introdotto da Barbara D’Urso. Specie su questo, hai tutta la mia comprensione, ma devi però ammettere che su certe cose avrai pure avuto più fortuna di me e di un sacco di altre persone.
Per esempio, e posso scommetterci quello che vuoi, io sono sicuro che sei andato a letto con certe donne che l’ottanta per cento di noi se le sogna. E non mi pare questa cosa da poco. Non lo so, era giusto per farti vedere il bicchiere mezzo pieno.
Ad ogni modo, caro Morosini, se faccio dell’ironia, non prendertela a male. Capisco: la morte nella società occidentale è ancora l’estremo tabù, il tabù che non puoi sdrammatizzare. Ma spero che tu, da una prospettiva ormai ultraterrena, sia in grado di capire quanto siamo scemi gli esseri umani, ché prendiamo questa cosa di schiattare così troppo sul serio.
E detto questo, adesso ti spiego perché, piuttosto che lasciarti in pace lì dove sei, ti sto chiamando in causa: perché insomma ti sto facendo ritornare ancora una volta in questo posto pieno di falliti che è il pianeta terra.
Ti sto chiamando in causa perché quello che ti è successo mi ha fatto un po’ riflettere sul gioco del calcio, e sulle capacità di de-realizzazione che hanno i palloni cuciti a mano dai bambini thailandesi.
Aspetta un po’ che ora la smetto di parlare complicato e ti spiego meglio.
Cioè secondo me, lo shock subito dai telespettatori, dai tuoi compagni di squadra e in generale dalla gente che ti ha visto accasciato al suolo in quella circostanza, è dovuto al fatto che morire non c’entra assolutamente nulla coi passaggi filtranti, le punizioni dal limite e i tiri di interno destro all’incrocio dei pali.
Sarà pure vero che la morte in diretta è sempre sconvolgente, pure per esempio se sei alle poste a pagare la bolletta dell’Enel e il tipo che è in fila con te ad un certo punto si becca un coccolone, ma è secondo me ancora più vero che su un campo da gioco questa cosa dello shock diventa ancor più tangibile; raddoppia di volume e consistenza.
In pratica per come la vedo io, il gioco del calcio, e forse, forse lo sport in generale, è uno di quei momenti in cui la realtà non esiste. E’ un posto con una grammatica tutta sua, una specie di porto franco dove puoi prenderti una pausa da questa faticaccia che è l’esistenza.
Per questo poi, quando succede quello che ti è successo, tutti si mettono le mani nei capelli allo stesso modo e pensano: “Ma come! Ma non avevamo messo in stand-by la realtà noi, quando avevamo sentito il fischio d’inizio?”. Non lo so, io la vedo così, tu sei d’accordo con me Morosini, o pensi solo che sono scemo?

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