IL NOSTRO DNA E’ A FORMA DI RIGATONI ALL’AMATRICIANA

Metti una sera, superati i trent’anni, che ti sbronzi troppo. Ti sbronzi a tal punto che quando stai guidando per tornare a casa sei convinto – ma proprio convinto – di essere l’uomo-ragno.
Metti che questa sera, prima di guidare per tornare a casa, sei stato con certe persone pure loro sbronze ai tuoi livelli: ai livelli di cui sopra.
Metti tutto questo, e tutto questo comunque non giustifica il fatto che una di queste persone – una donna – ad un certo punto della serata è entrata in un supermercato e si è messa a rubare come facevo io alla Standa quando ero piccolo. Refurtiva nello zainetto scolastico colorato.
In pratica, un gesto retrò. Meglio: una bravata analogica nell’era digitale e guardona del Grande Fratello. Microbotelecamere di sorveglianza pure nel duodeno e questa che mi fa la ladra come se fossimo appena usciti da una società rurale.
La spiegazione c’è, dietro l’angolo, clemente e banale: stando ai recenti sondaggi, la tipa è una di quelle che ha sempre bisogno di farsi notare. Cosa confermata, tra l’altro, da un acconciatura piuttosto appariscente o che quanto meno presuppone un parrucchiere scoordinato.
Orbene comunque, nonostante tutto, poco prima della bravata analogica di cui sopra, qualcosa di buono aveva fatto: non il parrucchiere, beninteso, ma la tipa di cui sto parlando da tre ore senza motivo apparente.
Se ne era uscita con un’affermazione totalitaria, seguendo pedissequamente la quale il sottoscritto sarebbe “Uno stereotipo dell’italiano medio”.
E cacchio, non ci avevo mai pensato a quest’eventualità.
Certo, a primo impatto, ovviamente, non l’avevo presa sul serio. Tutto concentrato com’ero a sognare di sorvolare il cielo di Berlino su una farfalla variopinta con un’altra donna presente in serata – la mia preferita del sistema solare, credo – avevo lasciato correre. Ma appena ero tornato a casa, appena era finito l’effetto sbronza uomo-ragno ed ero tornato ad essere essenzialmente un uomo-uomo, ci avevo riflettuto su e mi ero reso conto che poi non è che aveva tutti i torti; la stolta.
Però: chi l’avrebbe mai detto che una donna con un brutto taglio di capelli e un tatuaggio di Marylin Manson sulla cellulite mi avrebbe portato a riflettere. Ah, sì, del tatuaggio non vi avevo ancora detto niente.
Dunque mi ero chiesto in meditazione: cos’ho di italiano io più di uno svizzero? Cos’ho di italiano io più di un colombiano? Perché sono più italiano io di un tedesco? Insomma, questo tipo di domande malformulate qui. E, nonostante le domande malformulate, una risposta malformulata alla fine l’avevo trovata e l’avevo messa sul comodino con l’idea di ritrovarla il giorno dopo. E invece, no. Non c’era più.
Scherzo, eccola qui:
Ciò che mi rende più italiano di un tedesco, è che affronto la vita come se fosse un esame per entrare alla Sorbonna. Ciò che ho di italiano io più di un colombiano è che inseguo una struttura a canovaccio nel tempo che ho davanti. Ciò che mi fa essere più italiano di un tedesco, è che cerco la biografia a tutti i costi, quella che vista da fuori alla fine ce l’hai fatta. Perché gli italiani siamo così. E non ditemi di no.
Facciamo i fighi, giriamo il mondo magari, eppure continuiamo ad ad essere una specie rarissima di ragionieri del proprio destino che prendono la vita con pesantezza.
Potremmo sniffare copertoni essiccati con Jimi Hendrix in una roulotte parcheggiata sul deserto del Nevada in questo momento, e, ciononostante, non riusciremmo mai a toglierci dalla testa la nostra visione del mondo come modello prestampato. Viviamo in paranoia progettando e organizzando cose che non accadranno mai, o che nella migliore delle ipotesi, accadranno diversamente. Abbiamo un approccio al futuro burocratico, che ci possiamo fa’. E’ il DNA. Un DNA a forma di rigatoni all’amatriciana.

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