PERCHE’ NON RIESCO A TUFFARMI A SINISTRA?

Ora non importa chi ha organizzato la partitella. Sta di fatto che qualche giorno fa è venuto un tizio da me chiedendomi: “Tu giochi a calcio?”. Ed io ho risposto di sì. Un sì bello, convinto. Un sì venuto particolarmente bene. Un sì che non lasciava presupporre nessun retropensiero articolato del tipo: “In realtà ho giocato per un sacco di anni sotto casa coi ragazzi del quartiere ci costruivamo le porte con delle assi di legno o talvolta piazzavamo solo due pietre a mo’ di palo poi a diciassette anni ho smesso perché ho scoperto che esistevano le mie coetanee e perché ho cominciato a fumare da allora ho toccato un pallone solo sporadicamente in spiaggia per fare il socievole e poi sì una volta m’è capitato pure di giocare una partitella intera su un vero campo di calcio a cinque ed è finita che ho vomitato la cistifellea a metà del primo tempo perché pur di non far notare che stavo per morire ho continuato a giocare”.
Insomma, un sì che ometteva un chilosecolo di sottintesi; ma ormai era fatta, ero stato convocato. E perciò, come ultimo rimedio, avevo deciso di propormi come portiere: ché almeno se sei una pippa forse si nota meno – pensavo – e poi un portiere non si rifiuta mai. E’ più facile dire di no a Scarlett Johansson se ti chiede di uscire stasera piuttosto che dire di no ad un tipo qualunque se ti chiede di poter giocare stasera in porta. No, un portiere non lo si rifiuta mai.
Comunque: due ore dopo ero già in un negozio di articoli sportivi ad acquistare un paio di guanti da professionista e due ore e mezza dopo ero già a casa a bestemmiare perché non mi entravano. Nel mondo occidentale lo chiamano “reparto bambini”, il posto dove li avevo presi.
Adesso però, per creare un po’ di pathos telecronistico, la partita ve la devo raccontare con l’indicativo presente.
La gara inizia bene. Una difesa coriacea mi permette di ripassare sul secondo palo per l’interrogazione di geografia. Arrivato alla densità demografica del Canada vengo a sapere il risultato da un guardone in sedia a rotelle che se la gode a bordo campo: stiamo vincendo 5 a 0.
Il solito gufo maledetto menagramo. Dalla sua soffiata in poi, i miei avversari si scatenano con tiri dalla distanza così potenti che se ci fossero ancora i dinosauri sapremmo come abbatterli.
Reagisco bene. Una prestazione magnifica signori e signore; mi tuffo a ripetizione. Tredici miracoli consecutivi: i miei compagni di squadra cominciano a pensare di mettere al mondo una bambina solo per farmela sposare tra vent’anni.
Gloria effimera: poco dopo mi giunge da fuori area un tiro tutto sommato normale. Vedo la palla ruotare, sono ben piazzato, posso prenderla, è alla mia portata, ce la faccio: ma come quando nei sogni ti capita di voler toccare il sedere alla tua collega d’ufficio e di non riuscire ad allungare la mano, sì, avete capito. Rimango immobile ed è 5-1.
L’esperienza si ripete di nuovo e poi una volta ancora. E allora capisco qual’è il problema e lo capiscono ahimè pure gli avversari. Non riesco a tuffarmi sulla mia sinistra, i miracoli che ho fatto prima li ho fatti perchè i tiri erano tutti direzionati alla mia destra e tutti i gol che prendo li prendo sul versante occidentale della mia porta. La partita finisce qualcosa come settemila a cinque ed io vengo umiliato negli spogliatoi manco avessero scoperto tutt’un tratto che mio padre è Toto Cutugno.
Torno a casa in metro, turbatissimo. Continuo a chiedermi: perché non riesco a tuffarmi a sinistra? Perché non riesco a tuffarmi a sinistra? Perché non riesco a tuffarmi a sinistra?
Sono talmente turbato che non riesco nemmeno a rielaborare il costrutto grammaticale della questua in maniera un po’ più creativa. E dunque di nuovo: perché non riesco a tuffarmi a sinistra? Perché non riesco a tuffarmi a sinistra? Perché non riesco a tuffarmi a sinistra?
Insomma, mi convinco che dietro questa cosa ci sia un trauma infantile, per cui decido di andare dallo psicologo. L’appuntamento è domani e non vedo l’ora di sapere che faccia farà appena gli confesserò cos’è che mi affligge.

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