CHE C’E’ PER CENA DOMANI? ZUPPA DI CECI IN GINOCCHIO SUI CECI?

– Io vorrei capire una volta per tutte perché il cibo che trovi in giro deve essere di questa scomodità essenziale. Prima il rituale del kebab, che più di un atto di nutrizione per me era piuttosto una performance di body painting (le mie magliette possono confermare); mo’ arrivo qui in Germania e mi tocca imparare a mangiare la “boulette mit brotchen”, questa specie di polpettone la cui estensione territoriale ricorda grossomodo quella dell’Australia, racchiuso – si fa per dire – da un panino così minuscolo che pare direttamente prelevato dalla casa delle bambole di mia cugina Mariella. Per la serie, sproporzioni assolutamente immotivate.
Come cacchio la gestisci una cosa così? Non è mica facile da manipolare. Ti vengono i calli al cervello solo a pensare da che parte devi cominciare senza che ti cada tutto per terra.
E’ più pratico da mangiare un castello di carte, secondo me. Ma tanto non è finita: ne sono sicuro, un giorno troverò qualcosa di ancora più ostico. C’è un prossimo passo della sofferenza gastronomica dietro l’angolo, lo so, e a breve mi toccherà sperimentarlo. Tesoro, che c’è per cena domani? Zuppa di ceci in ginocchio sui ceci?

Questo dicevo al mio amico liutaio mentre faceva la mossa di pagare lui, per poi rispolverare il grande classico che aveva dimenticato di prelevare al bancomat. Una cosa a cui sono particolarmente intollerante, altro che lattosio.
E comunque in totale due pasti inafferrabili per quattro euro e cinquanta. Se non altro per torturarsi la deglutizione qui all’estero si spende meno.
Il liutaio comunque non se n’era fregato niente di tutto questo. Né del fatto che avevo pagato quattro euro e cinquanta, né tantomeno del fatto che avevo pagato quattro euro e cinquanta di pura sofferenza.
Il liutaio: quel tipo di uomo che tiene sugli scaffali le stesse boccettine di solventi chimici di un serial killer, tipo l’iposolfito di sodio. Non c’è da fidarsi di gente come lui.
Il liutaio, quel tipo di falegname che siccome col legno ci costruisce un aggeggio che fa suoni romantici, allora diventa subito per il sesso femminile un personaggio struggente. Non c’è da fidarsi di gente come lui.
Il liutaio, quel tipo di sordomuto che ha una passione sì forte per l’orecchio intellettuale, che non ascolta mai discussioni generiche, ma solo quarte sinfonie in MI minore. Non c’è da fidarsi di gente come lui.
Totalmente refrattario al mio spirito pragmatico, eccolo a contatto con la parte di monologo successiva al pasto.
– Cioè, la definizione di design di Bruno Munari è chiara: il design non è principalmente attenzione per la forma, come solo apparentemente tanti ingenui continuano a credere, quanto piuttosto scrupolo per la praticità applicato alla bellezza.
Ecco perché secondo me bisognerebbe inventare una nuova professione: il designer del cibo.
Io voglio assaporare una cosa buona senza pensare ogni secondo che la vita fa schifo, capisci? Perché – ogni volta la stessa storia – era questo ciò che mi veniva in mente ai miei primi settecento kebab che mi buttavo addosso. Ed è quello che mi verrà in mente d’ora in poi, ogni qual volta mi troverò a sfidare a singular tenzone una boulette mit brotchen.
Molto saporita, per carità, con quei pezzetti di cipolla e tutto quel grasso sarebbe veramente difficile trovarla poco stuzzicante; certo è digeribile più o meno quanto una zuppa di videoregistratori, ma quella è un’altra storia. La faccenda è che comunque io prima, mentre la mangiavo, investivo speranza in una morte istantanea. Non so se te ne sei accorto. Ero colto da una sofferenza tale, da essere soggetto al più estremo anelito di eutanasia.
Da oggi in poi voglio evitare tutto questo. Essenzialmente perché è contraddittorio. Che cacchio di edonismo è un edonismo che ti fa stare male?
No, una cosa buona non deve essere scomoda. Per questo io non sono proprio d’accordo con tutte le mosse del kamasutra.
Il liutaio questa volta perlomeno annuiva. Poi però ho scoperto che dietro di me c’era un manifesto di un concerto diretto dal grande Daniel Baremboim il prossimo 6 novembre. Annuiva al tipografo che l’aveva stampato, perciò.

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