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UN AMORE

Partì alle sei e mezzo. Trovò le strade vuote. Peccato che il cielo fosse grigio.
Ogni volta che premeva sul pedale dell’acceleratore era uno spazio in meno che lo separava da lei. Lui di solito prudente fino all’esagerazione, volava attraverso la città. Le case ancora addormentate e livide, i semafori ancora occhieggianti barbagli gialli, la città colta di sorpresa.
Imboccò l’autostrada del Sole che il sole non era ancora riuscito a rompere la bruma. La pista era deserta.
Mai aveva provato a guidare a centoventi centotrenta all’ora.
Accelerando, l’angolazione a imbuto delle righe bianche si contraeva stringendosi in modo preoccupante. Lei di certo dormirà a quest’ora. Sola? Lei era laggiù oltre l’orizzonte, lontanissima ancora.
Intorno, non case, non fattorie, non colonnette di benzina come sulle strade solite. La campagna deserta. Prati fumiganti di nebbia e in fondo i lunghi schieramenti di pioppi altissimi a quinte successive che si perdevano in lontananze. Via via che lui correva, da una parte e dall’altra gli alberi ruotavano concentrandosi in folla verso l’estremità del rettilineo e poi sgranandosi di fianco, mentre altri, più lontani, gli correvano avanti a rinserrarsi verso l’orizzonte; come se due immense piattaforme girassero in senso opposto una a destra, una a sinistra.
Non esisteva ancora il sole ma si capiva che dietro i velari di umidità e di nebbia, il sole c’era. Tutta la sterminata campagna lo aspettava, infreddolita. E a mano a mano che la lancetta bianca del tachimetro saliva con nervose oscillazioni, l’aria fredda faceva gorgo sulla nuca.
Poi gli parve che nel loro moto, corrispondente in senso inverso allo spostamento della macchina, i filari dei pioppi intendessero dirgli una cosa. Sì, la fuga degli alberi – intreccio fluido e cangiante di prospettive in  una duplice rotazione della campagna a perdita d’occhio – aveva assunto una speciale intensità di espressione come quando uno sta per parlare.
Lui correva, volava anzi in direzione dell’amore e pure gli alberi che, scivolando al limite delle praterie, erano portati via da qualcosa più forte di loro. Ciascuno aveva una sua fisionomia, una forma speciale, una sagoma diversa. Ed erano tanti, migliaia e migliaia. Eppure una comune forza li trascinava nel gorgo. Tutti i pioppi della smisurata campagna fuggivano esattamente come lui ruotando in due vastissime ali ricurve.
Era uno spettacolo, nel solitario mattino, con la strada vuota dinanzi e i prati vuoti, le campagne vuote, non si vedeva un’anima, sembrava che, tranne lui, tutti si fossero dimenticati che esistesse quel pezzo di mondo. E lei era laggiù in fondo, dietro l’ultimissimo sipario di alberi anzi molto più in là, probabilmente stava dormendo con la testa sprofondata nel cuscino, fra lista e lista delle tapparelle la luce del giorno penetrava nella stanza illuminando la massa dei suoi capelli neri, immota. Era sola?
Allora, egli capì il senso di quel naturale incantesimo. Che cosa infatti volevano dirgli i filari di pioppi all’orizzonte che vanno in corteo e sembrano sfuggirlo e nello stesso tempo corrergli incontro, per poi allontanarsi alle sue spalle, nella nebbia, consumati, mentre nuove schiere appaiono dinanzi inesauribili precipitandosi su si lui?
Di colpo egli capì ciò che dicevano, capì il significato del mondo visibile allorché esso ci fa restare stupefatti e diciamo “che bello” e qualcosa di grande entra nell’animo nostro.
Tutta la vita era vissuto senza sospettarne la causa. Tante volte era rimasto in ammirazione dinanzi ad un paesaggio, a un monumento, a una piazza, a uno scorcio di strada, a un giardino, a un interno di una chiesa, a una rupe, a un viottolo, a un deserto. Solo adesso, finalmente, si rendeva conto del segreto.
Un segreto molto semplice: l’amore. Tutto ciò che ci affascina nel mondo inanimato, i boschi, le pianure, i fiumi, le montagne, i mari, le valli, le steppe, di più, di più, le città, i palazzi, le pietre, di più, il cielo, i tramonti, le tempeste, di più, la neve, di più, la notte, le stelle, il vento, tutte queste cose, di per sé vuote e indifferenti, si caricano di significato umano perché, senza che noi lo sospettiamo, contengono un presentimento d’amore.
Quanto era stato stupido a non essersene mai accorto finora.
Che interesse avrebbe una scogliera, una foresta, un rudere se non vi fosse implicata un’attesa? E attesa di che se non di lei, della creatura che ci potrebbe fare felici? Che senso avrebbe la valle romantica tutta rupi e scorci misteriosi se il pensiero non potesse condurci lei in una passeggiata del tramonto tra flebili richiami di uccelli? Che senso la muraglia degli antichi faraoni se nell’ombra dello speco non potessimo fantasticare di un incontro? E l’angolo del borgo fiammingo che ci potrebbe importare o il caffè del boulevard o il suk di Damasco se non si potesse supporre che anche lei un giorno vi passerà, impigliandovi un lembo di vita?
E l’erma cappelletta al bivio col suo lumino perché avrebbe tanto patos se non vi fosse nascosta un’allusione? E a che cosa allusione se non a lei, alla creatura che ci potrebbe fare felici?
Quanto meschina sarebbe, di fronte ad un grande spettacolo della natura, la nostra esaltazione spirituale se riguardasse soltanto noi e non potesse espandersi verso un’altra creatura.
Perfino le montagne che egli aveva intensamente amato, le nude scabre inospitali rupi in apparenza così antitetiche alle cose d’amore adesso assumevano un senso diverso. La sfida alla natura selvaggia? Il superamento dell’io? La conquista dell’abisso? L’orgoglio della vetta? Che spaventosa cretineria sarebbe, se consistesse solo in questo. Difficoltà e pericoli diventerebbero ridicolmente gratuiti. A lungo egli aveva meditato al problema senza riuscire a risolverlo. Adesso sì. Nell’amore per le montagne si annidava clandestinamente un altro impulso dell’animo.
Se quando era ragazzo uno glielo avesse detto, e lui avesse potuto capire, ciononostante avrebbe detto di no, che non era vero, per una forma di pudore. Così anche gli altri diranno di no, che è un’idiozia, che è retorica, romanticismo fuori tempo. Eppure interrogati, non sapranno indicare altrimenti perché li commuove la burrasca marina o l’arco diroccato dei Cesari o la dondolante lanterna nel vicolo dei bassifondi. Mai confesseranno che in quelle scene c’è anche per loro il richiamo a un sogno d’amore, nonostante il disgusto che una simile espressione possa dare.

Un amore, Dino Buzzati, pp. 110-114, 1963

 

 

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IL PROBLEMA NON E’ IL VIDEOGAME, MA LA RIGA DA PARTE

Il 23 luglio muore Amy Winehouse e per certi versi è una buona notizia: un cesso in meno in giro che cerca in tutti i modi di attirare l’attenzione.
– Farò ben volentieri a meno della sua insicurezza – così penso, mentre ricordo i suoi tatuaggi da stolta e approfondisco l’altra notizia della settimana: un uomo travestito da poliziotto che ha crivellato novantadue laburisti a Utoya, in Norvegia. Ci vedo subito del tragicomico in questa cosa, sento distinto il solletico dell’assurdo sotto le ascelle e mi scappa da ridere mentre mi chiedo: ma che razza di carneficina esotica è questa?
Nessun pazzo con le rotelle a posto in effetti sceglierebbe la Norvegia per fare un genocidio: provate un po’ a chiedere in giro ai vostri amici frustrati; poi, giusto che ci siete, domandategli pure da quand’è che va di moda svuotare caricatori addosso a laburisti, che io non ne so nulla.
Insomma: è tutto molto bizzarro e mi fa sospettare che Hans Breivik, il protagonista del misfatto, probabilmente abbia sbagliato strage. Del resto credo sia capitato a tutti almeno una volta nella vita di imbucarsi alla festa sbagliata.
O è così, oppure mi tocca ammettere in tono qualunquista che con questa globalizzazione non ci sono più le nazioni e i popoli di una volta; un’altra ipotesi più che plausibile. In effetti questa specie di sanguinosa sceneggiata napoletana nell’austera terra dei fiordi, non sembra poi così fuori luogo, se è vero che è ormai semplice trovare un corso di salsa e merengue pure nei pressi del circolo polare artico.
Quale che sia la spiegazione, in ogni caso un fatto di cronaca è avvenuto da quelle parti e dunque bisogna definitivamente accettare che la penisola scandinava esiste davvero; che non sia perciò un posto inventato per rendere più emozionanti le interrogazioni di geografia.
Peccato che i media tutte queste cose non le hanno nemmeno prese in considerazione; si sono concentrati su altri aspetti della faccenda, di certo meno divertenti e originali. Fatti i loro calcoli ideologici per lustrare le scarpe al potere, si sono infatti legati al dito la passione di Hans per i cosiddetti videogames violenti.
Secondo giornalisti e telegiornalisti, autorevoli esperti di stronzate, l’abuso di consolle è infatti pericoloso. Dicono che a lungo andare il videogiocatore non riesca più a percepire alcuna distinzione tra il reale e il virtuale. E puntualizzano che sono cazzi, specie se nella vita reale hai la diarrea: perché non è poi così facile trovare un cesso al terzo livello di Call of duty.
Insomma, stando a sentire gli infingardi spacciatori di pensiero collettivo, se Breivik non avesse mai avuto una Playstation, probabilmente il 22 luglio scorso sarebbe rimasto a casa a giocare alla Playstation invece di distribuire l’oltretomba agli astanti. Sarebbe bastato questo virtuoso circolo vizioso per far vivere felici e contenti tutti i laburisti del mondo.
E invece per colpa di un joypad e della presunta confusione ontologica che questo ci provoca, c’è toccato contare prima e commemorare poi le vittime. Tutte cazzate, ovviamente.
Lo distinguiamo ancora bene il reale dal virtuale; se così non fosse non ce ne staremmo mica tutto il giorno su un divano davanti ad una consolle. Sappiamo perfettamente che c’è tridimensionalità e tridimensionalità, per questo scegliamo sempre quella fatta di pixel.
Mi pare dunque teoreticamente irrilevante, nell’economia della strage, il fatto che Breivik fosse un appassionato videogiocatore. Ci sono dettagli ben più inquietanti della sua personalità da indagare.
E non mi riferisco mica al fatto che fosse un fanatico della caccia, un cristiano fondamentalista, un antislamico e un massone. Questi semmai sono attributi corollari; subordinati di certo a ciò che mi sembra essere più determinante ed indicativo: la sua acconciatura.
E’ chiaro come il sole che un biondo con la riga da parte può raggiungere inauditi livelli di dolore e violenza. E non c’è mica da scherzarci su.
Davvero: una pettinatura può fare chiarezza su un secolo di eventi e non ci vuole molto a capire che è il look a produrre la storia. Mettete a Breivik i capelli di Ligabue e vedrete che tutto cambierà. Troverà un modo meno sensazionale per nuocere al genere umano: si metterà a scrivere canzoni maldestre, altro che Utoya.

Nella foto sopra Breivik indica ad un forestiero la direzione da seguire per arrivare al Duomo.

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PRENDI L’ARTE E BUTTALA NEL CESSO

Intanto aprite per bene (cliccandoci su) le immagini che ho allegato al post, poi leggetele con nausea ed attenzione. Che qui sotto ho qualcosa da dirvi.


Alla luce di tutto quello che avete appena letto, non posso starmene ancora lì su Repubblica.it a vedere le migliori immagini porno di Kate Moss. Ho il dovere morale di fare qualcosa di nobile e di reagire al giornalismo e all’artistismo contemporaneo di cui sopra. Tornerò più tardi a desiderare una relazione complicata con una modella cocainomane e senza tette.

Intanto prendo un verbo servile e ne coniugo il condizionale.
Vorrei, vorrei.

Vorrei, vorrei condannare il primo redattore per stupro di dizionario e diagnosticare al secondo (magari è lo stesso) una lessicosi purulenta in fase terminale. Nulla di personale, è solo che nel tempo libero mi diletto a vedere gli altri soffrire.
Vorrei, vorrei altresì ripristinare un certo rispetto nei confronti della fotografia, così maltrattata dai giornalisti di cui sopra e dalla fotografa di cui sotto. Nulla di personale, è solo che sogno spesso di venire in faccia ad una Leica M9. Una cosa che faccio solo se c’è amore.
Ma forse, al di là dei condizionali, è meglio scrivere un pretesto narrativo per esprimere le mie opinioni in merito. Spero solo che la fotografa e i giornalisti non se la prendano a male.
Nulla di personale, è solo che la mia opinione vale sicuramente più della loro.

PRETESTO NARRATIVO PER ESPRIMERE OPINIONI

Libreria Feltrinelli qualunque.
Un cliente specifico che chiameremo per scomodità Celestino è in cerca di un romanzo scritto da un autore con un cognome qualsiasi che finisce con –ovsky. Passeggiando tra le commesse del negozio, tutte irrimediabilmente in divisa da fregna, s’imbatte in una vernissage affollata da uomini con la barba incolta e donne con la barba incolta. Per pura invidia dello stereotipo.
E’ una mostra di fotografia in bianco e nero. Una di quelle cose che ti fa rivalutare gente come gli organizzatori di corse clandestine di cavalli.
Curioso per mancanza di alternative, il nostro decide di sorbirsela nonostante l’esistenza di ventenni che ti mostrano gratis le tette in webcam ad ogni ora del giorno e della notte. Del resto se si chiama Celestino un motivo ci sarà.
Entra dunque in sala e passa in rassegna le immagini con un certo stile sociale. Si ferma, appoggia una mano pensierosa sul mento, finge di guardare, poi guarda davvero e subito dopo comincia a provare nostalgia per i tempi in cui fingeva di guardare.
Si fa l’ora delle congratulazioni. Le 18.13, è risaputo.
Celestino si precipita dalla fotografa e la riempie di complimenti, apprezzamenti, lodi, lusinghe, cerimonie, convenevoli, rallegramenti, felicitazioni, omaggi, ossequi, onori, incensamenti, panegirici, preghiere, inni, invocazioni, blandizie, adulazioni, moine. Le vaporizza insomma in faccia due interi caricatori di Vetril Parola Buona Per Tutti. Non spreca nemmeno una goccia di sinonimi nel tentativo vano di entrare nelle sue grazie rimpolpandole l’autostima.
Nel frattempo in un’altra parte del mondo, che sia un caso o no, aumenta la mia di autostima.
Mentre sto in un garage a falsificare i numeri di telaio ad una Polo rubata, Celestino non è lì a farmi i complimenti e io mi sento un uomo migliore.
Continuo a delinquere con orgoglio e un pizzico di saccenteria: so perfettamente che a breve qualcuno alla Feltrinelli inciamperà maldestramente sulla parola “sperimentale”. Un aggettivo che mai le persone intelligenti dovrebbero usare in presenza di persone come loro.
Detto, fatto. Come avevo previsto con poteri televisivi, succede il misfatto e comincia la classica rissa a colpi di Kierkgaard.
Fortuna che il mio rifugio antiartista continua a proteggermi, perché la fotografa, stuzzicata nel suo punto G spirituale, parte con un vesuvio di parole tutta intenta a dimostrare scientificamente che non è possibile dimostrare scientificamente qualcosa.
Celestino non capisce che questa è una battuta e controbatte con un video su Youtube in cui un imprecisato filosofo di Tubinga sfida a poker un Hello Kitty di Hello Kitty.
La fotografa s’infervora e tuona: prende una frase dal terzo neurone del quarto stereotipo a sinistra e gliela invia con un pitone viaggiatore. Suona più o meno così.
“Tu non capisci. Studio da anni una fotografia di ricerca, molto sperimentale. Il mio lavoro è una contaminazione tra la visual art, lo street reportage e la cistite”.
Poi aggiunge a voce:
“Sono poi una profonda esploratrice dell’immaginario, ma non capisco assolutamente un cazzo della realtà”.
Le iniziali puntate di un giornalista, ferme davanti al buffet, prendono appunti per la recensione da scrivere. Poi tornano alle tartine al salmone di caviale con mascarpone di ostrica.
Celestino si accorge che si è fatta l’ora di tornare a casa. Le 18.14, è risaputo.
Se ne va un po’ contrariato, ma ancora convinto del fatto che pure oggi basta avere il Parkinson e scattare foto in bianco e nero per essere un artista.

ps. Qualcuno avrà notato che ho preferito glissare sull’ imperterrito femminismo della prima recensione. L’ho fatto per scelta.

Un discorso a parte invece merita l’eterotopia chiamata in causa nella seconda recensione. Non sto lì a spiegarvi che significa perché non vi servirà a trovare lavoro e nemmeno a perderlo. Però ho da raccontarvi una storia che sembra avere a che fare con la misteriosa e affascinante parola di cui sopra.

Mentre ero alla ricerca di uno sgabuzzino di seconda mano tra le pagine web di Portaportese.it, mi imbatto qualche giorno addietro nel seguente annuncio con foto:

“Vendesi eterotopia della visione colore nero, perfette condizioni, ideale per soggettività femminili, tagliando appena fatto, pasticche nuove. Telefonare ore oniriche”.

Che sarà una pura coincidenza? O c’è qualcuno qui che si diverte alla grande?





 

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VOI CI SAPRESTE STARE DUE MESI SENZA SCOPARE?

Il Festival di Sanremo sta andando bene, nonostante le fan di Morandi siano ormai già belle che decomposte nei loro loculi. Belèn continua ad essere na fregna e comincia a starmi pure simpatica, la Canalis ha un brutto taglio di capelli e Luca e Paolo sono due massoni.
Poi c’è Berlusconi che sta andando via del culo: è successo il casino definitivo. Lo sapevate che è indagato per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile? Me l’ha detto un sordomuto con parole sue. Potete immaginare quali.
Io, l’unica cosa che penso è che mi dispiace, perché dopo tutto sto bordello che è successo, ora Silvio sa di essere controllato e non può più fare colazione più con il nutrimento delle escort e l’energia del cioccolato.
E allora mi domando: ma da quanto tempo è secondo voi, che Berlusconi non scopa?

 

Sintonizzata su Raiuno, per vedere la tintura inossidabile di Morandi, anche Sandra Mondaini.

 

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AL BANO LASCIA ROMINA CON UN CAPOLAVORO DI LOGICA

APPROFITTO DI SANREMO PER RIPROPORRE UN VECCHIO, MA RIUSCITISSIMO POST.

ECCOVELO:

A distanza di anni un’intercettazione ambientale ha rivelato i dettagli della separazione tra la coppia canora più celebre tra gli incontinenti. Pubblichiamo qui senza nulla aggiungere, la battuta finale con cui il cantautore più Garrisi della storia della musica per la terza età, si congeda alla figlia errata di Tyrone Power.  (Fonte Presspress)

– Romina, ti lascio. Non posso stare con una che vuole stare con me.

Quando si è Al Bano, può essere dura accettare che la tua donna stia con te senza perdere la stima in lei.

Al Bano e Romina in una foto del 1978. Anno in cui nasceva la nonna di Loredana Lecciso.

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IL LIVE PIU’ CASUALMENTE DOLCEMENTE ATTESO DELL’ANNO

A volte, nella vita, capita di farsi fecondare artificialmente in prossimità dell’uscita del tuo nuovo album.
E’ una cosa che accade quando meno te l’aspetti. Sei dallo sfasciacarrozze per recuperare lo sportello anteriore destro di una Renault Clio del ’97 e la divina provvidenza porta un mazzo di rose rosse al tuo ovulo. Così, per caso, senza premeditazione trascendentale.
La vita è imprevedibile.
Oggi, per esempio, un tizio con una Ford Focus che mi pedinava da una settimana e mi si appostava sotto casa e annotava tutti i miei movimenti su un taccuino e mi chiedeva il pin del bancomat col tono di chi chiede garbatamente l’ora, mi ha rubato il portafoglio.
Sono cose che succedono, quando è il caso a regolare gli urti e gli scontri delle particelle elementari dell’universo.

Per cui godetevela la Nannini, live.
Lo avrebbe fatto pure Leibniz.

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GRASSO NON SARA’ BELLO, MA E’ MEGLIO

Quando guardo Giuliano Ferrara penso che Jovanotti sia un po’ ingrassato ultimamente.
E invece, eccomi subito smentito: Giuliabnorme, non è Lorenzo.
Nonostante sia uno stronzo quasi perfetto, non mi procura infatti le stesse dermatiti seborroiche del cantante più sopravvalutato di tutta la storia dei paraculi.
Lorenzo Cherubini mi fa prurito come il burro di arachidi sotto le ascelle, mi induce al genocidio come atto di compassione verso il prossimo, mi fa odiare la comunicazione umana e mi fa amare quella di Mino Reitano.

A volte penso cosa sarebbe successo se Jovanotto avesse avuto in dotazione giusto un paio di tonnellate in più di cellule inutili.
Sarebbe stato così ottimista? Avrebbe dedicato le stesse pustole di amore planisferico agli imbecilli che scaricano i suoi album su Emule?
Una cosa è certa: avrebbe scopato meno di me. E questa sarebbe stata già una buona notizia.

Provate a chiedere alla moglie di Lorenzo Cherubini: "Ehi tu, faresti un pompino a quest'uomo?

Sopra, un uomo a cui auguro cose irripetibili.

AMA IL TUO AVATAR PIU’ DI TE STESSO

E’ vero: su facebook è stato scritto troppo. Non esiste capra dilettante o ippopotamo d’autore che abbia evitato l’argomento. Tutti lì a dire la loro stronzata con la presunzione di lasciare il segno e rivoluzionare la storia dell’arguzia.
A fronte di un tale profluvio di argomentazioni, paiono tuttavia poco soddisfacenti i risultati raggiunti dal popolo delle risposte per tutto. Ma la colpa non è mica loro.
Il problema sta a monte: non è facebook ad essere un argomento di conversazione sopravvalutato, né i simpatici usignoli del sapere ad essere di mediocre cinguettio. E’ la comunicazione umana, in toto, ad avere un repertorio limitato di protocolli.
E detto questo, finalmente posso unirmi al branco e tornare a macchiarmi la camicia di soggettività: ora che ogni opinionismo è stato scagionato a priori.
Comincio a pensare intensamente a facebook, giusto per avere qualcosa da dire.
Mi concentro massaggiandomi le ascelle e le tempie, contemporaneamente. Poi comincio a scrivere quanto segue:

La prima sensazione che avverto quando penso a FB è il fastidio. Non riesco proprio ad accettare il fatto che Mark Zuckerberg in questo momento stia manganellando un gregge di escort vestite da escort. Mentre pigio incostante sui tasti per dare a Bill Gates quel che è di Piero, non posso fare a meno di rimuginarci sopra e produrre ettolitri di bile artigianale.
Ma siamo qua per tagliare l’ennesima spigolatura ermeneutica in merito al social network più popolare della ionosfera, e non per desiderare le troie d’altri. E dunque, vado subito al sodo, all’assioma, al postulato.

Facebook è un videogioco.

E’ questa la dichiarazione del futuro che sottoscrivo con un timbro istituzionale taroccato, dal momento che non sono certamente il primo ad essere giunto su questa Luna.
Un azzardo ermeneutico solo apparente dunque, che mi impegno tuttavia a farcire con dimostrazioni ad uopo e tanta simpatia, nella speranza di apparire così meno stolto e truffaldino.
Vi guiderò pertanto nel suo favoloso mondo: step by step, istruzioni per l’uso alla mano e menù à la carte. Non sia mai vi venisse voglia di ordinare qualcosa al maitre, nel frattempo.

Passo 1: Iscriviti a facebook
Inserisci nome, cognome, data di nascita e se vuoi pure i tuoi film preferiti. E’ un modo estroverso per farti catalogare dalla Cia nel database della paranoia; l’equivalente di un battesimo cattolico, con il vantaggio che qui nessuno si prenderà il lusso di spruzzarti dell’acqua Rocchetta in testa. Per completare l’identità, inserisci l’immagine profilo che più rappresenta la tua difettosa personalità e il videogioco è fatto. Adesso hai un avatar.

Passo 2: Lasciati guidare dalle tue insicurezze
La tua vita è avvilente, e questo è chiaro. Se così non fosse, non ti saresti iscritto a facebook. Ecco perché nella gestione del profilo, come ogni player che si rispetti, non puoi prescindere dalle tue tonnellate di frustrazioni.
La prima cosa che sentirai di fare dunque, ancor prima di giocare, sarà quella di trovar qui la giusta compensazione alle inevitabili delusioni del desiderio cui sei soggetto quotidianamente.
Non opporre resistenza. Lasciati condurre da esse nel delineare la fisionomia del tuo avatar. Trasformalo pure nel riflesso incondizionato dei tuoi psicodrammi, nella cartina tornasole delle tue paranoie, nell’alter ego della tua inappagata soggettività. Senza sensi di colpa.
Non hai ricevuto un’eredità immobiliare e sei costretto a riverire mensilmente un contratto transitorio d’affitto con ottocento sproporzionati euro che estrai dal tuo conto BancoPosta?
Ti verrà spontaneo linkarti al sito di una nota agenzia immobiliare, cercare un esavani terrazzato in provincia di Marte, scaricare le foto sul tuo pc, uploadarle su facebook e accompagnarle alla dicitura: “La mia piccola casetta di villeggiatura”.

Passo 3: Imposta la tua strategia manageriale
Fai il tuo gioco e imposta le tue priorità videoludiche.
Nessuno ti obbliga a far nulla qui: pubblicare un video in cui tenti l’imitazione di Sandra Milo è possibile, come del resto uploadare un’immagine in cui appari muscoloso come Valerio Merola e oliato come un branzino. La tattica è libera, la scegli tu: puoi appesantire la tua solita maschera pirandelliana quanto vuoi o, se ti cale, plasmare la tua nuova identità ad immagine e somiglianza di un altro.
Facebook è un videogioco manageriale, te ne sarai accorto, e come tale, non può far altro che trasformarti nel Lapo Elkann del tuo profilo. Devi mettercela tutta per far salire i titoli in borsa. Non è cosa semplice, il mestiere di dirigente.
Cerca di innovare il marketing, e prendi esempio proprio da Lapo: lui si è scopato un trans per far quotare le azioni della Fiat, tu puoi conquistare le teenager condividendo una scureggia a caso dei Subsonica.

Passo 4: Scegli il tuo nemico/i provvisori
Su facebook i nemici sono tutti, ergo troppi. Per questo, non esiste una vittoria definitiva, ma tanti piccoli trionfi temporanei. Esperire passeggera gloria dunque, si può: basta selezionare uno o più nemici provvisori con cui gareggiare.
Oggi per esempio, puoi importi di covare rabbia per Davide Mangano, reo di essere il più popolare tra le butterate dei tuoi favolosi anni ottanta. Prendilo di mira: qui puoi ottenere il momentaneo riscatto.
Con una posa imbecille a caso, una bionda placcata in silicone che finge di slinguazzarti e una caipirinha in mano, avrai vinto. Attenzione però: la caipirinha funziona solo in abbinamento alla maiala slinguazzante. Tolta questa infatti, il tuo happy hour cambia segno: da simbolo di vitalità tropicale e dissoluzione modaiola, a sintomo inequivocabile di un alcolismo da videopoker che fa decisamente sfiga.
Non preoccuparti, non dovrebbe essere un problema convincere la zoccola a fingersi zoccola: basta dirle che pubblicherai sul tuo profilo le foto e che, soprattutto, la taggherai. In questo modo pure lei ne trarrà un vantaggio: a seconda della sua personale strategia manageriale, potrà infatti utilizzare la suddetta immagine per mostrare alle sue rivali a quanti uomini fa finta di darla o per far vedere ai suoi fan maschili quanto è disinibita.
Se per qualche motivazione oscura invece, il progetto dovesse sfumare, poco male: basta farsi prestare una giacca di velluto sdrucita, procurarsi un moleskine e lasciarsi immortalare da un amico in posa intellettuale.
Attenzione però, a non dimenticare di rimuovere dal vostro cocktail l’allegria tropicale delle sue canoniche decorazioni. Potrebbe vanificare l’effetto Bukowski che state cercando per ammaliare tappeti di frikkettone sedute sui tappeti.
Il marketing su facebook è in continua evoluzione!

Passo 5: Controlla il tuo nemico illimitato
Ad un certo punto della vostra esperienza su FB, non è escluso che sopraggiunga la noia, o una condizione tipica di spaesamento del conflitto. Non vi preoccupate più di tanto: è assolutamente normale il desiderio di dare un volto fisso all’antagonista, per dar un senso alla propria battaglia e giustificazione morale alla vostra epica.
L’analisi che fa Propp sulla struttura di ogni storia, è la perfetta testimonianza di questa necessità narrativa, propria dell’animo umano.
Insomma: non siete più pischelli, non volete avere più giocattoli ora di Luca ora di Manuela. Adesso vi basta averne uno in più di Roberto Sollevanti.
Un nemico non più temporaneo, ma specifico come il peso delle vostre paranoie, illimitato come la vostra Adsl, a tempo indeterminato come il suo contratto di lavoro. Che poi è ciò che nella fattispecie vi fa rosicare.
Siete cresciuti dunque: non più junior manager del vostro avatar, ma senior.
La gestione imprenditoriale, a questo punto, si professionalizza: Sergi Marchionne che non siete diventati altro, ora non basta competere nel noioso mercato globale, ma è necessario rivaleggiare con un distinto marchio e stratificare la vostra strategia.
I contenuti da pubblicare diventano di settore, si specializzano. L’osservazione del nemico si fa costante, quasi maniacale.
Oggi ad esempio, hai messo su le foto della vacanza aziendale a Formentera e una scansione in jpg del 740 di Giorgio Mastrota, che spacci per tuo. Ti senti al sicuro: Roberto Sollevanti è ancora fermo lì, al messaggio di status “Si parte per la Corsica” e all’ultimo video condiviso in cui regala calci in pancia ad uno stagista in sedia a rotelle.
Passa giusto qualche minuto e l’inguaribile Roberto, ultracarnivoro per vezzo, ti regala un amarissimo boccone: si è sposato con tre tue amiche vegane a Las Vegas, contemporaneamente. E te lo dimostra con tanto di prete vestito da Mucca assassina.
Non agire d’istinto, aspetta il momento giusto per la controffensiva. Hai tutto il tempo per elaborare un fotomontaggio che ti ritrae ad un’asta della Sotheby’s, gaudioso e trionfante per esserti appena aggiudicato Elton John che si è appena aggiudicato a sua volta un Pollock originale.
E così via, la ricerca della vittoria procede ad libitum: ora sei giunto in quell’ultimo step del manageriaggio corpo a corpo che sfrutta la tua innata predilezione per il desiderio infinito e irrealizzabile, oltre il quale l’ultima cosa da fare è chiederti se sei soddisfatto e risponderti di no.

Consigli per dilettanti:

1.Non metteterti contro nemici che non sono alla tua portata. Se suoni il basso con “Le vibrazioni” è inutile fare a gara con Frank Zappa.

2.Non esagerare con i fake: se vivi a Bressanone risulta difficile ai più credere che sei proprio tu quell’ospite a bordo piscina nella villa di Hugh Hepfner.

3.Non pubblicare come messaggi di status, stralci di una poesia di Eugenio Montale: se il sublime chiama lascia rispondere ai versi di Luciano Ligabue. Fanno più effetto.

4.Non utilizzare facebook per masturbarti con le foto della zinnona di turno. Per quello esistono i siti porno.

5. Accedi al tuo account preferibilmente durante gli orari di lavoro: il tuo impegno virtuale cresce in modo direttamente proporzionale alla frustrazione quotidiana.

6.Non rubare

7.Onora il padre e la madre

8. Ama il tuo avatar più di te stesso.

 

Nella foto sopra, una donna che ha visto l'uccello di Mark Zuckerberg.

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WIKILEAKS TI VOGLIO BENE

SECONDO ALCUNI DOCUMENTI PROVENIENTI DA FONTI SEGRETE, WIKILEAKS SAREBBE IN POSSESSO DI ALCUNI DOCUMENTI PROVENIENTI DA FONTI SEGRETE.

IL FONDATORE ASSANGE HA DICHIARATO DI NON APPREZZARE PARTICOLARMENTE IL SUO COGNOME. AI MICROFONI HA COSI’ COMMENTATO: “SE NON SAPESSI CHI SONO MI SAREI PRESO PER UN SOMMELIER EFFEMMINATO”.

LA CIA OSCURA IL SITO DOPO LA DIFFUSIONE DI UN VIDEO IN CUI IL MIO MAESTRO DI JUDO TENTA DI RIMORCHIARE L’ISTRUTTRICE DI SALSA SENZA MERENGUE.

FONTI BATTESIMALI ATTENDIBILI HANNO ACCERTATO CHE LA PAROLA WIKILEAKS DERIVA DAL LATINO WIKIPEDIA.

FONTI DOLOMITICHE HANNO STABILITO CHE LE BATTUTE SU WIKIPEDIA HANNO LO STESSO EFFETTO COMICO DELLE BARZELLETTE DI GINO BRAMIERI.

JIULIAN ASSANGE FA TREMARE I GOVERNI: “CONOSCO IL NOME DELLA SQUADRA VINCITRICE DEL CAMPIONATO ITALIANO 2009/2010. E A BREVE INFORMERO’ I MEDIA SULL’ESITO DEL MONDIALE SUDAFRICANO”.

UN DOSSIER ANONIMO RICEVUTO DAI COLLABORATORI DI ASSANGE CONFERMA L’IPOTESI CHE SOTTO IL BERRETTO DI GIULIANO SANGIORGI, FRONTMAN DEI NEGRAMARO, CI SIA IL NOME DI FEDERICO MOCCIA.

UN DOSSIER ANONIMO RICEVUTO DAI COLLABORATORI DI ASSANGE CONFERMA L’IPOTESI CHE SOTTO IL CAPPELLO DI FEDERICO MOCCIA CI SIA A SUA VOLTA IL NOME DEL VERO RESPONSABILE DELLA TRAGEDIA DI USTICA.

ANCORA IL N.1 DI WIKILEAKS: “MICHAEL JACKSON SI SPOSERA’ A BREVE CON SHAKIRA E GERRY SCOTTI E’ UN CONDUTTORE TELEVISIVO”.

I SERVIZI SEGRETI, SMENTISCONO: “QUESTO DIMOSTRA QUANTO LE FONTI DI ASSANGE SIANO INATTENDIBILI. GERRY SCOTTI NON E’ MAI STATO UN CONDUTTORE TELEVISIVO”.

 

Secondo fonti attendibili il nome di Julian Assange è Julian Assange.

Julian Assange prima di diventare inutilmente albino.

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8 BIT SOPRA IL CIELO

Samantha Fox era notoriamente una “Big Natural Tits” prestata alla musica pop, quando un Re Magio mi portò in dono oro, incenso e Commodore 64.
Già, niente mirra per il sottoscritto, perché negli anni ottanta era più facile procurarsi un processore a 8-bit che una gommaresina aromatica. Una fortuna per me, visto e considerato che all’epoca nella mia mangiatoia c’erano più Converse All Star che Giuseppi e Marie.
Scartai l’omaggio sotto la conifera natalizia con una gioia neoproletaria che ancora ricordo con nostalgia.
Non passò un mese e, dal mio pusher di nastri magnetici, acquistai per il babbo una copia dell’Espresso e per me un videogame della Martech, che della tettona di cui sopra si serviva, come erotico specchietto per le adolescenti allodole come me.

Poker o strip, si chiamava così.

Tu sbancavi Samantha, e lei si spogliava. Lei ti mandava al verde e si rivestiva. Come per magia, senza nemmeno muovere un capezzolo, si spostava tra una statica schermata digitale e l’altra, improvvisando così un frustrante spogliarello a rate.
Bisognava superare cinque stremanti livelli per vedere definitivamente le sue enormi tette a pixel cubitali. Motivazioni esclusive queste di ogni player con la coscienza a posto e il pisello sulle spalle.
Pure io non desideravo altro. Perché avevo sì dodici anni, ma non ero mica un ingenuo. Sapevo benissimo un sacco di cose: ad esempio che la masturbazione non può fare a meno della rappresentazione simbolica. E che per questo, il mio nuovo videogame mi avrebbe condotto con le sue vertigini binarie verso una nuova e culturalmente rilevante frontiera della sega.
La prima volta, mi masturbai correttamente dopo un’ora di trattativa d’azzardo con la maggiorata.
Un full d’assi e finalmente fu annunciazione delle poppe. Un’immagine in bassa risoluzione, a dirla tutta, che mi costrinse ad allontanarmi il più possibile dallo schermo, per vederci meglio.
Giunsi fino all’imbocco del corridoio Alpha Centauri per ottenere una sufficiente qualità di definizione. Peccato che da quella prospettiva intergalattica il tutto mi appariva grande quanto una figurina Panini.
Si sa, ogni privilegio ha le sue controindicazioni.
E comunque: quella era la mia prima sega a distanza celeste. E soprattutto, dopo mesi di fumetti e riviste porno e ragazze Cin Cin, quella era la mia prima sega videoludica.
I programmatori avevano previsto tutto: intelligenti sociologi, lasciavano Samantha ignuda per tutto il tempo del mondo intero. Era un premio intelligente, per il consumatore.
Cercando così la “gioia” sperimentavo dunque un nuovo piano della mimesis ove liberare le mie energie narcisiste. Allo stato liquido.
E se quelle poche centinaia di pixel bastavano ad attestare la referenza di una zinna, a dar credito alla sua esistenza reale rendendomi plausibile l’orgasmo, tutto ciò accadeva grazie alla collaborazione di un’altra macchina iconica portatrice apparente di verità: la televisione.
Processi cognitivi intertestuali si attivavano dunque nella mente dell’onanista: me, nella fattispecie. Dai pixel immobili della schermata che mi trovavo di fronte, allo spazio simbolico in movimento di “Superclassifica show” e ritorno, la consistenza ontologica di Samantha prendeva quota, con la collaborazione del potere di verità del realismo video fotografico.
E tutto questo, proprio mentre la pop star americana scalava le classifiche sguazzando le sottoscritte mammelle con il singolo “Touch me”. Ironia della sorte, dal momento che nessuno dei suoi onanisti avrebbe mai potuto palparle l’epidermide. E forse, forse era giusto così.

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