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TOTO’ DI NATALE CHE SFIGA TOTO’ DI NATALE

Non è perché si avvicina il 25 dicembre che adesso mi sperticherò in dichiarazioni d’amore nei confronti di Totò Di Natale. Nel senso, non ci tengo a sostenere quel tipo di comicità che punta tutto sui giochi di parole.

Piuttosto è che mi sono reso conto stanotte – dopo aver sognato cose brutte e non esser più riuscito a dormire – che l’attaccante dell’Udinese ha avuto poco dalla vita, specie rispetto a quanto ha seminato; e non mi è parsa cosa giusta questa.

Non mi è mai parsa cosa giusta questa.

Non mi è mai parsa cosa giusta la fatica a prescindere, pensate un po’ quando non serve a nulla o al massimo a farti vincere la classifica cannonieri del campionato italiano per due stagioni di fila e passare lo stesso inosservato.

Totò Di Natale l’ha fatto: ha segnato 29 gol nella stagione 2009/2010 e 28 gol nella scorsa, ed Enrico Varriale non se l’è filato di pezza comunque. Anzi, se ne avesse avuto facoltà, se non ci fosse stata la certezza matematica che la matematica non è un’opinione, gli avrebbe tolto pure questa soddisfazione.

Il Milan è campione d’Italia con 84 punti; si vabbè, la classifica cannonieri la vince Totò di Natale, ma piuttosto grandissimo Ibrahimovic, grandissimo Ibrahimovic, grandissimo Ibrahimovic”.

Sarà il cognome che ispira poco i giornalisti sportivi, chissà; in ogni caso dovete ammetterlo: la luce si spegne nei loro occhi quando scorre nella loro lingua il nome del prolifico e sfigato attaccante dell’Udinese.

Totò Di Natale, che sfiga Totò Di Natale, giocare al calcio nello stesso periodo storico in cui Domenica Sprint è condotta da certa gente.

Quella che si troverebbe disoccupata se il pubblico non fosse così stupido da ostinarsi a seguire il nostro campionato, nonostante l’esistenza di quella cosa meravigliosa che è la Liga spagnola.

Totò Di Natale, che sfiga Totò Di Natale, giocare al calcio nello stesso periodo storico in cui la Serie A italiana si dimostra così modesta e noiosa.

Come la nazionale del resto, che ha vinto un mondiale per una botta enorme di deretano e ne ha perso un altro perché ogni tanto funziona anche la giustizia divina; e in entrambi i casi facendo schifo.

Totò Di Natale, che sfiga Totò Di Natale, giocare al calcio nello stesso periodo storico in cui la nazionale di calcio italiana ha le magliette stinte.

Che poi c’era gente come Cannavaro a farti da capitano mentre tu eri in panchina e ti lasciavano sgambare gli ultimi scampoli di partita.

Totò Di Natale, che sfiga Totò Di Natale, giocare al calcio nello stesso periodo storico in cui i capitani si tolgono le sopracciglia al centro estetico.

Totò Di Natale, forse ti rifarai nella prossima vita calcistica, ti reincarnerai in un trequartista raffinato col cognome emozionante e vincerai il campionato con Holly e Benji.

Ma intanto Totò Di Natale, ti faccio omaggio qui, io, l’unico che ti apprezza davvero, di un mazzo di rose che sembrano parole romantiche e ti illudono che qualcuno nel mondo ti vuole bene come meritavi tu.

Totò Di Natale, sappi Totò Di Natale, che quando gioco a Pro Evolution Soccer con la Playstation 3 ti scelgo sempre e non ti metto mai in panchina e tu mi ricambi con quello che puoi, visto che io col joypad non me la cavo poi così bene e al massimo vinco una partita su quattro.

Totò Di Natale, che sfiga Totò Di Natale, giocare a calcio nello stesso periodo storico in cui certa gente come me gioca alla Playstation.

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SE LUI SI GRATTA LE PALLE, IO VOGLIO RASPARMI LE OVAIE

Arrivo tardi all’appuntamento con la mandibola equina di Sarah Jessica Ciuchino Parker.
Alla confortevole età di 31 anni e 99 centesimi vedo il mio primo e ultimo spezzone di “Sex and the City”.
Poco male, visto e considerato che non ho ancora letto Les Miserables di Victor Hugo, I Fratelli Karamazov di Dostoevskij e l’Ulysses di James Joyce.
Ciononostante parlerò oggi della fiction più Louis Vuitton d’America: con ammissibile anacronismo sì, perché mi piace così.
Ne godo sempre, a trattar le cose in differita. E’ una roba che faccio spesso. Quasi un’abitudine fisiologica, come la piscia.
Non si spiega altrimenti la mia cattiva inclinazione verso quel tipo particolare di inattualità che non è ancora vintage e che non è più, salvo casi eccezionali, argomento di conversazione.
Passa il trend, la gente dimentica tutto e io sento il bisogno di andare a frugare in soffitta.
Torno giù in sala da pranzo con una decente quantità di oggetti culturali logorati dalle tarme, masticati dai vecchi lepidotteri della critica. Due chili e mezzo di inutilizzabile bolo archeologico insomma, una poco commestibile materia per l’opinione.
Ma chi se ne frega, adesso parliamo lo stesso di “Sex and The Sborra”.
Cosa starà facendo in questo momento Sarah Purosangue Parker? In quale catena di lussuoso abbigliamento starà espletando il suo stereotipo di donna manager?
Per la Manhattan! Speriamo almeno che abbia la decenza di non acquistare Roberto Cavalli.
Insomma, mentre lei se la spassa, spendendo i soldi della quarta puntata della prima serie (pensate un po’ quanti gliene rimangono ancora) io continuo imperterrito a fare battute poco raffinate sulla sua equina mascella, come tradizione vuole. Nonostante la consapevolezza che arguzie di tal fatta siano ormai entrate nel meraviglioso regno del banale d’autore.
Mi sto quasi sul cazzo da solo mentre persevero con un tale umorismo low cost, ho tutte le ragioni per farlo: non posso accettare di essere spiritoso come un passeggero del 409 barrato.
Fare battute sulla mascella della protagonista di “Sex and the Minchia” è un po’ come continuare la lunga tradizione di freddure sulla Fiat Duna. E’ arrivato il momento di dire basta, e soprattutto è arrivato il momento di far dire questo basta ad un giudice della Corte Costituzionale. Così, davvero, nessuno oserà più.
E dopo questo container di incisi, utili a sviare l’attenzione dalla mia palese mancanza di argomenti, passiamo agli argomenti. Passiamo a “Sex and the Fregna”.
Uno spezzone di sei minuti può bastare o per pontificare in merito ho bisogno pure della licenza media? Dipende dallo spezzone. Ad ogni modo io vi racconto quello da cui parto per elucubrare, poi me ne fotto e vado avanti.
In un taxi quattro donne, dalla modesta caratura estetica e lussuosamente abbigliate, parlano di cazzi in culo. Ecco tutto.
E se parlo così volgare è perché non voglio esser da meno delle protagoniste della serie, delle quali tra l’altro cito sopra testuali parole.
Attestazioni limpide queste, che le fighette marcate Prada di “Sex and the Zinne” hanno perfettamente introiettato il maschilismo gretto dei meccanici, i loro poster retrogradi di Moana Pozzi, la loro concezione primitiva del corporale e dunque del sesso.
Un modo intelligente insomma, per dimostrare quante licenze sessuali ha conquistato il gentil sesso nel corso della storia.
Sono andate talmente avanti, le donnine, che adesso possono permettersi il lusso di parlar d’amore come Bruno, l’elettrauto più trucido di Tor Bella Monaca.
Certo, è tutto molto suggestivo: chi l’avrebbe mai detto cinquant’anni fa che le femministe avrebbero potuto un giorno concedersi il lusso di fare le maschiliste?
Beh, a dirla tutta, c’era da aspettarselo. Del resto, i movimenti per la liberazione sessuale dagli anni settanta in poi, sono cresciuti e si sono moltiplicati a partire da un equivoco metodologico di fondo: quello secondo cui, per raggiungere la parità e sconfiggere i dislivelli culturali di genere, bisognava omologarsi alla fenomenologia di mascolina tradizione. Emancipare sì dunque la sessualità, ma a colpi di chiavi inglesi e cacciaviti presi in prestito dall’officina dei valori arcaici contro cui sino a quel momento si era strenuamente combattuto.
Errore, errore, errore.
Il femminismo se lo è così messo nel culo da solo. Declinandosi al virile, ha fallito. Si è trasformato nel suo stupro ideologico, quanto la donna nel suo stupratore.
E Candace Bushnell, mano furba e lesta del romanzo “Sex and the Sgnacchera” che ha dato il via alla serie e all’overdose di puttanate che si sono sentite in merito, tutto questo lo sapeva per bene. E soprattutto, lo faceva meglio, aggiungendo al già certificato machismo lessicale e attanziale delle protagoniste, una massiccia dose di yuppismo: quel mito della scalata sociale verso il potere, da sempre metafora di un’erezione.
Cazzo dritto mi ci ficco: nasce così il Carrie-rismo. Arrivismo mantecato, ancora una volta, in velluto di donna con l’invidia del pene.
Prova ulteriore che la mia tesi, se non è oro colato, non è nemmeno improvvisato cazzeggio. Si può essere d’accordo o meno. Ma questo è un altro discorso.
Un ultimo punto resta da chiarire: come mai nell’era delle avanguardie sessuali, di fotopornoscambisti da vivisezione, di adoratori di verruche e feticisti di emorroidi, il corporale, senza alcuna distinzione di genere, continua a produrre un evidente ed incontestabile effetto comico?
La risposta sembra essere alla portata di tutti: basta pensare alle risate che suscita una scureggia per ammettere che maschi e femmine, onanisti gay o preti pentasessuali, luciferini sadomaso del sandalo e ingroppatori di palle da bowling, siamo tutti soggetti ad una percezione del corpo non ancora liberata, a tutt’oggi schiava dei nostri reconditi tabù.
E dunque, non è sufficiente ammettere che i reggiseni di piazza devono ancora farne di strada e di cenere. Qui bisogna dire che forse, un po’ tutti, a prescindere dalle gonadi in dotazione, abbiamo sopravvalutato la nostra emancipazione.

 

Sopra, un cavallo somiglia terribilmente a un cavallo.

“E’ tutta una questione di dominio, se te lo mette nel culo, ci sarà uno squilibrio di potere”.

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A QUESTO PUNTO RIVALUTO LA FISICA QUANTISTICA

Una domanda da quattro punti su una specie di Trivial Pursuit del cinema, ieri sera. Mi si chiedeva chi, tra gli imbecilli di Hollywood fosse stato eletto per ben quattro volte Mister Universo. Titubai.
Un piccolo indizio mi rivelò che tra i pretendenti al trono di bello intergalattico c’era Arnold Schwarznegger. Il 38° stupratore della California.
Mi buttai a caso sul superdiversamente abile Schwarzy allo scadere della clessidra. Un tentativo disperato di azzeccare. E accadde.

Sorpassai i miei rivali azzeccando il domandone. Ciononostante non riuscivo ancora a capacitarmi di come un ciuffo da ragioniere sfigato, una corporatura da freak circense e dei tratti fisionomici stercocaucasici potessero costituire il canone della bellezza interplanetaria, la sua regola aurea. Se Arnold insomma era l’anabolizzata matematica dell’universo fatta handicap, veniva da chiedersi senza timidezze: “Ma in che cazzo di universo viviamo?”

E allora rivedo volentieri la teoria dei quanti, le azzardate ipotesi dei multiversi ipotetici e me ne sto fermo qui nell’attesa di un passaggio intergalattico, leggendo la guida di Douglas Adams.

 

I giudici lo votarono perché l'alternativa era Lou Ferrigno, ovvero Fabrizio Frizzi ricampionato da DJ Steroidi.

Eccolo Lou, fotografato in un momento di intimità dalla ex moglie Rita Dalla Chiesa.

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CINISMO IN PRESTITO

Prendo in prestito il cinismo di un mio fidato collega di lavoro per esporlo al pubblico godimento. La battuta che leggerete sulla didascalia pertanto, solo apparentemente è mia. In realtà è una preziosa cattiveria di un certo Alessandro Di Mario.

Se la boutade vi garba, andate da lui a manifestare il vostro apprezzamento (accetta bancomat, carte di credito e pompini). Se invece non è di vostro gradimento, prendetevela pure con me. Accetto commenti offensivi, cacofonie, gavettoni di merda, servizi del Tg4 e componimenti poetici.

Praticamente il sogno di ogni studente che si realizza.

E adesso una piccola meditazione tutta mia, che al Di Mario di cui sopra nulla deve.

Sappiamo tutti che il lessico è il riflesso delle tradizioni culturali di un popolo.
I modi di dire o gli stilemi  scritti e orali che appartengono ad una determinata identità geografica cioè, da sempre sono l’espressione più diretta del pensiero collettivo sedimentatosi in una nazione.

E fin qui, nulla di nuovo.
Ora: rileggiamo il titolo del sovraesposto articolo di cronaca.

“Professoressa di religione muore in classe davanti agli studenti

Si noti l’espressione “davanti a”, utilizzata spontaneamente dal cronista per evidenziare il dato culturalmente più rilevante dell’accaduto (che poi è l’unico motivo per cui ha scritto il pezzo). E cioè che la povera Prof. sia (perdonate il plebeo gioco di parole) deceduta dal vivo, davanti ai suoi studenti. Prestiamo adesso attenzione ad un caso fondamentalmente analogo in cui si suole  utilizzare tale espressione.                                                                                                                                                                                                                                    “Porca troia. Ho scureggiato davanti a Chiara”.

Quel davanti a è qui chiaramente formula principe dell’imbarazzo. Testimonia la vergogna fisiologica determinata dall’involontaria rottura di un patto sociale.
Nella fattispecie, quello che ci vieta di scureggiare in presenza d’altri; in linea generale, quello che ci impone di nascondere il più possibile ciò che la nostra cultura di riferimento interpreta come tabù.

E allora, se tiriamo le somme convinti dell’assoluta analogia  tra questi due casi, non possiamo fare a meno di appurare che per la nostra tradizione italica scuregge e morte sono più o meno la stessa cosa: due facce dello stesso tabù, o due tabù della stessa faccia.

Ergo: Se vivete in Italia cercate di morire da soli, evitate di farlo davanti agli altri. Per cortesia.

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TOGLIETE PURE IL POSTER DI JUSTIN TIMBERLAKE, DA OGGI C’E’ L’UOMO SENZA LINGUA.

A UN ANNO DI DISTANZA DA UN ANNO FA, IL RITORNO DELL’UOMO SENZA LINGUA CHE PARLA.

 

Sarebbe stato più miracoloso un cunnilingus, ma va bene comunque.

E ADESSO IN ANTEPRIMA, IL VIDEO DELLE SUE MIRABOLANTI IMPRESE LESSICALI.

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NIRVANA D’OCCIDENTE

1.

Tornai dalla mia vacanza solitaria di domenica pomeriggio. Non appena atterrato un Nokia Tune mi avvertì che di sera qualcuno dava una festa. Un occasione per me, tra un bicchiere di vodkapolarlimonello e l’altro, di vantarmi del fatto che avevo valicato da solo le frontiere nazionali.

Ricevuto da:
Marta
+393288390345

Seratina autogestita!
Marco inaugura il suo
Loft!! Ore 22

Che fai vieni? 🙂

Mi sembrò quasi romantico ricevere un messaggio, contenuto modaiolo ed emoticon naif nonostante. Forse perché quei giorni di social network, multitasking, conversazioni in tempo reale e chiamate voip avevano ormai per sempre declinato l’aura sentimentale dell’sms giunto a destinazione. Una roba che accadeva sempre meno frequentemente e sempre più per mano di un algido algoritmo da compagnia telefonica. Come questo.

Ricevuto da:
Wind +393208473600

Ti ho cercato alle
ore 17.44
del 22/10/2009.

Decisi di andarci alla seratina. Solo perché avevo qualcosa da raccontare.
Meglio: la possibilità di sbobinare gli ultimi giorni vissuti in terra estera con un auditorium si prefigurava come la circostanza perfetta per riuscire a capire come interpretavo il mio malvissuto e quanto ero in grado di fingere istrionicamente di stare bene con me stesso.
Mi aveva invitato Marta: una cerebrolesa tanganaturaldurante che gradiva le mie pillole di morboso nichilismo solo perché non riusciva a distinguerle dalle volgarità internazionali del suo istruttore di fitness. Nulla di cui stupirsi, dal momento che sentirla parlare significava ascoltare simili perle di proletaria saggezza:

– “Secondo me Sarah Jessica Parker ha una bellezza molto particolare”-

– “Le ho consigliato una bomboniera in cristallo perché il cristallo si sa, fa sempre il suo effetto”-

Perché continuava a cercarmi?
Un’analisi rapida di perversioni sociali largamente diffuse mi aveva chiarito le idee al riguardo: Marta apparteneva palesemente a quel particolare zoccolo duro di compagnetti di scuola che continuano a frequentarti coattamente fino ad incontinenza inoltrata.
La casualità alfanumerica che ingabbia gli individui X nella medesima sezione Y dello stesso liceo Z, viene ancora interpretata da taluni elementi del genere umano come un patto di sangue più sacro di ogni cambiale a tasso variabile negoziata con Mefistofele.
Si era trasferita a Roma due anni prima di me e non aveva smesso di telefonarmi almeno una volta a settimana per sapere come stavo-che facevo e per raccontarmi i meritatissimi atti di violenza verbale che subiva dal suo ragazzo. Un attoruncolo di fiction locale alto un metro e novanta che soleva passare i week-end a sfogliare cataloghi di escort in Repubblica Ceca. Lei lo chiamava il mio compagno. Perché superati i ventotto si dice così: è un salto lessicale obbligato, paragonabile a quello culturale che si fa quando si passa dal Cioè a Vanity Fair.

– “Perché faccio la creativa, capisci? Tu non puoi darmi regole su quello che devo inventare”.

Diceva anche questo l’imbecille. Adesso che, dopo anni di sabbatico post-laurea, si era finalmente decisa a lavorare per poter dire a tutti quanto è ingiusta la legge sul precariato. Si occupava di: impaginare brutalmente i cataloghi di un discount d’arredamento, scontornare prodotti surgelati per inserirli in un volantino di offerte Auchan ed eliminare in Photoshop la cellulite a buccia d’arancia da modelle di periferia. Ometteva però, con cura e dovizia ellittica, che l’agenzia la pagava in “io vedo un futuro qua dentro per te”, più buoni pasto per Mcbacon dal lunedì al venerdì. Ciononostante le volevo bene. Ma non chiedetemi perché.

2.

Tornando a noi e a quello che mi attendeva quella sera: avevo ormai imparato pavlovianamente il significato dell’espressione serata autogestita e alla luce di ciò sapevo bene che dietro quella perifrasi si nascondevano abitudini sessiste e di sinistra. Contemporaneamente. Sessiste perché sottintendevano una divisione di compiti da società paleopatriarcale: gli uomini portano da bere, le donne preparano da mangiare.
Di sinistra perché, e lo sapevano tutti, si beveva male e si mangiava peggio: coerentemente con la logica di negazione dell’agio propria del CheGuevaresimo Maoista. Dove c’è comodità non c’è Komunista. Perché l’uomo di sinistra con la K di okkupazione ha il vizio culturale di percepire il comfort come barriera architettonica.

Biglietteria Trenitalia/Atto unico

Komunista: Salve, un biglietto Roma-Catania per venerdì pomeriggio.

Impiegato FS: C’è il treno 1076 delle ore 18.15. Viene 35 euro con prenotazione posto in carrozza lebbrosi. Sennò aspetta, fammi dare un’occhiata…Ah, ecco..offerta Prestige: treno 1345 delle 20.20…prenotazione letto in prima classe, poltrone idromassaggio, champagne e la possibilità di tenere Carla Bruni al guinzaglio. Costa uguale.

Komunista: Va bene il primo.

Si finiva così per passare la serata: ad assaporare controvoglia pietanze etniche in base curry preparate con l’ignoranza occidentale di ogni Salto in padella Findus, e ad ingurgitare in rigorosi bicchieri di plastica liquidi all’etanolo rimestati in uno scantinato di Frosinone. Maleducato a puntino da tali barbariche fenomenologie di massa non potei esimermi da un salto in uno dei tanti bengalesi che avevano ingravidato la mia periferia di generi alimentari disordinati e costosissimi. Passeggiando maledettamente sul lato chic di Torpignattara, quello tutto pusher e settantacinquenni al bar, ne vidi uno in lontananza.
Non c’era insegna luminosa alcuna a segnalarmelo, come sempre del resto. Perché i bengalesi non usano tubi al neon per rendersi topograficamente riconoscibili, ma un mazzo di bifolchi dalla nazionalità trasversale che si urlano in faccia robe incomprensibili.
E io mi chiedo regolarmente: saranno pretestuose avances che anticipano imminenti baruffe alcoliche, o questa folla multietnica sta solo scambiandosi pacifiche comunicazioni di servizio in lingua autarchica? Ogni volta che li guardo sputarsi in faccia, gonfiare giugulari e ricorrere alla mimica di un gangsta di Harlem mi piace interpretare il tutto come il segno della veemenza necessaria ad attutire inevitabili incomprensioni di lessico transnazionale. E allora sogno conversazioni da ascensore mentre in tenuta da pitbull l’uno si scaglia contro l’altro.

– “Certo è che questo tempo….ieri pioveva, oggi fa il sole”-

– “Si infatti, ero uscito con ombrello e sciarpa di lana oggi e invece…ma tu guarda un po’”.-

Nel frattempo manca solo un coltello o il collo di una Peroni da 66 per delineare l’estetica classica della guerriglia urbana.
Ma continuo a divagare.
Dicevo: passeggiando maledettamente sul lato chic di Torpignattara, quello tutto pusher e settantacinquenni al bar, ne vidi uno in lontananza.
Avvicinandomi sempre più alle movenze delicate di questi difficili esempi di umanità, cominciai a percepire i classici enfisemi polmonari propri della lingua arabeggiante e le lallazioni tipiche del nostro rom di fiducia[1]. Tirai dritto come se nulla fosse, poi scansai gli equivoci ed entrai nel bazar: due minuti buoni di contemplazione e i caotici scaffali di alternative rivelarono ai miei occhi un prodotto geniale. Era un rum. El Ron Bacéro, per la precisione. Un tarocco ibrido e deforme, risultato di una gang bang che vedeva coinvolti nell’ordine: una bottiglia di Bacardi bianco, una di Havana 7, un’altra ancora di Pampero. Logo, onomastica, stile del packaging testimoniavano a mio favore.
Per accompagnarlo all’esofago, nessun succo di pera della Puertosol. Neanche sotto tortura. Volevo evitarmi a tutti costi un prevedibile show di sciroccati caucasici in visibilio tropicale per la parola Chupito. Tutto qui. E allora Cola sia, pensai, ma non Coca.

Ma solo perché mi toccava compiacere l’etica pneumatica degli ultratrentenni avventori della mia seratina autogestita: una folla di ambientalisti e anticapitalisti di maniera che andava in bicicletta, adorava la raccolta differenziata, malediceva Scajola e che nel frattempo sintetizzava idrocarburi Armani e Miss Sixty nel proprio guardaroba di rappresentanza.

Ne ero sicuro: se avessi varcato la soglia del loft col bottiglione da due litri di frizzantume neoliberista, mi avrebbero appeso ad un filo teso sopra il baratro di una piscina. Pronti a colpirmi con una torta esotica in faccia per farmi divorare retoricamente da uno squalo sofista in attesa in acqua.

– Meglio quella che guarda verso La Mecca – mi dissi –

Avevo letto su Wikipedia che il fondatore della Coca d’oriente, devolveva parte del fatturato alla giusta causa palestinese. Avrei fatto un figurone con i miei amici Komunisti, se solo lo avessero saputo. Potevo dunque sperare solo nell’effetto trend dei caratteri arabi presenti nell’etichetta, solletico per un basso ventre intellettualoide in attesa di nuovi orgasmi etnici.
Selezionato l’eventuale altro prodotto attesi il resto alla cassa, mentre il nipotino del gestore armeggiava ai miei piedi. Sotto lo sguardo ammirato del suo futuro antenato e della mamma, il piccolo aveva deciso di utilizzare il pavimento come tagliere, riducendo in poligoni irregolari un blocco di mortadella poco prima recuperato dal banco frigo che adesso fungeva da spuntino batteriologico. Una scena barbara e neorealista, ma non meno di tante altre occidentalissime.

3.

Alla porta di casa di Marco mi accolse Marco: un etero trentenne con una parrucca in testa. Bionda, lunga, goliardica e tempestosa. Indossava pure un paio di superflui Ray Ban, mentre io stavo ancora lì a chiedermi perché avevo la costante sensazione in presenza di folle divertite e/o divertenti che da un momento all’altro la radio potesse suonare la hit del momento: Loosing my religion dei Rem.
E invece no, erano passati vent’anni e adesso lo stereo batteva un indistinto trip-hop.
Il mio sorrisino di circostanza fu inutile perché il padrone di casa nemmeno mi aspettava. Anzi, per essere più precisi non aspettava nessuno. Aveva solo un estremo bisogno di sentirsi un po’ Andy Warhol e un po’ Jimi Hendrix, con quella gente intorno, l’odore intonso di un hashish timido e qualche striscia di coca qua e là che alzava i toni della dissoluzione e alimentava la stupida vanagloria della massa. Come l’ultimo film di Gus Van Sant in loop sull’lcd d’ordinanza in salotto. Tutta roba che regalava illusioni di dignità a quella ciurma disperata e inconsapevole. Incontrai subito una donna dai capelli rosso protone. O meglio fu lei ad incontrare me, dal momento che mi venne incontro quasi volesse strapparmi l’uccello dai pantaloni per darlo a mangiare ad Eva, il suo Golden Retriver che stava fuori parcheggiato in giardino.

E invece mi baciò come una bolla di sapone, stupendomi per lascivia e delicatezza. Poi portò via dalle mie mani il beveraggio.
Si chiamava Roberta. Finalmente vidi Marta, che non si alzò nemmeno dal divano in cui era accasciata limitandosi ad un gioioso ed eccessivamente euforico cenno di saluto col braccio. Forse per farmi capire che in quel momento la sua priorità era farsi abbassare le mutande dal moraccione grande e grosso che le stava accanto. Realizzai in un attimo che il suo compagno era rimasto a Praga a scopare con Urina, un’accompagnatrice ucraina poco più che ventenne dal nome imbarazzante. Eccome se ve ne eravate accorti. Mi bastarono poi un altro paio di occhiate per capire: il moraccione grande e grosso era uno di quelli che si toglieva da solo le sopracciglia, quelle di troppo. Perlomeno rispetto al modello di uomo tratteggiato nei manga erotici giapponesi che suo fratello leggeva nel cesso per procurarsi, manco a dirlo, gli stupori mistici dei primi orgasmi. Nel frattempo la rossa era tornata da me, servendomi in plastica un liquido rigorosamente caldo. Cominciò a torcersi le membra e ad arricciarsi i capelli, mentre mi raccontava del suo lavoro in un ufficio stampa di un partito politico stragista. Mi guardava come una neoporno ad un’audizione o come una webcam girl affetta da una grave forma di patetico sex appeal. Una roba così, se mi fosse accaduta in corretta età puberale, avrebbe provocato un’erezione alla mia erezione. Ma lì, in quel luogo in cui Loosing my religion era un successo del passato, in quel pianeta di pubertà traslata dal fallimento di una maturità mai raggiunta, la cosa mi lasciava del tutto indifferente. Non lo davo a vedere però, mentre con la coda dell’occhio avvertivo Marta che ero a mio agio, che la festa era di mio gradimento e che tutto questo non era vero.
Nel frattempo la tipa, sempre più arrapabile ma mai arrapante, continuava il suo peep show senza che io inserissi nell’apposita feritoia nuove monetine da 25 cents.
La lasciai un attimo per andare a riempirmi il bicchiere nuovamente. Adesso la mia amica creativa era da sola, sfumacchiante sul divano e in evidente pausa estrogeni: era il momento buono per scambiare quattro chiacchiere con lei visto che il suo partner sessuale, temporaneamente assente per minzione strategica, sarebbe tornato da un momento all’altro.
Marta è oggettivamente bella. Ma non è colpa mia se l’unico posto in cui riesco a vederla è una cassa del Sigma di via Tor Tre Teste. Probabilmente mi sarebbe piaciuta di più se avesse fatto la cassiera, se si fosse assoggettata a quel principio che nella Repubblica platoniana accomuna il lavoratore comune alla parte irrazionale dell’animo umano. Del resto, anche quella sera era strafatta di french nails. E cos’è pittarsi le unghie di arabeschi e damaschi se non una dichiarazione in carta L’Oreal di irragionevolezza?
Quando tornai in zona rossa, trovai quest’ultima inginocchiata su un finto parquet in rovere con il collo teso verso un abbandono estatico recitato in stile cinema muto anni trenta. Carico fino al midollo di artificio e maniera, come del resto le mani unte da chissà quale inutile fighetteria ayurvedica di chi le praticava un massaggio. Le tradizioni indiane erano lì, dentro quelle mani usate indistintamente per frizionarsi l’uccello in adsl, afferrare Big Mac, tastare chiappe similcubane in discoteca e colorarsi la faccia con autoabbronzanti chimici della Nivea per l’inverno che verrà.
Era il moraccione di cui sopra, che nel frattempo aveva abbandonato l’idea di apporre la propria bandierina di conquista sopra il capezzolo sinistro della mia amica Marta, per l’imminente necessità di venire in faccia alla mia rossa protone. Se la portò a letto una ventina di minuti dopo utilizzando come trombabus il suo pisello meccanico: un Bmw X3. Un aggeggio a quattro ruote che sembrava un suv in sovrappeso da fast food e che fece da spola tra il luogo fisico dove era avvenuto lo speed-date e quello dove si sarebbe a breve verificato un cumshot. Non c’ero rimasto male. Ma mi rendevo benissimo conto che se una roba così mi fosse accaduta in corretta età puberale, avrebbe provocato una commozione alla mia erezione cerebrale. Lì invece, in quel luogo in cui Loosing my religion era un successo del passato, in quel pianeta di pubertà traslata dal fallimento di una maturità mai raggiunta, la cosa mi lasciava del tutto indifferente. Avevo raggiunto il mio nirvana d’occidente, forse la vertigine della mia anestesia. Un’assenza sgradevole di turbamento che mi spinse a tornare indietro nel tempo.
E allora cominciai a ricordare con impegno le ossa di Marika Pendicone, compagna di banco in simil-pelle con l’ hobby dell’anoressia che in un carnevale di mille anni fa, quando avevo dodici anni e non auguravo ancora la morte a Lorenzo Cherubini, mi si avvicinò suadente mentre Zucchero cantava “Solo una sana e consapevole libidine, salva i giovani dallo stress e dall’azione cattolica UUUU”.
Io ero vestito da Batman, lei da Oda-lisca, visto l’ago della sua bilancia.
Mi baciò e fu meraviglioso, sebbene per tutta la durata di quell’approccio non la smisi nemmeno un attimo di chiedermi cosa cazzo volesse dire quel cantante che ritmava in soprafondo il nostro giovane fremito d’amore. Immerso in tali nostalgiche polluzioni infantili tornò un meraviglioso sprazzo di infelicità per le cose perdute. In una serata che mi ritrovavo a condividere con una mandria psicologicamente malnutrita, forse perché allevata in un recinto da ingrasso che nel corso degli anni gli aveva somministrato indifferentemente Pokemon, Negrita, calendari Pirelli, film concettuali, cd della verbatim 700mb, Chupa Chups, preservativi, mensili di motori, artisti di strada, sagre della porchetta, doppi turni e straordinari, badge elettronici, username e password, gadget Hello Kitty, finali di Coppa dei Campioni, collane di perle di Maiorca, coperte in lana merinos, corsi di recupero a settembre, lauree specialistiche, vernissage, teorie della relatività e leggi di Murphy.
Nel frattempo un altro Bacèro-cola scendeva indisturbato giù verso le mie frattaglie, annoiate dall’eterno ritorno di un vizio sociale oramai quasi metabolico.
E lì, a reflusso gastroesofageo attivo, continuai la stimolazione del dolore avvicinandomi ai giorni nostri. Ricordai facilmente: poco più di un mese addietro la mia donna mi aveva lasciato per farsi coccolare dalle attenzioni da manuale di un americano. Un bifolco tatuato che si era trasferito in Italia probabilmente solo per dimostrarmi coi fatti la superiorità di razza del popolo a stelle e strisce. A me, che avevo sempre definito il loro patriottismo come l’effetto collaterale di un complesso d’inferiorità storica.
Pensai a lui, a lei. Ai loro corpi nudi nel più conturbante preliminare nella storia del sesso interraziale. Un tentativo di tortura psicologica che non andò a buon fine, se è vero che mi sorpresi subito a pensare a quanto era distante l’epica del dolore adolescenziale per la perdita dell’oggetto amoroso da quella sensazione di orrore punk che mi faceva gridare adesso: “No future” come Johnny Rotten in God Save the Queen.

Sopra il loft chiaramente di sinistra, ove trascorsi la serata.

[1] Dissertazione nazionalsocialista mio malgrado. Avrei voluto inserire una svastica a piè pagina, ma word non me lo consente.

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BOLT: L’UOMO PIU’VELOCE DEL MONDO E’ PURE IL PIU’ IMBECILLE

Sopra, il campione Usain Bolt dimostra che Hitler non aveva poi tutti i torti.

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FOTOSINTESI NEOPRIMITIVA

Siamo una razza superiore. Non v’è dubbio.

 

IO VENDO DALLA LUNA

Vendonsi oggetti preziosi, frammenti di storia dell’arte, grandi protagonisti del novecento, cimeli bizantini, paesaggi fiamminghi: in televisione. Quasi fossero batterie di pentole della Mondial Market in acciaio inox 18/10 con coperchio in vetro temperato.
E questo è il preambolo o se volete l’antefatto, o ancor, se più vi cale, una piccola introduzione. Ma adesso passiamo ai fatti, al racconto, alla narrativa spicciola.
Su una spiaggia deserta in una notte di fine estate mi perdevo nei cosmodrammi del cielo osservando le stelle. Nonostante una popò di donna mi accarezzasse languida il viso, sussurrandomi promesse eterne come da Harmony, continuavo a pensare ai quadri del Pinduccio, alle tele di Morellino e alle sculture dell’Ortolani.
Negli ultimi minuti di coccole e smancerie la mia assenza si era fatta spessa e sincera: scandagliavo in memoria le illogiche sensazioni della notte prima, in salotto. Quando un ventilatore acceso di thailandese fattura e cinese distribuzione musicava in sottofondo il mio plasma, casualmente sintonizzato su un’emittente che smerciava i manufatti degli ignoti artisti di cui sopra.
Ricordavo dunque, mentre le rotondità amene della fanciulla che mi stava accanto cercavano di orientarmi verso superflue passioni. E mi tornava in mente il conduttore della trasmissione: un chiaro esemplare di omozoo celestiale, che per fingersi un essere umano, indossava un completo grigio Gianfranco Ferrè, una parrucca modello “Fabrizio Frizzi Postmortem” e una mimica facciale griffata Steven Segal.
Promulgava vorace ora dipinti di raro terrore estetico, ora bassorilievi del Sacro Ortolano Impero: coadiuvato dalla voce off di un Meganoide esperto di sconti che dalla consolle intergalattica sparava costosi numeri arabi con voce metallica.
Nel mio flashback l’inquadratura virava ora a destra e, saltellando periodi storici come fossero bignami, esaltava ora le fattezze di un mobile storico, da camera, discreto come un mausoleo in travertino e oro.
L’omozoo celestiale descriveva con minuzia prima e si adirava con sincerità poi, urlando così:
“non capisco come un collezionista d’arte possa restare indifferente di fronte a una consolle Luigi Filippo, siciliana, del mmm…mmm…secolo d.c.”.
Era un’invettiva al terrestre spettatore in ascolto che più avanti sfiorava la metaforica querela morale, nonostante l’evidenza dimostrasse che il problema era a monte. Lo sapevano tutti: trasmettendo dalla stazione orbitale della Galassia Eleteuria, porto franco per millantatori d’ogni genere vivente, non era mai stato facile per i clienti di Testaccio riuscire a prendere la linea.
Per questo la sua tensione accusatoria, recitata con omerica epica, diventava straordinaria. Per questo il suo genio commerciale, certificato da una laurea Cepu, ben rasentava un superlativo interplanetario ed extragalattico.
Wanna Marchi era a miliardi di chilometri di distanza, e non certo perché riscaldava adesso la cella numero 21 del braccio B di Regina Coeli.
La reale distanza tra i due si misurava in modi diversi di vivere dentro uno schermo tv: da un lato la volgarità sudata del genere umano ben rappresentata dalla spacciatutto romagnola, caciarona e saporita come una mechès al formaggio; dall’altro l’algida perfezione biomeccanica di un androide dall’eloquenza sopraffina che con robotici intenti rivoluzionari, prendeva il mondo e lo capovolgeva a testa in giù.
Il mio omozoo era speciale: perché, invece di gridare, tutto spocchia e vanagloria, che i centralini stavano scoppiando, condannava alla forca i rarefatti trilli d’acquisto giunti sull’Enterprise.
E io capivo così definitivamente che quella era pura televisione extraterrestre. Perché, da quando esiste il mondo, nessun imbonitore con o senza partita Iva può concedersi il lusso di mostrare che la sua bancarella non è affollata.
L’universo e le sue leggi cosmologiche, la fisica quantistica, le equazioni di secondo grado e la costante k, mi suonano adesso più affascinanti. Ora che ho scoperto il nebuloso mistero che si cela dietro l’esistenza di questa emittente. Quello alieno.

Omicidio in diretta

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TI AMO ORRORE MIO MA NON LO DICO A NESSUNO

Le procaci ecografie delle telecamere Mediaset, così puntigliose nell’evidenziare il recente master in Management della Mammella frequentato dalla Cipriani, non c’entrano nulla. A me “La Pupa e il Secchione” è piaciuto per altri motivi. Si, avete capito bene, mi è piaciuto. E adesso non posso far altro che aspettare con ansia un’ umiliazione pubblica a vostra discrezione.
Affascinato ancora e sempre dal fantozziano campionario di immagini vessatorie, mi sorprendo dunque a sognare una crocifissione in sala mensa o in alternativa una sfida a stecca con il Megadirettore, davanti a mia moglie e ad una tribuna di famelici impiegatucci. Facciamo così: io mi tengo pronto al pubblico ludibrio; intanto però passa avanti qualcun altro, tipo i milioni di telespettatori che lo scorso maggio hanno pigiato il tasto 6 prima e con più frequenza di me. Mi sembra corretto. E poi così posso tornare a fare quello che mi riesce meglio: il cagacazzo. E se il mio turno sul patibolo mediatico è lontano, ho tutto il tempo di scendere giù a comprare un pacco di Lucky Strike morbide, una confezione di pop corn al burro e una coppa maxi di gelato Hagen-Dazs, quella che trovi solo da Blockbuster, non da Mc Donald’s. Mentre aspetto l’ascensore, torno con la memoria al discusso format di Italia 1. Con tutta la celeste armonia che è in me, visualizzo ora i romantici momenti del frulla-quiz. Istanti in cui ai perizoma evidenti delle Pupe preferivo i boxer, senza per questo sentire l’impellente necessità di partecipare ad un gay pride. Ominidi affetti da una rara forma di quoziente intellettivo, mentre fanciulle in bikini si lasciavano shakerare da vibromassaggiatori per nulla funzionali alla narrazione, agitavano pesi ridicoli da un chilo per braccio. Svogliati e scomposti, condivano poi il tutto con un’espressione facciale da shock anafilattico in corso. Spettacolo mirabile per me e chissà per quanti altri tra i numeri dello share. Sul sesto canale Enrico Papi il bullo li chiamava “I Secchioni”. E loro non reagivano: a stimolo alcuno, senza distinzione di genere, continuando meccanici ad eseguire a regola d’arte i sintomi della propria encefalopatia. Alle scuole medie, a rigor di memoria, era tutto diverso: Giovanni, il più bravo della classe, era un timido puro con la forfora, le occhiaie e la sfiga tatuata sul proprio destino d’adolescenza, ma se gli chiedevi che ora era ti sapeva rispondere. L’ascensore è arrivato al piano da un pezzo. Sono sceso in cortile e ho preso la bici. Adesso mi trovo da Blockbuster. Devo ancora passare a prendere le sigarette, ma prima c’è da scegliere il giusto Hagen-Dazs per la serata: opto per il Chocolate Chip Cookie Dough perché un nome lungo come un Eurostar promette al palato sempre grandi soddisfazioni. Non ho abbandonato neanche per un attimo gli ominidi di Italia 1, li porto ancora con me. Gettare uno sguardo sul proprio abisso fa sempre comodo, soprattutto quando si è in videoteca davanti a uno scaffale di gelati in vaschetta. Via i giudizi morali e gli ipocriti codici di decenza televisiva, via pure la critica in stile Aldo Grasso: forse è meglio chiedersi perché siamo così affascinati dal nostro orrore e perché passiamo la vita a cercare di nasconderlo. Il gelato era buono, ve lo consiglio. Adesso però si è fatto tardi per aggiungere altro ed è giunta l’ora di chiudere il mio file word.
Fatemi sapere entro domani se siete ancora dell’idea di vessarmi in pubblica piazza. Perché non si sa mai, magari vi ho fatto cambiare idea.

Più sensuale di Patty Smith, più raffinata di Moira Orfei, più femminile di Gianna Nannini. Ma rimane comunque un cesso.

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