Archivi categoria: Quadricromie

EJZENSTEJN TI VOGLIO BENE

Nel momento stesso in cui un occidentale caucasico aumenta il proprio patrimonio, non fa altro che diminuire quello di un (etichetta comune vuole che lo si chiami così) abitante del terzo mondo. Ciononostante io, quando prendo lo stipendio, non riesco a sentirmi uno stronzo.
Accrescere il dislivello di risorse tra paesi poveri e paesi ricchi non è di certo il mio diletto principale, ma la mia busta paga mi piace perché mi consente di fare il cliente in un’antica cianfrusaglieria del corso: un euro discount che vende detersivi al limone candito, zuppe elettriche, zerbini a vapore e posaceneri emostatici al prezzo fisso di 0.99 centesimi di euro. Roba di prima necessità, da quando esistono gli sgabuzzini.
Compro compro e così facendo ridistribuisco alla persona sbagliata il capitale, perché il proprietario della di cui sopra attività commerciale è un camorrista svedese che è giunto qui per riciclare denaro proveniente da narcotraffici non identificati. Sempre meglio di donare l’8 per mille alla Chiesa cattolica sia chiaro, ma sta di fatto che il mio personale modo di far girare l’economia ruota lo stesso in senso antiorario. Dovrei dare di più a chi se la passa peggio di me: donare tutti gli euro inutili del mio salario all’Africa, quella denunciata da Jovanotti Cherubini, un cantante che passa il tempo a costruire ospedali coi Lego, cancellare debiti con un bianchetto e curare ammalati con vaccini di retorica. Il tutto nel suo prossimo album a 39,99 euro.
Insomma, oggi ho mal di etica: vorrei devolvere al prossimo e aiutare i meno fortunati, per avvertire distinto quel senso di freschezza morale che neanche un assorbente Nuvenia di ultima generazione.
Mi chiedo dunque e mi richiedo perciò: perché non ho mai fatto beneficenza?
La sempre ottima consigliera Casilina, mi prescrive la risposta con prepotente delicatezza: mi spiega perché non sono un benefattore professionale con la sua solita, ultra metaforica, cartellonistica stradale per automobilisti distratti.
E così, poco prima di essere raschiato sul selciato da un suv assassino, mi godo il panorama promozionale: pellicceria sponsorizzata sul cartellone di sinistra, sguardo in 3D di fanciullo africano generico sul cartellone di destra, al primo contiguo.
Il libero mercato insomma, con il suo potenziale di contraddizione congenita, mi chiede da un lato di assottigliare il dislivello economico tra paesi ricchi e paesi poveri cercando di convincermi ad elargire svariati euro a un fanciullo con gli occhi liquorosi, dall’altro di accrescere il dislivello economico tra paesi ricchi e paesi poveri acquistando una confortevole pelliccia per foraggiare un imprenditore che vende animali morti invano a signore dell’alta finanza.
Fortuna per me che ho studiato la buona storia del cinema sovietico e il montaggio intellettuale di Ejzenstejn.
Il cineasta russo, teorizzava di immagini in conflitto tra loro per creare effetti di senso nella mente dell’osservatore e portarlo alla riflessione ideologica. Riconosco tale linguaggio nelle operazioni di un attacchino che involontariamente lo imita e che così mi restituisce della vita d’occidente le giuste misure.
Metto la freccia e svolto a sinistra. C’è un’antica chincaglieria del corso.

 

Il prossimo passo è la pelliccia di africano.

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ERNESTO GUEVARA, BRACCIA RUBATE AL LIBERO MERCATO

La tossicodipendenza legale mi aveva portato nel rituale tabacchi dietro l’angolo, pronto ad assaporare un nuovo rincaro italiano. Il prezzo al singolo e stupido grammo di sigarette era aumentato di nuovo, ma quella non era l’unica novità della giornata. Per la prima volta infatti il mio tabaccaio, un omone con giustificate probabilità di frustrazione, era in perfetto stato di ottimismo. Sembrava quasi disposto a non farti credere che eri uno stronzo, solo perché eri venuto a trovarlo.                                                                                          
Chiesi garbatamente il mio classico pacco di Diana blu dure, le sigarette più buone di tutto il neoproletariato, nonché le meno costose. Un ottimo compromesso insomma tra un venturo tumore al polmone e l’attuale salute del mio portafoglio. Almeno fino a quel momento lì, perché quel simpatico paraculo del libero mercato, si sa, ha sempre nuovi e indispensabili talismani sociali da imporre al consumatore di turno. E infatti.                
Alla destra del mio omone frustrato in vena d’ottimismo, un espositore intermittente al neon lampeggiava per dimostrarmi com’è facile attirare la volgare attenzione di un essere umano, indurlo a cambiare idea in un batter d’occhio e portarlo a scegliere nuova marca di catrame da smaltire tra gli alveoli polmonari.                                                                          
Seguii i luccicanti bagliori giostrando fisiologicamente il mio sguardo verso l’innovativo prodotto in esposizione: un attimo dopo ero già piacevolmente sorpreso dall’ultima frontiera nel campo dello sfruttamento iconico.                                                                   
C’era Ernesto Guevara che dal suo consueto sfondo rosso guardava sempre lo stesso orizzonte di gloria, ma stavolta non per patrocinare la maglietta fetida di un comunista con le ascelle pezzate, né il graffito metropolitano di un writers con poca fantasia simbolica, né ancora la protesta di piazza dell’ homo sapiens studens contro il governo Berlusconi.                                                                                                                                           Il “Che” faceva sì ancora il suo mestiere di prode simbolo rivoluzionario, ma con gusto paradossale sponsorizzava adesso i tornaconti mercantili di un’ultracapitalista aziendona del tabacco.  In poche parole me lo ritrovai in anteprima, stampato fuori contesto come non mai, su un pacchetto di sigarette a lui omonime.                                                              
Un cortocircuito più intrigante di segni, una deriva più contraddittoria del libero mercato, io non l’avevo mai vista in circolazione. E la cosa mi risultò pure incantevole a tratti, mentre immaginavo ciò che in un mondo perspicace sarebbe accaduto, dopo aver smascherato la nevrastenica demagogia e la subdola retorica dei nostri agenti di vendita multinazionali: la gente avrebbe insegnato ad altra gente a diffidare dalle religioni e ad evitare come la peste ogni forma di mitizzazione iconica, il più grande avrebbe spiegato al più piccolo che il fanatismo è uno strumento di controllo ideologico per ovini incalliti e il più strenuo dei partigiani avrebbe appeso di conseguenza ogni sorta di Che Guevara al chiodo.
Una nuova era iconoclasta insomma, spalancata al respiro della storia.
E invece eccoci ancora sul pianeta terra, un posto terribilmente peggiore, zeppo di Cristi Guevara Tabagisti e di ovini incalliti che adorano per ovviare a deficienze proteiche di personalità.                                                                                                                                      
Un posto terribilmente peggiore ove qualcuno come loro pubblicizza droghe quotate in borsa sfruttando un’icona del comunismo e ove qualcun altro come me si concede il lusso di improvvisare geremiadi antiliberiste mentre le acquista.

 

Venderemos adelante o tumores o muerte
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SE E’ PER QUESTO, IO SO FARE LE SCUREGGE CON LE ASCELLE

Veronica Robazza, se interessata alle mie prestazioni di meteorismo ascellare, può contattarmi alla casella di posta pieromeo@inwind.it.

In questa immagine, un chiaro esempio di assenza di talento.

In quest'immagine un chiaro esempio di assenza di talento sponsorizzato da una casa discografica.

DIMMI COME TI VESTI E TI DIRO’ CHI VORRESTI ESSERE

Gli studenti della Federico II se la presero a male: era lo scorso febbraio e le nostre metropoli cominciavano a riempirsi della nuova campagna primavera-estate della Diesel.
L’azienda di Renzo Rosso, italiana per nascita e americanissima per comunicazione, non faceva altro che invogliare container di giovani alla stupidità. Quest’ultima intesa, sia ben chiaro, come capacità di divertirsi, di rischiare, di vivere al massimo l’esistenza. Un solo motto: Be stupid. To be cool.
Una vita spericolata per essere fighi: nulla di nuovo sotto il sole se si pensa che lo stesso messaggio, Vasco, Monsignor della musica tricolore, ce lo raccontava da anni.
E se consideriamo che 1 italiano su 2 ama il Blasco nazionale, si può procedere al sillogismo che porta alla seguente osservazione: il 50% dei ragazzuoli della Federico II, troppo impegnati a sventolare kefie e dredd inutili, a suonare maldestramente bonghi e a far finta di leggere Camus, non si sono accorti di essere caduti in palese contraddizione. Se una vita spericolata viene loro propinata da un’icona rock va tutto bene, se lo stesso messaggio viene veicolato da una multinazionale no.
Cari studenteski, visti i vostri precedenti ermeneutici, spero che adesso non saltiate a conclusioni affrettate: non ho alcun poster sulle pareti della mia stanza, né di Vasco, né di Renzo Rosso, né tantomeno di Benito se è questo che state sospettando.
Ho superato la fase ho bisogno di mostrare chi sono perché in fondo al cuor non ne sono ancora poi tanto convinto. Ho superato la fase, e pure da un bel pezzo.
Sono ormai tanti annetti che lascio decidere al sottoscritto cosa fare della mia vita, cosa pensare, come agire. Senza bisogno di sventolare idiozie utopiche in pubblica piazza, con un megafono che mi amplifica l’ego. Per questo motivo, la campagna pubblicitaria di cui sopra mi lascia eticamente indifferente.
Mi interessa però per altri motivi.
Se è vero che ogni concetto trae origine dal suo opposto e da esso dipende, il bianco e nero, il bene ed il male, il diavolo e l’acqua santa, trovano oggi compagnia.
Da un lato Diesel, dall’altro Piazza Italia. Iperitalianissima (onomastica nazionalista canta) casa di moda che poche settimane dopo il Telethon promozionale di Renzo Rosso, inaugurava il suo caratterizzandolo per contrasto.
Be intelligent: abbigliamento disciplinato per una nuova generazione, che non ha alcuna voglia di strafare, che pulita e serena appare sin dall’abito che fa il monaco. Compra da noi un jeans a 14,99 , non lasciarti abbindolare dal cool e dal pluscool, riscopri la naturalezza e la semplicità, lavati con cura e fai in modo che nessuno possa mai puntarti contro un indice moralizzatore. Sii moderato e vedrai che il tuo look diventerà insindacabile come un fattore neutro.
E adesso? I frikkettoni napoletani dall’alto del loro centro sociale possono ritenersi soddisfatti?
No: perché a guardar bene, la suddetta campagna di moderazione utilizza un testimonial che allo studente medio della Federico II non può per forza di cose aggradare: una fanciulla dalla sconfortante imparzialità estetica, un grado zero in formato donna dell’espressione del sé.
Colpa di nu jeans e na maglietta e na faccia acqua e sapona, come cantava negli anni 80 un certo Nino D’Angelo. E ora cari figli dei fiori napoletani avete il mio permesso: rabbrividite pure due volte.
Ma per i frikkettoni non è finita qui: perché adesso per transitiva proprietà sono portati a rifiutare proprio il claim che reputavano di incarnare, che sta lieto e mansueto accanto alla modella in grado zero.
Il rovescio tennistico al messaggio voluto e cercato da Renzo Rosso, non può più esser loro proprietà.
I centrosocialisti napoletani rimangono così senza il loro aggettivo prediletto nel luogo in cui si credono di essere: un pianeta giusto e probo dove non si nutre il neoliberismo, dove non ci si veste come un personaggio di una canzone di Nino d’angelo, dove si ama la pace e si odia la guerra, si suona, si balla, si canta e si fuma. Con i soldi di papà.

Nella foto sopra una donna che non la dà poi così facilmente.

Raro esemplare di donna con le tette.

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INVESTIRE NEL MATTONE

Tra un perizoma di Belén e un perizoma di Belèn, incontro un perizoma di Belèn e a seguire la vera storia di Padre Pio. Allora si, ne ho la certezza. Quella che sto sfogliando è una rivista di gossip.
Giro un’altra pagina con una sinapsi testarda e incontro le ricette sovrannaturali di un mendicante di fama. Un attore di fiction che mi illustra didascalico la preparazione degli inusuali spaghetti alla carbonara. Non si finisce mai di imparare cose già note da anni.
Torna Belèn, questa volta in filo interdentale da sera. Lecco l’indice per agevolare una nuova foliazione e me la lascio alle spalle. Una pagina catarifrangente mi illumina il volto con dei raggi di luce calda neanche fosse un tomo magico scoperto in qualche polverosa biblioteca da Harry Potter.
E’ una sorta di locanda pubblicitaria, un autopromozione tipografica in ciano-magenta lisergico con una satura dominante gialla. Rivaluto in un attimo i pomeriggi a tagliare cipolle in una mensa aziendale che non ho mai vissuto. Ma mentre gli occhi bruciano, il cuore palpita di amore a quattro zampe.
Si vola: con un carpiato culturale, da una Pia stigmate del santo di Pietralcina giungo in prossimità di un antipulci, senza per questo essermi smarrito tra i meandri di un pedigree di troppo.
Del resto il mio cane guida è una bestiola più che classica: l’archetipico Lassie. Modello canino per eccellenza, questo cane a forma di cane non mi confonde le idee. A me e alle studentesse della facoltà di Voghera, riattivando circuiti di collettiva e televisiva memoria.
Ma tutte queste son chiacchiere. Non vi ho ancora detto di cosa sto parlando.
Della copertina di un romanzo. Un’illustrazione dipinta dal sapiente mouse di un grafico a progetto. Lo si deduce facilmente dallo stile: il suo non è un contratto a tempo indeterminato.
L’immagine mi racconta tutto: i protagonisti, gli sviluppi narrativi della loro vicenda, il finale. Come mio padre quando guardiamo un film insieme, insomma.

Descrivo:

In primo piano i due antropoeroi. Un dodicenne con un riporto controvento e avviluppato in una sciarpa della Lega (che svolazza in evidente contrasto grafico con la palese immobilità dei rimanenti elementi della raffigurazione) e una fanciulla appena uscita da un congresso di matematici. Bella si, stanchissima e annoiata anche. Il nembo da Zeus adunato alle loro spalle dimostra che una minaccia divina incombe, ma le fessure di luce che lo scompattano rivelano che il sereno è a portata di mano.
Poi una casa nella prateria in eternit, sulla destra del leghista, romantica come una costruzione dell’Istituto Autonomo Case Popolari, fornisce ulteriori ragguagli sullo stile di vita dei due protagonisti. Lui ha una Punto Sporting del ‘96 e un peluche sul cruscotto, lei una collezione di gadget tarocchi di Hello Kitty e gli ultimi 40 numeri della rivista che sfogliavo qualche paragrafo fa.
Il ragazzo è proiettato con lo sguardo verso il futuro, la fanciulla poggia il capo sulle spalle di lui. Al di là dell’ironia di cui sopra, è possibile rintracciare qui evidenti rimandi a un certo tipo di iconografia religiosa. E’ una moderna Vergine con Cristo: una ragazza pura con un povero sfigato immersi in un sobborgo metropolitano, mentre fuori fa brutto tempo. Davanti a tutti un generico Lessie, se il resto è sfondo, fa figura. Sarà lui che farà finire bene tutto quel che finisce bene. E vivere tutti felici e contenti tutti quelli che vissero felici e contenti.
Inutile comprare il libro? Sappiamo già tutto? Assolutamente no. Perché il romanzo in realtà racconta tutta un’altra storia. E ve lo dice uno che, per rigore scientifico, si è preso la briga di andare in libreria e sfogliare stralci di testo qua e là. Oltre al peso specifico del volume, ricordo un abito Chanel, l’aeroporto JFK di New York, due sfilate di moda e degli orecchini presi da Tiffany. Segni inequivocabili di un ecosistema narrativo ben diverso da quello evocato in copertina. E allora corriamo a procurarci 468 nuove pagine di emozioni, al solo peso di un chilo e settecento grammi. E’ un acquisto sicuro: lo dice pure il Sole 24 ore di investire il più possibile nel mattone.

Lui non se la merita una fregna così. Vestito com'è altro che prima di copertina, dovrebbero condannarlo ad una colonoscopia pubblica.

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STRANIERO, PARLA COME MANGI

Pure io nella mia misura sono un extracomunitario. Pure io. E pure io mi sento solo qui, e per questo mi accompagno ad un confortante zoccolo duro di gioventù isolana venuta a cercar sfortuna in questa città troppo grande. Un aggregato urbano a misura di Gulliver, non meglio vivibile di un’aspra isola deserta, ma che ci offriva sogni in varietà superiore rispetto ai luoghi manichei da dove eravamo venuti.
Ci siamo permessi di volare alto, con la Windjet e con la fantasia: chi voleva fare banale carriera nel mondo del cinema, chi avrebbe fondato una casa di moda, chi ancora avrebbe pubblicato il fumetto del decennio. Tutti ben integrati, socialmente e culturalmente, nelle nostre nuvolette rosa onirico aggrappate su uno sfondo blu, dipinto di blu. E invece eccoci qui a cena, a raccontarci quanto ognuno di noi ha sfondato come precario e a coccolarci con le sfumature regionali del nostro dialetto. Siamo insoddisfatti e autarchici, perché qui è difficile vivere in maniera differente.
-E l’ambizione delusa che vi fa parlare, non è la metropoli ad essere cattiva con voi- penserete adesso.
E invece no, perdonate l’assolutismo, non è così: se ci fossimo imbarcati in un low cost della speranza con la voglia di fare successo nel campo internazionale del barismo di quartiere o chessò del portierato di notte, sarebbe stato lo stesso. Non avremmo avuto comunque la voglia di farci nuovi amici.
Mi bastano giusto un paio di capoversi per dimostrarvi che il nostro cameratismo territoriale non è conseguenza di frustrazione personale, né tantomeno (non pensateci neanche) di un imprinting culturale. Consulto allora l’immigrato regale, quello serio, che sa meglio di noi cosa vuol dire cambiare vita. Lui che i confini li ha oltrepassati davvero e che, a differenza nostra, lo stacco col proprio territorio d’origine lo sta ancora digerendo. Manco fosse un forziere di peperoni a colazione.
Pure lui lo vedo starsene per i fatti suoi: con la sua gente e le sue spezie.
Che qualcuno dalle sue parti gli insegni a diffidare dalle imitazioni e a non accettare caramelle dagli sconosciuti può pure starci, ma è più certo che la struttura biologica della metropoli d’occidente non lo aiuta a farsi nuovi amici, di quelli veri, magari pure con un diverso colore della pelle.
Si generalizza sempre, beninteso, perché la teoria ignora le eccezioni. Ma che questo sia un dato di fatto, me lo confermano pure i nuovi cartelloni pubblicitari della Telecom Italia, personalizzati ad uso e consumo delle sette linguistiche residenti sul territorio.
Una signorina dai tratti etnici vagamente accondiscendenti con la razza che interpella, tiene in mano una Tim Card addobbandola con un sorriso generoso. Un grafico rumeno più in là, traduce in parole i concetti chiave dello spot. 9/cent al minuto e bla bla bla del tipo: straniero, vivi in un luogo multiculturale che ti prende in considerazione, la tua è una metropoli che non ti guarda torvo, che non ti emargina. Vedi? Ci sei pure tu in questo cartellone. Adesso sì che sei importante. E adesso puoi avere una scheda Tim, come il tuo Padrone di lavoro. Tutto questo, sia chiaro, solo nelle apparenze. Perché al contrario, il buonismo partintegrante verso il cittadino che viene da lontano, è semplicemente strumentale e subordinato alla ragion di libero mercato e, come tale, non può far altro che palesarsi come illusorio. Se è vero che la coesione passa in primo luogo da una lingua comune, viene da chiedersi come mai qualcuno qui sta cercando di rallentare il processo. Prendo in mano il dizionario dietrologico e vi dico:
il fremito propagandistico della compagnia telefonica nazionale è solo l’emblema di un’organizzazione a monte metropolitana e occidentale che settorializza etnie, divide caste sociali, produce fazioni culturali. Come allo stadio. Perché attenzione, la coesione potrebbe essere pericolosa.
Per cui straniero, se puoi illuditi di essere parte di un tutto e nel frattempo, parla come mangi.

Avrà una terza di reggiseno o una seconda abbondante?

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STUDIO ARCHEOLOGIA E TROVO I FOSSILI DEL NEOPATRIARCATO

In pieno yuppismo, mentre il sottoscritto barattava ancora una figurina di Lothar Matthaus per l’intera formazione dell’Ascoli calcio, dilagava una fragranza balsamica per uomini veri che non devono chiedere mai. Un aroma culturale al gusto di periferia del mondo, visto che rappresentava una delle declinazioni in maccheronica salsa italiota, del nuovo modello di ascesa sociale americano.
Il Denim after shave non era però la colonna olfattiva del neomanager milanese. Quello passeggiava spavaldamente tra i Navigli in giacca e cravatta e con un’Audi 90 fresca di cera antigraffio.
Ad appropriarsi di un siffatto status symbol ci pensava invece l’immigrato del sud. Colui che si accontentava di imitare l’America sfoderando blue jeans al volante di una Peugeot 205 rossa. Talvolta decappottabile, ma solo nella migliore delle ipotesi.
Certo è che, al di là dei classici abbagli emulativi dell’uomo di quartiere di cui sopra, ciò che più conta qui è la sua capacità di interpretare quella nuova era manageriale, come la restaurazione di un patriarcato messo in discussione dalla rivoluzione sessuale degli anni sessanta/settanta.
Una spruzzata di dopobarba, giusto per dire al sesso debole: “qui comando ancora io”. Mentre nei piani alti del self-made, si comunicava lo stesso messaggio optando per una più appariscente berlina di grossa cilindrata. Era solo l’inizio di una riaffermazione sessista che avrebbe portato alla ribalta, vent’anni più tardi, la virilità estrema (più avanti vedremo in che senso) del tronismo De Filippiano.
Basta andare su youtube e dare un’occhiata allo spot in bassa definizione per rendersi subito conto dello squarcio avveniristico aperto dal dopobarba più puzzolente della storia occidentale.
Lo ricorderete facilmente tutti: un tenebroso sottofondo musicale accompagna un torso anonimo in blusa di jeans, una voce fuori campo spruzza narrativa maschia, delle mani di donna provano ad infilarsi sotto una camicia autoritariamente bloccate dal polso di chi (lo ripetiamo a scanso di equivoci) non deve chiedere mai.
Trenta secondi di reclame ed è presto detto. L’uomo comanda ancora: lo fa nonostante l’emancipazione di una donna che non ha più il timore di palesare le sue pulsioni sessuali e permettendosi pure il lusso di rifiutare un amplesso. Di scegliere quando, come e con chi condividere le prossime lenzuola di seta.
Ecco qui in tutto il suo splendore, dopo un attento scavo nel nostro passato culturale, i resti archeologici delle prime forme di tronismo.
Viviamo in una terra piena di storia, lo sanno tutti. E questa altro non è che l’ennesima dimostrazione.
Ma torniamo al punto e cerchiamo di mettere a fuoco le evoluzioni del processo.
Vent’anni dopo, mentre sfoglio la seconda metà del Corriere dello sport mi trovo innanzi l’immagine pubblicitaria di un uomo glabro e femmineo. Più giù quando si è fatto troppo tardi per ammirarlo ancora, un aggettivo e un sostantivo in apparente dissonanza, mi ravvivano l’interesse. E’ il claim dello spot che recita a caratteri cubitali “Si può essere forti senza perdere delicatezza”.
E’ la virilità estrema a cui avevo accennato sopra, che fa sue pose e ornamenti di femminea tradizione e che, nonostante questo, non rinuncia al dominio di genere. Al posto di comando, alla cabina di regia dell’attualità.
Il patriarcato neo diventa così iper: ha superato sé stesso agghindandosi di attributi femminili e rovesciando i ruoli archetipici della fiaba classica. Adesso nel castello non c’è più una principessa, ma un borgataro di Tor di Quinto fanatico del silk-èpil che se legge sul giornale i commenti alla partita della domenica, getta pure uno sguardo sul nuovo deodorante ermafrodito in commercio.
I dibattiti di “Domenica In” sulle pari opportunità e le opinioni del sessuologo di turno sulle indefinite e confuse identità sessuali del postmoderno possono andare a farsi benedire.
E’ ormai troppo tardi. Il neopatriarcato è già giunto al massimo del suo splendore e lo ha fatto mascherando il suo maschilismo con creme per il corpo, cerette e tinture per capelli.
E ora, solo ora, può permettersi con delicatezza di farsi pubblicità su un quotidiano nazionale al testosterone.

Un effemminato indossa una camicia mentre delle lettere gli coprono i capezzoli.

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CHARLES DARWIN ALL’ACQUAPARK

Fortuna che l’alone dello scimmione che vedete in alto a destra non sia viola. E detto questo potrei pure chiudere qui, se solo tutti conoscessero una certa pubblicità progresso anni novanta.
Invece no, comincio.
Qualcuno scrisse tempo addietro che l’intelligenza di una folla è uguale a quella del più stupido fratto il numero di persone che la compongono. Un aforisma tanto illuminante quanto pericoloso per il sottoscritto, se è vero che da quel momento la sopportazione della metropoli, dei suoi centri di aggregazione e delle attività antropiche ad essi strettamente correlati mi risultò decisamente più ardua. Non che non lo fosse già: sul mio documento d’identità alla voce professione corrisponde da tempo il sostantivo individualista. Un mestiere duro, decisamente incompatibile con le Rimini del mondo. Ergo, la mia ultima e unica visita ad un parco acquatico non può che essere datata.
Undici giugno millenovecentonovantatre, giorno in cui non mi fu sufficiente un minuto e trentasei secondi per decidermi ad affrontare il ripidissimo acquascivoli rosso. Più spaventoso di uno sguardo di Jack Nicholson in Shining.
I ganzi dietro di me scalpitavano in fila riempiendomi di improperi, mentre io non riuscivo a capire perché avrei dovuto lanciarmi da un sesto piano innaffiato. Quando, uscito dalla vasca, il temerario Mirko baciò la stupida Simona mi fu tutto più chiaro. La paura non fa novanta, fa nerd. E questi sono luoghi terribili, soprattutto in pausa pranzo. Al bar.
Detto questo, la mia non ancora concepita figlia Chiara è avvertita. Preferisco farla uscire con Mike Tyson sbronzo al volante di una Lotus decappottabile che accompagnarla in un posto simile.

No, i cartelloni che vedo in giro per Roma non mi convinceranno.
Forse, mi viene da aggiungere. Perché dopo due mesi di occhi che vanno giusto lì mentre guido comincio a sentire la necessità di sapere se alla zoofilia grafica del cartellonista corrisponde uguale fauna acquaparquatica. Ma è solo la tentazione di un attimo perché mi basta osservarlo in fermo immagine per sentir crescere in me il panico della demofobia e tornare al no definitivo. E’caotico quanto basta per essermi sinestetico: mentre ispeziono l’enorme immagine che si erge sullo spartitraffico Tiburtino riesco infatti a sentire i gemiti tardo adolescenziali di uomini in bermuda, le urla acute di bambini maleducati e dispettosi, gli starnuti di nonne dal costumone intero e le frustrazioni ululate dalle mamme all’indirizzo dei loro pargoli. Mentre queste ultime scaricano l’horror vacui delle loro insoddisfacenti vite schiaffeggiando pischelli e latrando loro a volume stratosfera, io rabbrividisco e comincio a pensare che sia stato il Telefono Azzurro ad inventare i corsi di fit boxe per signore. Ritorno allora con la memoria al vecchio manifesto del medesimo divertimentificio: un impaginato decisamente meno burino e caciarone che non mi procurava alcun attacco di panico. C’era visibilmente minor calca grafica di adesso e osservandolo non si correva il rischio di finire al pronto soccorso per asfissia semantica. La modella era la stessa, ma all’epoca non si truccava ancora con una pistola a spruzzo e cavalcava un tenero delfino, non un alligatore del Congo. E soprattutto: non aveva nessun equivocabile orango tango alle sue spalle. Cionondimeno, l’ammicco palese rappresentato oggi dallo scimpanzé “innamorato”, lasciava il posto nel vecchio poster ad uno slogan da chat erotica che recitava voluttuoso “Scivola con me”. Stimolatore lessicale perfetto per grafomani erectus metropolitani: per tutta la stagione estiva, traiettorie volgari di Uni Posca abbondarono nei pressi della donzella.

E adesso capisco.

Il grafomane erectus due anni dopo è entrato dentro l’immagine, per stare vicino alla sua dama: l’uomo contemporaneo è lì, dietro una bionda in bikini. Per dirci da chi discendiamo, chi siamo ancor oggi e soprattutto perché non è cambiato nulla.

Ragazza dell'est adesca grafomani metropolitani con l'inclinazione della testa.

Un grafico costringe un orango ad avere un rapporto sessuale con una donna dell'Est.

 

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CON DIVA MI SENTO PIU’ DIVA

Eh si. Ci sono settimanali in Italia che fungono davvero da termometri della contemporaneità. Dentro ci puoi trovare: le amanti di Marco Carta, corsi ricorsi corsivi e ricorsivi del nuovo libro su Padre Pio scritto dal direttore della testata, uno speciale di sei pagine sulla nuova moda dei pantaloni a vita bassa e le dichiarazioni dimagranti di Stefano Masciarelli, che ha perso sì 20 kg ma che è rimasto tale e quale a quando faceva girare vorticosamente l’ago della sua bilancia.
Insomma c’è tutto quello che serve allo sviluppo di una personalità fuorviata. Manca solo un pizzico di paranoia. Ma se aspettate un attimo ve ne trovo una dose per tutta la famiglia.
Eccola qui, pagina centoventidue, vicino alle ricette di suor Germana o di nonna Papera. Quelle che piacciono tanto alla zia Maria.
Perché oggi la si propaganda a piena pagina, la paranoia. Vaporizzata di meravigliosi effluvi antiaggressione al peperoncino. Utilissimi con tutti questi rumeni che girano a zonzo le periferie con la patta dei calzoni abbassata.
Il tema è delicato, si sa, è forse la satira non è il miglior registro per parlarne con la corretta cognizione del dolore: ma qua c’è qualcuno che mi serve le battute su un piatto d’argento, guarnite a dovere da scaglie di grana Padania.
Che volgare e plebeo bottegaio che sono. Sembro un residuato bellico rimasto inesploso da un Medioevo ideologico. Ma che me ne importa. Qui nessuno ha ancora capito che gli istinti infimi dell’essere umano pascolano per i parchi e le zone periferiche delle nostre città perché qualcuno li ha fatti uscire allo scoperto. Una società credo, una cultura meglio. Che ci parla in codice e in modo subliminale punta dritto sul nostro inconscio: per farci comprare qualsiasi cosa e per farci diventare ciò che a lei conviene.
Ma adesso basta: sto diventando troppo greve per essere satiro, e troppo lagnoso per essere letto e piaciuto. E allora vi racconto un divertente sketch casalingo.
Starring: la zia Maria di cui sopra.
Una cattolica di nome e di fatto che alla vista dello spray antiaggressione in carta patinata, esclama così:
– Cuore di Gesù, come si deve fare!
E’ la sua affermazione standard. La recita di solito quando salta passaggi a livello logici e arriva subito a temperatura di cottura. Adesso, per esempio, ha una di quelle tipiche febbri collettive che passano in un minuto.
– Che hai visto zia?- le chiedo.
Non appena mi rendo conto di che si tratta la tranquillizzo dicendole che non sono una donna, che ho più di trent’anni e che ho fatto giusto un corso di karate lo scorso inverno. Ma quando leggo l’anagrafe pubblicitaria del nebulizzatore in questione, mi lascio sorprendere da un effetto indesiderato.
Ci sarà di certo scritto sul foglio illustrativo: Attenzione, il nome di questo prodotto può provocare irritazioni alla personalità.
Divento mefistofelico, guardo in camera ed esclamo:
“Vuoi sapere come si chiama il tuo bodyguard vaporizzabile, cara donna italica? Si chiama Diva”.
Mia zia mi guarda e non favella, ed io concludo in tono shakespeariano:
“Mio gentil sesso, come fai a non renderti conto che tutto questo significa qualcosa! Che c’è qualcuno lassù che ti vuole pavoneggiante e bramata con ardore perché irraggiungibile come una dea della televisione!
Oh cultura stolta, oh ignobili costumi siete voi forse la prima casa di un maschilismo inconscio che per questo si permette di non pagare l’Ici!
Parità dei sessi, parità dei sessi! Solo chiacchiere. Quella che vedo è una dottrina ottusa e moralista che si nasconde dietro una nube urticante e nel frattempo vi contamina le idee.
E allora vi prego, tornate in voi. Anzi no.
Lasciatemi perdere, dal momento che ai vostri occhi sono io il troglodita.
E adesso scusatemi, devo scappare. Ho parcheggiato la clava in doppia fila”.

Stuprare per credere.

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LA MIA CICCIA NON E’ PER TUTTI PERO’ LA TROVI SULLA CASILINA

Nella mia zuppa di periferia c’è un mercatino rionale, un garage con divieto di sosta dipinto a spray, un centro commerciale incompiuto e un bus stracolmo di gente che torna da lavoro.
Un consueta entropia che mi accoglie quotidianamente tra le sue braccia ricordandomi quanto è difficile vivere senza matematica.
Idea filosoficamente condivisa è che la scienza del numero sia uno dei linguaggi universali che usa Dio per comunicare con noi, per farsi presenza. Ma è qui che adesso io vivo e di conseguenza mi sa che devo trovare un’alternativa, se voglio sentirmi meno solo su questo pianeta.
Ci provo sfogliando riviste patinatissime, ma non accade nulla. Anzi: osservare il sedere di mille ragazze per me, calcolare tra le pagine pubblicitarie coefficienti aerodinamici di seni e fianchi quasi tecnologici, mi allontana ancor di più dall’ipotesi che l’armonia celeste mi stia intorno.
E’ distante, lontana un iperuranio di ritocchi in Photoshop e di protesi in silicone. E allora sentenzio con piglio definitivo che la perfezione algebrica del reale non esiste. E forse nemmeno Dio.
Del resto, se il “tutto” non fosse davvero uno scontro casuale e caotico di particelle in moto perpetuo, come si spiegherebbe la pettinatura di Cristiano Malgioglio? Sarebbe mai possibile descriverla come il risultato aritmetico di una volontà superiore?
Non credo. E dunque adesso corro a tesserarmi al circolo atomistico di Torpignattara.
Cestinata facilmente la struttura numerica del mio universo, mi guardo allo specchio e trovo conferma: il mio corpo è illogico e poco imparentato con la proporzione aurea dell’arte scultorea greca.
Tiro l’addome prima e lo rilasso poi, guardando l’effetto che fa. Ed è qui che mi vengono in mente i cartelloni di un’azienda specializzata, rigorosamente romana, che ha recentemente bombardato di poster dimagranti tutto il territorio dell’Urbe. Grassoni ovunque, praticamente uno per kebabbaro.
Prima e dopo, in costume e in bermuda, uomini e donne senz’ago della bilancia, mostrano alla città pudori lipidici e vergogne cellulitiche in formato Gulliver. Ed io ne ricavo che se quelli non sono avatar, qualcuno qui ha sborsato un sacco di soldi. Clamorosa, quasi fantascientifica, mi pare infatti l’esposizione al pubblico ludibrio degli anonimi quanto numerosi testimonial della campagna pubblicitaria multisoggetto.
La mostra di seni cadenti e mongolfiere addominali in modalità comparativa, non era mai stata così indiscreta. La si è sempre trovata al massimo tra le pagine intimiste in rotocalchi scandalistici di bassa lega, nelle home page di imbarazzanti indirizzi web, in emittenze locali vecchie di naftalina. In un lato B della vita insomma, di certo non invisibile ma di sicuro nascosto ai più.
Ho perso 24 kg con meno di 35 euro al mese. Provare per credere? No, non importa.
Lo dico da subito: è fuori discussione ogni speculazione sul potenziale di credibilità del messaggio persuasorio. E ciò non significa che qualcuno mi scoverà domani intento a firmare cambiali per ridurmi il girovita. Solo che adesso è di gran lunga più interessante rendersi conto che per la prima volta, il linguaggio rozzo della televendita fatta in casa, del veggente che regala combinazioni vincenti di numeri al lotto, della chat erotica e dell’annuncio porno d’Autogrill ha rinunciato alla sua privacy, conquistando una nuova porzione di visibilità e uno spazio mediatico che prima gli era precluso. Quello della città senza censure e dello spazio aperto al pubblico. Ultimo step del visibile e insieme passo in avanti del mostrabile.
E invece no, perché dirigendomi verso il centro storico col mio tram preferito, mi rendo conto che assieme alla calca anche la cartellonistica in questione subisce una rarefazione decisiva. Fino all’estinzione totale.
Nessun centro dimagrante X né in piazza Navona, né tantomeno al Colosseo.
Ciò può voler significare una cosa sola. Che la città, superficie del vivere metropolitano, è pure un continente mediatico stratificato e classista.
E che dunque la ciccia, ancora una volta, non è per tutti.

Nel cartellone sopra, due uomini si somigliano in viso in maniera inquietante.

 

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