Archivi categoria: Scostume e società

SUL FRECCIAROSSA C’E’ IL COMMENDATOR MARRACCI

Io ho tante tesi da esporre contro la procreazione: quasi tutte.
Contro l’utilizzo della sacca amniotica io per esempio dico che, se ci metti dentro un embrione, un giorno quello stesso embrione sarà costretto a portare la macchina dall’elettrauto.
A telefonare ad una zia antipaticissima per fargli gli auguri di compleanno.
Ad andare dal dentista per estirparsi un premolare.
A rifarsi la carta d’identità nel proprio comune di residenza.
A reinstallare il sistema operativo dopo aver formattato il pc.
Ad accompagnare all’aeroporto la sorella della sua ragazza che gli sta antipatica.
A viaggiare su un Frecciarossa che fa la tratta Bologna-Roma.
A questo proposito ho un po’ di domande per Trenitalia: ma non mi avevi detto che sarebbe stato un viaggio all’insegna del più estremo comfort? E allora mi dici che cacchio ci fanno dei manager nella mia carrozza? Come si concilia il benessere di bordo con la presenza di figure imprenditoriali?
Cioè spiegami un attimo, Trenitalia: non consenti l’accesso ai malviventi che mi fottono il portafoglio mentre dormo e poi fai entrare questi shampisti dell’esistenza tutti alle prese con i loro problemi di bilancio?
Ho già accettato la presenza dei bambini sotto i cinque anni nel mio stesso pianeta e ammetto che è stato difficile, ma accogliere un manager nel mio vagone è troppo. Non possiedo la misericordia necessaria per tollerare una tale forma di aberrazione cromosomica.
Rimpiango i tempi in cui ad ogni forma di locomotiva corrispondeva una dichiarazione dei redditi.
Una volta c’era l’espresso per i disagiati come me, l’intercity per la classe media e l’intercity plus per l’aristocrazia. Adesso invece tu, Trenitalia, mi costringi a prendere un siluro futuristico sparato a 300 km/h che non mi rappresenta e non mi consente nemmeno di essere povero come si deve.
Cosa ne è stato dei tempi ginecologici della Freccia del Sud, che quando arrivavi a Catania da Milano non solo stavi un giorno rincoglionito per il jet-lag, ma tua moglie aveva già partorito?
Bei ricordi batterici peraltro sulla Freccia del Sud, un treno in fase terminale, l’ultima roccaforte di germi ormai dimenticati. Solo lì potevi trovare lo streptococco della poliomelite.
Ora al contrario, Trenitalia, non solo c’hai messo delle poltrone per farci sedere, ma le hai pure sterilizzate. Che schifo. E come se non bastasse hai voluto strafare pure con l’aria condizionata vera. Ma non bastavano gli interruttori finti di una volta?
No. Nel 2013 sui treni c’è l’aria condizionata vera, una rivista patinata in omaggio da leggere, sedili che quasi quasi ti mettono a posti i trigliceridi e poi c’è il commendatore Marracci.
Fammi capire, Trenitalia: io qui non posso fumare, o per dire, eseguire autopsie nei pressi della stazione Firenze S. M. Novella e invece il commendatore Marracci può permettersi di chiamare nell’ordine e ininterrottamente i suoi schiavi Lorenza, Mario, Edoardo, Mara, Lara, Sara, Alessandro, Michele, Lucio, Stefania, Marialaura, Filippo?
Non so tu come la vedi, Trenitalia, ma io a sentir parlare al cellulare un imprenditore con il tono dell’imprenditore mi viene la psoriasi. Hai presente quello scandire affettato le parole come per dimostrare che è tutto sotto controllo? Praticamente l’atteggiamento macho del rimorchione applicato all’ambito del capitalismo. Dimmi te se esiste in natura qualcosa di peggiore, a parte i broccoli.
Non so, di primo acchito direi che bisogna rivedere la Costituzione. Di secondo acchito direi che perlomeno ci sono da rivedere i termini e le condizioni di viaggio e trasporto. Quelli che si saltano sempre e che non si leggono mai.
– “Ma cosa t’importa di queste cose, l’importante nella vita è tatuarsi” – mi potresti rispondere tu, Trenitalia.
E ok, va bene: riconosco che in questa società ci sono priorità ineludibili come impreziosirsi l’epidermide con grafemi improponibili, ma ti vuoi per un attimo mettere nei miei panni?
Io ho viaggiato col commendator Marracci, non so se mi spiego. E il commendator Marracci intanto ha un occhio guercio che lo rende infinitamente napoletano nell’anima e poi, come se non bastasse, ha un accento napoletano che lo rende infinitamente più napoletano dell’occhio guercio. Insomma, ti sembra giusto farmi pagare 48 euro di biglietto per poi affiancarmi a un concentrato di tutto quello che, di volta in volta, ho cercato di evitare negli uomini?
Il commendator Marracci è il risultato umanoide che ti viene se moltiplichi Emilio Fede per Vittorio Sgarbi e poi ci aggiungi Mario Merola. A ‘sto punto ragazzi, preferisco viaggiare fianco a fianco con uno squalo bianco. Sappiatelo.
Ora ti scrivo tutto questo in un foglio di carta cara Trenitalia e poi lo metto nel box dei suggerimenti per migliorare il servizio dell’azienda e vediamo se il messaggio ti arriva.

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NON DOVREBBE ESSERCI SERATA DELLA CULTURA, SENZA MATTINATA DELLA PRESUNZIONE

Le grandi città io non le sopporto perché ti offrono un sacco di alternative. Non è che per forza devi andare con Marianna in quell’enoteca dove leggono le poesie di Pasolini, stasera.
Le alternative. Che tragedia le alternative. Le alternative in qualunque settore, intendo. Una tragedia sì, per chi come me, ha sempre la sensazione che scegliere qualcosa sia semplicemente perdersi qualcos’altro.
Per dire: quando ordino una norma al tavolo cinque, dal mio punto di vista sto semplicemente informando il cameriere che mi perderò per sempre una fantastica “Masaniello”; un pizza che, per la cronaca, tra i suoi ingredienti annovera pure gorgonzola e noci. Viceversa, se ordino una Masaniello, la faccenda mica cambia. La norma che avevo pensato di ordinare prima torna a suggestionarmi. Come le sensuali, eteree e sublimi sirene incantatrici di Ulisse, con il suo canto soave, rompe il cazzo.
E comunque sappiate che prima ancora del pippone sulla pizza da deliberare ho già sprecato gran parte della mia giovinezza a scegliere il tavolo cinque. Per poi pensare tutta la sera che era meglio il tavolo sette, ovviamente.
Ragazzi, c’è poco da fare: scegliere è una faccenda complicata; o meglio una brutta bestia; o meglio ancora una cosa pesante; oppure, oppure, ancora, meglio, ancora, un esercizio doloroso. Insomma, avete capito: scegliete voi la coppia sostantivo-aggettivo più azzeccata, ché senno qui facciamo notte.
Oh, mica è roba da poco esprimere una preferenza. Perché prima di esprimerla, devi elaborarla. E per elaborarla devi computare in un attimo tutta la tua biografia, tutta la tua storia personale.
Scegli e, volente o nolente, sei costretto a trascinarti dietro le cose con cui sei venuto a contatto in tutta la tua vita. Le cose che hanno formato il tuo gusto, le  cose che hanno influenzato il tuo modo di vedere le cose. Le cose insomma: cose, case, chiese, nomi, cose, città, dire, fare, baciare, lettera, testamento. Un’esistenza intera.

E ditemi voi se non è una faticaccia portarsi dietro una tonnellata di passato pure dal kebbabbaro.
Kebab o Falafel? Salsa allo yogurt o salsa piccante?
Bah, forse sono io ad essere malato, forse vivo troppo drammaticamente il libero arbitrio. Forse non riesco a vedere i suoi lati positivi. Tipo quello di poter evitare deliberatamente di andare con Marianna in quell’enoteca dove stasera leggono le poesie di Pasolini.
Ma il fatto è che, specie nel settore dell’intrattenimento, quando hai delle alternative in una grande città, le alternative sono che stasera c’è la serata della cultura e i musei della grande città sono aperti tutta la notte. Noi andiamo con Leonardo, tu vieni?
In pratica, opzioni ulteriori che giustificano la paralisi del tuo giudizio. Allora sì che tenti di sfuggire alla realtà con l’evasione ironica. La prima cosa che fai è dire: ah, la serata della cultura? Mmm…se è per questo ho saputo che in centro c’è un congresso sulle dermatiti, mica ce lo perdiamo!
La noiosità non ha frontiere e questo è un dato di fatto. Come pure è un dato di fatto che poi, alla fine, per puro fabbisogno antropologico, cedi. Sovraccarichi di responsabilità il tuo ego, indossi il peso dei tuoi 33 anni e finalmente pigli la metro.
L’appuntamento è alle nove e mezza e questo non ti facilita mica a capire come si fa a dedicare una serata ad un concetto astratto come la cultura.
Che cacchio vuol dire serata della cultura? Piuttosto ambigua come definizione, non vi pare?
Per dire, in un certo senso pure Al Bano e Romina sono cultura.
E’ ovvio poi che una proposta del genere ti disorienti: se devi fare i conti con il lato tecnico della vita, se devi interagire con i suoi aspetti pratici, di solito ti è necessaria una certa concretezza. Non puoi basarti su una cosa che non ha di per sé un correlativo oggettivo specifico.
La verità: partecipare alla serata della cultura, equivale più o meno a prendere parte alla mattinata della presunzione. Per buttare lì giusto un altro concetto astratto a caso.
E’ già più semplice fare i conti col proprio gusto personale se ti propongono una malleabile sagra della porchetta, per esempio. Riesci a valutare con più immediatezza, perché sai quello che trovi.
Porchetta.
Al massimo del pane con cui accompagnarla, ma non è un grosso shock culturale se qualche volta hai pranzato con i tuoi.
Tu immagina invece, che vai alla serata della cultura e finisci in un museo in cui ci sono delle anfore della civiltà minoica di difficile datazione. Poi non ti lamentare che sei depresso, allora.
E giusto per chiosare poi, io non sono già un tipo da musei ed esposizioni d’arte nella vita reale, figuriamoci nella finzione sociale.
Io sono uno che, per dire, se mi piace un artista visivo, metti un pittore per esempio, i suoi dipinti li cerco su google immagini e mi soddisfo così.
Perlomeno il formato 640 pixel per 420 mi tutela da eventuali sindromi di Stendhal. Anche perché sono abbastanza patologizzato di mio e non me ne faccio nulla di un nuovo disagio psicomotorio.
La mia collezione di paranoie basta e avanza per invitare a salire su la tipa con cui uscirò un ipotetico domani sera.
Cara, vuoi salire su? Volevo mostrarti la mia collezione di paranoie.

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AFFRONTO IL PROBLEMA IN DIFFERITA, QUELLO DEI BOTTI DI CAPODANNO

Nella vita non solo hai gli appuntamenti col dentista, ma ti accorgi pure che la bicicletta parcheggiata sotto casa ha un copertone carbonizzato. Sfighe talmente grossolane che per vedere il lato sofisticato dell’intera faccenda, ti tocca concentrarti sul color rosa prostituta del telaio e pensare che forse, a pensarci bene, tutto sommato è stata una fortuna.

Poi comunque la voglia intellettuale di risalire alle cause meccaniche di questo nuovo scazzo ti viene e allora tenti la strada della deduzione retroattiva.

Ti dici:

Dal momento che nessuna navicella spaziale possa ragionevolmente atterrare nel mio cortile e trucidarmi la bici coi suoi scarichi a reazione, posso facilmente supporre che si sia trattato di un diverso tipo di incidente.

E per incidente di diverso tipo intendo il fatto che, i genitori del mongoloide che ha piazzato della dinamite nei pressi della mia graziella, abbiano copulato per produrlo”.

Ed in effetti non c’è modo migliore per definire la procreazione: è senza dubbio un cacchio di incidente. Certo, il meccanismo di produzione è stupefacente. E’ il prodotto ad esserlo molto meno.

Acrobazie chimiche, incastri biologici complessi, complementarietà organiche e cosa viene fuori? Qualcosa di qualitativamente simile ad una Fiat Duna. Un essere umano.

E’ bene metterselo in testa: siamo una specie così improbabile, che in questo momento uno scrittore di fantascienza vivente in un’altra galassia, sta pensando ad una razza inferiore da inserire nel suo nuovo romanzo e non gli viene in mente nulla che minimamente possa somigliarci.

Noi spariamo i botti di capodanno, vi rendete conto?

Perciò sì, è stato di certo un petardo di questo genere qui a rovinarmi il ciclismo. Se non ricordo male una decina di giorni fa è stato il 31 dicembre, no?

Essì, non ricordo male. Anzi ricordo benissimo e pure con un certo affetto. La mia memoria sentimentale non tradisce:

Degli amici violenti avevano invitato se stessi a casa mia per il cenone, cosa che mi costrinse a cucinare delle lenticchie divertenti, di quelle che prima le cuoci e poi ci metti l’uccello dentro a sfregio prima di servirle a tavola.

Ebbene, mentre erano in cottura, mi affacciai dal finestrone della cucina. Sotto il mio sguardo, il solito parcheggio del supermercato. Un deserto di 900 metri quadri farciti da una piantagione di lampioni e una gang bang di carrelli della spesa che si inculavano a schiera.

Fin qui un livello di squallore che non meritava l’allerta. Poi però arrivò un tipo grassoccio e cominciò a disporre in fila dei candelotti. E magone fu.

Intanto, cacchio: sono le 18 e 40 del 31 dicembre. Mi pare un po’ prestino per esprimere la gioia di essere un imbecille pure nel 2013.

E poi, cacchio al quadrato: gli spettatori. La sua famiglia con più figli del dovuto e più videofonini del previsto che documentava a sproposito. L’impresa era effettivamente piuttosto erotica. Un tizio in trascurabile sovrappeso che dimostrava di saper usare un accendino in uno squallido parcheggio di un quartiere oggettivamente brutto.

Censurai quel quadro di vita maldestra con la mia tenda anni settanta e tornai alle lenticchie divertenti, poi mi chiesi dov’è che fossero finite le speranze e le aspettative giovanili di questo bombarolo da strapazzo.

La risposta non tardò ad arrivare: “Le speranze di un uomo che alle 18.40 del 31 dicembre accende dei petardi nel parcheggio di un grosso ipermercato sono finite lì, nello stesso posto dove si trovano adesso le speranze e i sogni di chi in questo momento gestisce un negozio di bomboniere e articoli nozze” – mi dissi.

E quelle dell’altro mongoloide che mi ha rovinato la bici color rosa prostituta, non credo se è per questo, che andranno a finire da un’altra parte” – aggiungo adesso.

E in un attimo solo, tutto questo mi mette tanto, ma tanto di buonumore.

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NATALE IN CASA PSEUDONIMO

Quando ero piccolo c’era ancora quel tipo di Sicilia lì. Con i suoi parti plurigemellari e le sue gravidanze a ruota. Non ci crederete ma i reparti ostetrici erano così affollati che i bambini prematuri si vedevano costretti a prenotare su booking.com le loro future incubatrici.
– Arriverò il 16 settembre denutrito e malconcio; ma per il 3 ottobre faccio il check-out. Sì, pago con postepay –
E poi capitava che certi infanti trovavano tutto pieno e non era di certo un bel segnale. Stai qui da manco cinque minuti e già i primi cazzi.
Ad ogni modo, si partoriva tanto. E per questo motivo casa di mia nonna durante le feste natalizie era piena zeppa di persone. Un sacco di parenti. Ma assai, proprio.
Il problema fondamentale, almeno per me, era che tutti questi mi salutavano col doppio click bavoso sulla guancia: e per di più, all’andata e al ritorno. Per fare dei numeri: in una e una sola giornata di festa racimolavo un quantitativo di baci democratici di gran lunga maggiore a quello che ho elargito alle mie monogame in tutta una vita di sentimenti. Ed io comunque, sono un tipo mediamente affettuoso.
Quanto amore e quanta armonia, a casa di mia nonna durante le feste. Si rideva, si scherzava, ci si scambiava il pacco regalo, si faceva finta sul serio di volersi bene: insomma, l’atmosfera era davvero insopportabile. Ecco perché poi, ad un certo punto giocavamo a tombola.
La tombola. Ve la ricordate? Dov’è finita la tombola? In quale film horror a sfondo sociale si è andato a nascondere questo meraviglioso stimolante dell’omicidio domestico?
E chi lo sa. Si sa solo che era il modo più efficace per rovinare i buoni sentimenti di un gruppo e che adesso nessuno la usa più. Adesso durante le festività natalizie si finge sul serio di volersi bene fino a nanna.
Io ricordo che vinceva sempre nonna Marta. Che poi manco era mia nonna, ma la nonna di un mio zio immigrato a Bussolengo che lavorava in fabbrica. Praticamente la progenitrice indiretta di un disadattato che compensava la sua frustrazione operaia con la Vecchia Romagna etichetta nera.
Faceva cinquine da quattro milioni di euro la nonna Marta. E la nonna Margherita, la mia nonna vera, era per questo che ogni tanto andava di là: per accendere le sue bambole vodoo elettroniche.
E comunque, non funzionava.
Nonna Marta sbancava definitivamente il casinò sempre intorno alle ventidue e quarantasei. Poi, per non dare nell’occhio, ordinava dall’albergo a cinque stelle di fronte un cameriere ai piani. Lo scopo era di farsi massaggiare le varici da uno con la livrea davanti a mia nonna Margherita, a quel punto tenuta in vita, quest’ultima, solo dalla speranza di un ictus da sgranocchiare in diretta. Ma nonna Marta non moriva mai, né mai rimaneva paralizzata sul lato sinistro del corpo. Ci deludeva sempre.
In salotto, invece, gli uomini facevano la loro tombola virile giocando a briscola e sbevazzando vino bianco “Portopalo” da un deprimente bottiglione di sei litri. Ed anche qua, tanto tanto amore. Finiva sempre che mio padre era il disonore della famiglia perché aveva tirato un due di mazze inappropriato al contesto e perché a mio nonno Pietro evidentemente non piacevano i due di mazze tirati fuori contesto. Specie quando era sbronzo.
Vinceva sempre lo zio Lelio, un collezionista di mogli austriache che lavorava sulle navi mercantili e che, non si capisce come, rimorchiava donne residenti in uno stato ufficialmente non bagnato dal mare.
A noi bambini ci sistemavano su un tavolino basso, nella stessa sala dove si sgozzavano le nonne e invece di prestarci qualche spicciolo per favorire la sfida, ci zittivano con dei favolosi ceci da competizione. La nostra moneta corrente. Le nostre fiches.
Fantastico comunque sfidare la sorte per vincere un’eventuale zuppa di farinacei poveri. Tutta adrenalina.
Forse le maledette nonne speravano che un così rappresentativo simbolo proletario come il cecio, poco affine all’ottica capitalista e di sopraffazione altrui che la tombola richiede ad ogni suo giocatore, ci rendesse antropologicamente mansueti.
E si sbagliavano, se è vero che un quarto d’ora dopo il fischio d’inizio, io facevo gastroscopie a mio cugino Andrea, mia sorella Margherita strappava il cuoio capelluto a mio cugino Alessandro e mia cugina Mariella ci sorvolava tutti con delle ali da drago fino ad appendersi al lampadario per carbonizzarci sputando fiamme ad estrogeni e ovaie a razzo.
Quando si dice che il senso del possesso è innato e indipendente dalla natura dell’oggetto posseduto. Alla fine la zuppa di farinacei la lasciavamo vincere a lei, è chiaro.

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AD OGNI CHIAMATA PERSA, UN NUOVO GENOCIDIO

Non è una cosa di cui mi vanto nelle mie cene d’affari, ma credo di essere uno dei più grandi esegeti di Laura Pausini in circolazione.
Conosco la sua discografia di certo meglio delle tabelline, e probabilmente pure meglio delle nostre tre coniugazioni: bizzarro, se si pensa che non ho mai acquistato nemmeno un suo album; naturale invece, se si tiene conto che la Pausini è uno dei prodotti culturali più dittatoriali sfornati dall’industria petrolchimica e radioattiva negli ultimi quattro millenni.
Il Grande Capo ha ben deciso di farmi sentire dappertutto la sua musica.
Apro il frigorifero in cerca del dado vegetale e parte Strani amori. Sollevo il copriwater per non farla sul bordo e parte Resta in ascolto. Apro i “Minima Moralia” di Adorno a pagina 167 perché voglio rileggere il pezzo sullo pseudorealismo e parte Ascolta il tuo cuore. Accendo lo stereo, ci piazzo dentro “Bryter Layter” di Nick Drake, vado direttamente alla traccia numero 8, la mia preferita, e parte Il mio sbaglio più grande.
Una specie di terapia “Ludovico” vitanaturaldurante: mi auguro che abbiate visto Arancia Meccanica sennò non capite di cosa sto parlando.
Il fatto è che si possono pure chiudere gli occhi per evitare di vedere, ma con le orecchie non funziona uguale: non abbiamo un boccaporto per evitare di sentire canzoni malate. E il Grande Capo, che lo sa meglio di tutti, perchè ci ha fatto lui e ci ha fatto così di proposito, se ne approfitta.
E per questo motivo organico, la cosa che mi è accaduta con la Pausini mi è accaduta pure con le suorerie del Nokia 3210.
Ricordo infatti perfettamente non solo la struttura grammaticale di sua ogni singola melodia preimpostata, ma pure la loro successione in memoria.
Perché c’erano tempi in cui la gente credeva ai file midi, al loro potere salvifico dell’anima.
Perché c’erano tempi in cui la gente aspettava di essere circondata dal sottoscritto per scegliere la suoneria midi Nokia preimpostata del 3210 adatta a quello specifico momento della loro vita.
Di solito in luogi noiosi – alla posta, al cinema, in biblioteca, al cimitero, in ascensore – accadeva che questi signori cominciavano a fare i DJ.
Adesso, con lo stereotipo tono nostalgico dico: le cose sono cambiate.
Le persone di oggi non credono più alle suonerie dei cellulari: impostano in modalità vibrazione e poi non rispondono al telefono.
Una di queste persone si chiama Elena Spaziani.
Elena Spaziani è una ragazza nata suo malgrado in un paese imbarazzante; una ragazza che, per motivi ancora sconosciuti dalla scienza ufficiale, mi ritrovo spesso, durante l’arco della giornata, a chiamare al cellulare.
Ovviamente che ve lo dico a fare: è impossibile mettersi in contatto con lei attraverso l’utilizzo delle onde elettromagnetiche. Perché lei non solo imposta il telefono in modalità vibrazione, non solo non risponde alle chiamate, ma nemmeno richiama. Questo è il bello.
Principalmente credo che usi il suo cellulare come un Tamagochi. Appena vede la batteria scarica sta lì tutta preoccupata a cercare il caricabatterie per non farlo morire e quando vede ottantuno chiamate perse, pensa solo che il suo animaletto elettronico abbia fatto i bisognini virtuali sul monitor a cristalli liquidi.
Nonostante questo, io continuo a telefonarle. A non ricevere risposta. A litigare con lei a morte quando me la ritrovo davanti: perché alla fine poi ci vediamo spesso; alla fine poi riusciamo a contattarci attraverso altri mezzi di locomozione dell’informazione.
Dalla telepatia alle zanzare viaggiatrici, dal telegrafo fino a gmail, un modo per comunicare inutilmente lo troviamo.
Gente così è sempre più frequente: ogni giorno nascono in media 803 potenziali nuove Elene Spaziani su questo pianeta. E perciò ci tocca arginare la loro diffusione; e perciò ci toccherà pur sperimentar qualcosa per evitare questo nuova pericolosa forma di deriva della razza umana.
Io personalmente, stavo pensando di collegare un detonatore al suo cellulare, al cellulare di Elena Spaziani; e di collegare a sua volta questo detonatore a svariati chili di esplosivo al plastico.
Il detonatore si attiva al quarto squillo ricevuto dal telefono e fa esplodere la carica di cui sopra, precedentemente piazzata in un grattacielo affollato in centro, modello Twin Towers.
Punto sul senso di colpa:
ad ogni chiamata persa, una nuova deflagrazione.
Il tuo tamagochi fa i bisognini, come pensi tu, cara Elena, e il mondo annovera tra la sua storia un nuovo genocidio.
Vedi te se non ti va di pigiare il tasto verde per dirmi che ci vediamo alle 8 ad Hermannplatz.

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CHE C’E’ PER CENA DOMANI? ZUPPA DI CECI IN GINOCCHIO SUI CECI?

– Io vorrei capire una volta per tutte perché il cibo che trovi in giro deve essere di questa scomodità essenziale. Prima il rituale del kebab, che più di un atto di nutrizione per me era piuttosto una performance di body painting (le mie magliette possono confermare); mo’ arrivo qui in Germania e mi tocca imparare a mangiare la “boulette mit brotchen”, questa specie di polpettone la cui estensione territoriale ricorda grossomodo quella dell’Australia, racchiuso – si fa per dire – da un panino così minuscolo che pare direttamente prelevato dalla casa delle bambole di mia cugina Mariella. Per la serie, sproporzioni assolutamente immotivate.
Come cacchio la gestisci una cosa così? Non è mica facile da manipolare. Ti vengono i calli al cervello solo a pensare da che parte devi cominciare senza che ti cada tutto per terra.
E’ più pratico da mangiare un castello di carte, secondo me. Ma tanto non è finita: ne sono sicuro, un giorno troverò qualcosa di ancora più ostico. C’è un prossimo passo della sofferenza gastronomica dietro l’angolo, lo so, e a breve mi toccherà sperimentarlo. Tesoro, che c’è per cena domani? Zuppa di ceci in ginocchio sui ceci?

Questo dicevo al mio amico liutaio mentre faceva la mossa di pagare lui, per poi rispolverare il grande classico che aveva dimenticato di prelevare al bancomat. Una cosa a cui sono particolarmente intollerante, altro che lattosio.
E comunque in totale due pasti inafferrabili per quattro euro e cinquanta. Se non altro per torturarsi la deglutizione qui all’estero si spende meno.
Il liutaio comunque non se n’era fregato niente di tutto questo. Né del fatto che avevo pagato quattro euro e cinquanta, né tantomeno del fatto che avevo pagato quattro euro e cinquanta di pura sofferenza.
Il liutaio: quel tipo di uomo che tiene sugli scaffali le stesse boccettine di solventi chimici di un serial killer, tipo l’iposolfito di sodio. Non c’è da fidarsi di gente come lui.
Il liutaio, quel tipo di falegname che siccome col legno ci costruisce un aggeggio che fa suoni romantici, allora diventa subito per il sesso femminile un personaggio struggente. Non c’è da fidarsi di gente come lui.
Il liutaio, quel tipo di sordomuto che ha una passione sì forte per l’orecchio intellettuale, che non ascolta mai discussioni generiche, ma solo quarte sinfonie in MI minore. Non c’è da fidarsi di gente come lui.
Totalmente refrattario al mio spirito pragmatico, eccolo a contatto con la parte di monologo successiva al pasto.
– Cioè, la definizione di design di Bruno Munari è chiara: il design non è principalmente attenzione per la forma, come solo apparentemente tanti ingenui continuano a credere, quanto piuttosto scrupolo per la praticità applicato alla bellezza.
Ecco perché secondo me bisognerebbe inventare una nuova professione: il designer del cibo.
Io voglio assaporare una cosa buona senza pensare ogni secondo che la vita fa schifo, capisci? Perché – ogni volta la stessa storia – era questo ciò che mi veniva in mente ai miei primi settecento kebab che mi buttavo addosso. Ed è quello che mi verrà in mente d’ora in poi, ogni qual volta mi troverò a sfidare a singular tenzone una boulette mit brotchen.
Molto saporita, per carità, con quei pezzetti di cipolla e tutto quel grasso sarebbe veramente difficile trovarla poco stuzzicante; certo è digeribile più o meno quanto una zuppa di videoregistratori, ma quella è un’altra storia. La faccenda è che comunque io prima, mentre la mangiavo, investivo speranza in una morte istantanea. Non so se te ne sei accorto. Ero colto da una sofferenza tale, da essere soggetto al più estremo anelito di eutanasia.
Da oggi in poi voglio evitare tutto questo. Essenzialmente perché è contraddittorio. Che cacchio di edonismo è un edonismo che ti fa stare male?
No, una cosa buona non deve essere scomoda. Per questo io non sono proprio d’accordo con tutte le mosse del kamasutra.
Il liutaio questa volta perlomeno annuiva. Poi però ho scoperto che dietro di me c’era un manifesto di un concerto diretto dal grande Daniel Baremboim il prossimo 6 novembre. Annuiva al tipografo che l’aveva stampato, perciò.

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IL NOSTRO DNA E’ A FORMA DI RIGATONI ALL’AMATRICIANA

Metti una sera, superati i trent’anni, che ti sbronzi troppo. Ti sbronzi a tal punto che quando stai guidando per tornare a casa sei convinto – ma proprio convinto – di essere l’uomo-ragno.
Metti che questa sera, prima di guidare per tornare a casa, sei stato con certe persone pure loro sbronze ai tuoi livelli: ai livelli di cui sopra.
Metti tutto questo, e tutto questo comunque non giustifica il fatto che una di queste persone – una donna – ad un certo punto della serata è entrata in un supermercato e si è messa a rubare come facevo io alla Standa quando ero piccolo. Refurtiva nello zainetto scolastico colorato.
In pratica, un gesto retrò. Meglio: una bravata analogica nell’era digitale e guardona del Grande Fratello. Microbotelecamere di sorveglianza pure nel duodeno e questa che mi fa la ladra come se fossimo appena usciti da una società rurale.
La spiegazione c’è, dietro l’angolo, clemente e banale: stando ai recenti sondaggi, la tipa è una di quelle che ha sempre bisogno di farsi notare. Cosa confermata, tra l’altro, da un acconciatura piuttosto appariscente o che quanto meno presuppone un parrucchiere scoordinato.
Orbene comunque, nonostante tutto, poco prima della bravata analogica di cui sopra, qualcosa di buono aveva fatto: non il parrucchiere, beninteso, ma la tipa di cui sto parlando da tre ore senza motivo apparente.
Se ne era uscita con un’affermazione totalitaria, seguendo pedissequamente la quale il sottoscritto sarebbe “Uno stereotipo dell’italiano medio”.
E cacchio, non ci avevo mai pensato a quest’eventualità.
Certo, a primo impatto, ovviamente, non l’avevo presa sul serio. Tutto concentrato com’ero a sognare di sorvolare il cielo di Berlino su una farfalla variopinta con un’altra donna presente in serata – la mia preferita del sistema solare, credo – avevo lasciato correre. Ma appena ero tornato a casa, appena era finito l’effetto sbronza uomo-ragno ed ero tornato ad essere essenzialmente un uomo-uomo, ci avevo riflettuto su e mi ero reso conto che poi non è che aveva tutti i torti; la stolta.
Però: chi l’avrebbe mai detto che una donna con un brutto taglio di capelli e un tatuaggio di Marylin Manson sulla cellulite mi avrebbe portato a riflettere. Ah, sì, del tatuaggio non vi avevo ancora detto niente.
Dunque mi ero chiesto in meditazione: cos’ho di italiano io più di uno svizzero? Cos’ho di italiano io più di un colombiano? Perché sono più italiano io di un tedesco? Insomma, questo tipo di domande malformulate qui. E, nonostante le domande malformulate, una risposta malformulata alla fine l’avevo trovata e l’avevo messa sul comodino con l’idea di ritrovarla il giorno dopo. E invece, no. Non c’era più.
Scherzo, eccola qui:
Ciò che mi rende più italiano di un tedesco, è che affronto la vita come se fosse un esame per entrare alla Sorbonna. Ciò che ho di italiano io più di un colombiano è che inseguo una struttura a canovaccio nel tempo che ho davanti. Ciò che mi fa essere più italiano di un tedesco, è che cerco la biografia a tutti i costi, quella che vista da fuori alla fine ce l’hai fatta. Perché gli italiani siamo così. E non ditemi di no.
Facciamo i fighi, giriamo il mondo magari, eppure continuiamo ad ad essere una specie rarissima di ragionieri del proprio destino che prendono la vita con pesantezza.
Potremmo sniffare copertoni essiccati con Jimi Hendrix in una roulotte parcheggiata sul deserto del Nevada in questo momento, e, ciononostante, non riusciremmo mai a toglierci dalla testa la nostra visione del mondo come modello prestampato. Viviamo in paranoia progettando e organizzando cose che non accadranno mai, o che nella migliore delle ipotesi, accadranno diversamente. Abbiamo un approccio al futuro burocratico, che ci possiamo fa’. E’ il DNA. Un DNA a forma di rigatoni all’amatriciana.

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SE NON VUOI FARE AMICIZIA NOI SIAMO BEN LIETI DI FARTELO PESARE

Dormire in un ostello in giro per il mondo non è un gesto logistico che faccio abitualmente. Non ho mai nutrito una grande vocazione per la corrente filosofica dell’ostellismo: perché questa si fonda e regge le sue sacre istituzioni sul fatto di trovare il prossimo vagamente interessante. Come se nella vita fosse facile incontrare qualcuno in grado di sostenere una conversazione.
Non so voi, ma io sono un selezionatore abbastanza scrupoloso di vite umane con cui parlare di stronzate. Anche perché c’è un sacco di gente in giro che fa discorsi seri e perciò non è che ora mi posso mettere a fare amicizia in maniera indifferenziata col rischio di beccarmi un pippone sull’arte concettuale, o magari un monologo sul mutuo a tasso variabile.
E poi non sopporto ‘sta cosa dei luoghi preposti alla socializzazione: ovvio che in una grotta dolomitica può essere più difficile trovare qualcuno con cui parlare di quanto ti sta antipatico Enrico Brignano, ma è altrettanto vero che a me personalmente non pare il caso di farmi influenzare da fattori come la latitudine, il ciclo delle effemeridi, l’umidità relativa e la temperatura, quando voglio farmi degli amici. E soprattutto non mi pare il caso di farmi influenzare dalla categoria catastale del caseggiato in cui mi trovo: che io sia in un monastero tibetano, nella sede ufficiale della Proctor & Gamble, nello scantinato di un serial killer, o in un ostello della gioventù, se non mi va di parlare, non mi va.
L’ostellista tipo, invece, ragiona diversamente: prenota un letto in un dormitorio misto con la stessa aspettativa di chi si iscrive ad un corso di tango al termine di una relazione amorosa, o di chi varca la soglia di un’agenzia matrimoniale perché di relazioni amorose nella sua vita ha solo sentito parlare nei film. Conosciamo gente, si dice.
Questo per generalizzare, perché è vero che ci sono pure altre tipologie di ostellisti. Più che altro varianti un po’ più complesse. Per esempio ci sono gli ostellisti-comunisti, quelli per dire che non si capisce se sono più ostellisti o più comunisti; se l’ostello è il loro luogo d’elezione per questioni di Peace and Love o per motivazioni igieniche della serie: l’albergo è un luogo molto meno batterico rispetto alle mie pretese virali e perciò scelgo l’ostello.
Una complicazione filosofica che non è qui però il caso di snocciolare. Piuttosto, passiamo a me: sappiate che, nonostante queste mie premesse un po’ naziste, ci sono finito pure io in ostello e tutto sommato devo dire che non è stata un’esperienza inutile.
Se non altro ho scoperto come si dorme dentro una canzone di Prince. Attività che, tanto per capirci, è del tutto simile al verniciare di fucsia un traliccio dell’alta tensione, di quelli che vedi quando prendi l’autostrada, per poi scendere dallo stesso traliccio, dirigerti verso il più vicino parco giochi e con lo stesso pennello dare una prima mano ad un autoscontro in movimento.
Perchè forse non lo sapevate, ma esiste una legge chimica secondo la quale, accanto ad ogni ostello, avvengono dei legami molecolari di tipo covalente che provocano la nascita e la crescita di club discotecari ad alto tasso di stronzaggine. Di quelli che tutta la notte con i tunz-tunz danno il loro bel da fare ai sismografi della zona e alle tue fasi del sonno. Per cui succede che, mentre Prince se ne sta bello seduto sulla sua poltrona rivestita in cocaina acquisendo per l’ennesima volta i diritti d’autore, tu sogni di riverniciare di fucsia tralicci dell’alta tensione e autoscontro in movimento.
E’ inutile, dovete ammetterlo che ho ragione: l’ostellismo è la filosofia della socializzazione coatta. Perché se per esempio tu vuoi startene in disparte a fare l’essere umano e a rispettare il fatto che ad una certa ora il tuo corpo percepisce stanchezza, quelli trovano il modo di fartelo pesare frequentando il tunz party nel disco club accanto, dimenando il bacino fino alle prime luci dell’alba e tornando in camera belli sbronzi a gridare in una babele di lingue differenti il fatto che sono diventati amici mentre tu tentavi di dormire.

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QUELLI TI FREGANO COL TAKE AWAY, TE LO DICO IO CHE TI FREGANO

Alzi la mano a chi piace lavare i piatti in questa sala. Oppure a scelta, a chi piace lavare i piatti metta un dito qui. Oppure, ancora, a chi piace lavare i piatti veda di apporre una X alla voce a me piace lavare i piatti. Tanto lo so che in ogni caso lavare i piatti non piace a nessuno, indifferentemente dal metodo utilizzato per il sondaggio. E’ una cosa che non riesce proprio ad appassionarci, lo sporco più ostinato. Nemmeno col supporto psicologico del nuovo Nelsen nuova formula aceto e mele ci riusciamo.
Perciò non ci credete a chi vi dice stasera non mi va di cucinare: sta mentendo spudoratamente. In realtà non è che non gli va di cucinare, perché alla gente piace cucinare, piuttosto non gli va di lavare le pentole che sporcherà per cucinare e i piatti che voi sporcherete di conseguenza per mangiare quello che lui ha cucinato.
Del resto è comprensibile: lavare i piatti, oltre che essere una cosa piuttosto disgustosa – più o meno quanto un’autopsia – è pure una di quelle attività umane non egoriferibili.
Nel senso, ad un cuoco gli puoi dire che cucina bene e che è un uomo da sposare e così facendo gli fai un favore al carattere. Ma ad un lavatore di piatti non lo dici mai che è bravo a lavare i piatti e perciò: lavare i piatti non è gratificante, non fa autostima, non è egoriferibile.
Ecco il motivo per cui a nessuno piace lavare i piatti ed ecco il motivo per cui ha così tanto successo la consegna dei pasti a domicilio.
Gli esercenti lo sanno e se ne approfittano. Ci inondano le cassette della posta di volantini e se ne approfittano. Assumono disperati sottopagati per suonare i nostri campanelli e se ne approfittano. Strumentalizzano la nostra eccellente attitudine verso la fame e la nostra scarsa attitudine verso il lavaggio dei piatti e se ne approfittano. Gli esercenti se ne approfittano e basta.
Tipo ieri sera:

A: Prendiamo un cinese a domicilio?

B: Tesoro, apprezzo l’uso che fai delle figure retoriche – hai appena utilizzato una sineddoche – ma ti dico: stasera il cinese non mi va. Preferisco una pizza.

A: No, pizza no, l’ho mangiata a pranzo.

B: Cacchio, ogni volta che ti propongo una pizza mi dici sempre di no.

A: A me la pizza in realtà non è che mi piaccia poi molto.

B: Vabbò. Allora?

A: Ti va un kebab?

B: E vada per il kebab.

Insomma, prendiamo il volantino bollywoodiano apposito e gli facciamo una bella risonanza magnetica: sei quarti d’ora di indecisione gastronomica tipica occidentale. Alla fine optiamo entrambi per il piatto unico kebab con salsine varie, insalata e pane IN OMAGGIO. Componiamo uno 051 e nel giro di venti minuti uno sconosciuto abbastanza taciturno suona alla porta per sottrarmi quattordici euro dal portafoglio. Servizio celere, non c’è che dire.
Apriamo il box in alluminio come fosse un forziere di promesse gioie intestinali e subito ci guardiamo in faccia: i nostri occhi dicono chiaramente che in quello stesso momento tutti e due abbiamo le stesse scritte in sovrimpressione nel cervello.
Intanto del pane tanto graficamente millantato nel volantino bollywoodiano non c’è traccia. E poi ancora, la carne è triturata a tal punto che sembra passata attraverso un’odissea di succhi gastrici altrui per poi essere rivenduta a sovrapprezzo di mercato. Ma comunque non finisce qui. Demotivati, affondiamo la forchetta nella carne liofilizzata per scoprire un nuovo piacevole segreto e che cioè sotto il manzo a velo, si stende a perdita d’occhio una spessa coltre di patate fritte al sapore di truffa.

A: E chi le ha chieste le patate?

B: Tesoro, fanno volume e costano meno del kebab. Insomma, dai ci hanno inculato.

A: No, io mo’ a questi li richiamo.

La signorina A in realtà non aspettava altro. Da quanto ho potuto appurare osservandola attentamente, ha una vera e propria passione agonistica per i cazziatoni. Lamentarsi è in pratica il suo sport preferito. Io invece ultimamente preferisco il più meditativo golf.
Ma in ogni caso io e lei non passiamo una serata di quelle memorabili, pure perché su IrisMediaset fanno un film del cacchio con Jason Statham che non ci convince sotto il profilo narrativo.
Ci mettiamo a letto ed io chiudo le palpebre con l’immagine di me che sequestro un fattorino, di lei che lo lega allo stendibiancheria, di noi che lo liberiamo dalle nostre grinfie solo a digestione avvenuta.

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NOI CHE RAZZA DI STOLTI NOI CON TUTTO IL MONDO DAVANTI A NOI

In questo pianeta esistono canzoni talmente spensierate che mentre le ascolti ti sembra impossibile l’esistenza della disoccupazione. Sei nella tua stanza, hai appena messo un disco dei Bee Gees e tutto esprime una tale energia e vitalità che pure i mobili morti di tuo nonno, rigorosamente in mogano, fanno i simpatici. Anzi a prestarci un attimo attenzione, pare quasi che l’armadio sculetti tra le note di “You should be dancing” e che così facendo voglia rassicurarti sul fatto che anche tu un conto in banca ce l’hai.
Com’è terapeutica certa musica quando a fine anno non puoi permetterti nemmeno di compilare un CUD. Com’è traumatico di conseguenza, il tasto off che spegne l’allegro e speranzoso decennio settanta.
Perché poi torna il silenzio e lo sai che quando torna il silenzio, ti si accende automaticamente in testa un frappè petulante di telegiornali misti. In pratica, una specie di vocina off che, col timbro vocale di Lucifero, si attiva e ti intasa il cervello di termini incancreniti come crisi economica, articolo 18, Mario Monti, Susanna Camusso, protesta dei precari e CGIL.
Il tutto per ricordarti che il mercato del lavoro somiglia sempre di più a quella piccola barchetta parcheggiata su uno scoglio inopportuno nei pressi dell’isola del Giglio. Insomma, Bee Gees nonostante, le cose non vanno bene per niente.
Uno stipendio non ce l’hai. Neanche oggi. E il futuro sembra sempre più quel barattolo di marmellata irraggiungibile che sta sopra il frigorifero in ogni cartone animato con un bambino protagonista.
Quel bambino sei tu. E forse proprio per questo non ti dai per vinto. Sei cocciuto e testardo come tutti i bambini e perciò apri il web e ti metti a sguazzare in quei siti di annunci lavorativi dai titoli rassicuranti tipo Jobrapido, con la rinnovata speranza che in meno di cinque minuti di microonde leggerai da qualche parte: Hey! Corri da noi che ti stiamo cercando.
Invece ne bastano tre di minuti per renderti drammaticamente conto che hai bisogno di un’eredità e di un dizionario d’inglese. La prima ti servirebbe per tirare a campare, il secondo a tradurre cose tipo queste: Junior Press office, Web analyst, Store manager, Copy senior, Project manager, Junior sales developement, Visual Merchandiser.
C’erano tempi in cui i lavori avevano dei nomi normali. Tempi nemmeno troppo lontani, anni in cui facevi il liceo, in cui tuo padre ti chiedeva cosa volevi fare da grande e in cui tu non ti saresti mai sognato di rispondergli con una supercazzola anglofona come quelle di sopra.
– Oh Giorgio, insomma, che aspirazioni hai? Ti sei fatto un’idea?
– Ohi Babbo, certo che sì, ho capito che il mio futuro è nel campo del Project managing.
– Nel campo dicché?
Mestieri nuovi che ci hanno rovinato le aspirazioni di una volta e che adesso ci costringono a sognare una brillante carriera nel campo delle supercazzole anglofone. Solo che noi trentenni, nel campo delle supercazzole angolofone partiamo assolutamente in svantaggio, noi.
Abbiamo studiato per fare delle cose che avevano un senso compiuto noi e non siamo stati in grado di sognare una carriera in un settore che non esisteva, noi.
Noi, che razza di stolti noi. Con tutto il mondo davanti a noi, ci siamo limitati a guardare quello dietro. Abbiamo osservato il futuro dal lunotto posteriore. Ed è normale perciò, se adesso ci viene la nausea.

Sopra un Firefighters flames inappropriate. Letteralmente un addetto all'estinzione di fiamme inopportune

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