Archivi categoria: Se fossi Zeman

A CIASCUNO LA SUA DISCRIMINAZIONE

Prima di tutto, caro Kevin Prince Boateng: conosci a memoria gli ultimi acquisti fatti al sexy shop da Melissa Satta in questo periodo. Perciò a prescindere dalla questione, non sarò mai dalla tua parte.

Si chiama invidia.

Sai che è? Considera che io il massimo che posso fare con la tua donna è guardarla sculettare a Striscia La Notizia in una serata invernale del 2009, omaggiarla con un commento maschilista vecchia maniera, ed essere successivamente cacciato di casa dalla mia ragazza piena di insicurezze che per cena, tra l’altro, ha appena fatto i sofficini alla pizzaiola.

Ti spiego un attimo che cosa sono i sofficini prima di continuare, perché sospetto che tu non lo sappia: trattasi di cibo non proprio professionale, che se lo dai a Baby Mia va pure bene, ma che risulta piuttosto incompatibile con una creatura dotata di organi interni.

E comunque dicevo, questo è il massimo che posso fare con la tua ragazza: litigare con la mia; mentre tu invece, come minimo ci fai degli amplessi con la tua ragazza. Non so se mi spiego.

Ti è sufficiente tutto questo per riconoscere lo spazio estetico che intercorre tra i nostri due destini o te lo faccio spiegare da un astrologo famoso che l’oroscopo è indiscutibilmente dalla tua parte?

Poco male dunque se vai a fare un’amichevole a Busto Arsizio con la tua squadra ultratitolata e finisce che dagli spalti ti prendono per il culo perché sei nero. Che cacchio vuoi la miglior esistenza di tutti i tempi? Non esiste onorificenza al mondo per chi ha la vita migliore di tutti. Sarebbe una cerimonia pleonastica. Ne convieni?

Perciò, tornando a noi: la sceneggiata che hai fatto mi è parsa un po’ fuori registro, sai? Manco se t’avessero insultato la mamma.

E poi, caro, io non mi farei mai rovinare la giornata da un tifoso. Figuriamoci da un tifoso della Pro Patria.

Tu invece, a quanto pare, ti sei fatto rovinare addirittura il 2013 da questa gente. Dice che vuoi lasciare l’Italia e il Milan. Qual’è il prossimo passo? Ti dai fuoco ai piedi del Quirinale o, peggio ancor, vuoi smettere di copulare con Melissa Satta?

Suvvia, Kevin Prince Boateng. Pensa te se nascevi albino. Nessuno avrebbe tutelato i tuoi diritti da nero. E infatti, questa cosa ti dovrebbe far pensare no?

La protezione di cui voi fratelli di colore godete, in occasioni simili, è un po’ sgrammaticata. Non si capisce perché appena uno insulta un nero, lo arrestano. Mentre al contrario, se insulta un albino, lo fanno capoclasse o, a seconda del quantitativo di acne che ha sulla faccia, talvolta pure rappresentante d’Istituto.

La vita è proprio incomprensibile: ti rendi conto che c’è razzismo pure tra le diverse tipologie di razzismo? Ci sono categorie di razzismo più considerate, come quella sui neri, altre più trascurabili e perciò bistrattate come quella sugli albini.

Tu degli albini te ne sbatti e te ne sbatti pure dei miei discorsi; perciò chiosi ai microfoni dei giornalisti: “E’ incredibile che nel 2013 ci siano ancora queste forme di razzismo”.

Caro Kevin Prince Boateng, non ti sembra più incredibile il fatto che nel 2013 ci siano ancora queste forme di tifosi? No, dico, stiamo parlando di tifosi della Pro Patria. Gente che, stando a sentire una vecchia puntata di Quark, dovrebbe essersi estinta nel 1909.

E poi cosa ti aspetti dai tifosi della Pro Patria? Trattasi di umanoidi che vivono consapevolmente a Busto Arsizio. E’ già sorprendente il fatto che siano provvisti di abbigliamento casual; per cui ritengo alquanto difficile che qualcuno di loro possa ritirare il premio Martin Luther King quest’anno o in alternativa scoprire una stupefacente cura oncologica in grado di eliminare quel diffusissimo tumore all’occhio che ci fa percepire il fucsia nello spettro dei colori visibili.

Insomma, non si sta parlando di alte cilindrate di umanità. Per cui, non c’è da essere permalosi. Alla fine si tratta di plancton con la carta d’identità, che te ne fotte.

Suvvia, Kevin Prince Boateng. Pensa te se nascevi me. Nessuno avrebbe tutelato i tuoi diritti da uomo non considerato come oggetto sessuale da una modella. Anche questa è discriminazione sai? A ciascuno la sua, perciò. Ma a conti fatti, caro mio, ti conviene tenerti quella che hai.

Contrassegnato da tag , , , , ,

IL SEGNO DELLA CROCE E’ UN CONVENEVOLO HIP HOP

Ogni tanto capita di trascorrere una serata da ceto medio. E ti piace pure. Accade quando ti vesti da ceto medio. E ti senti figo. Quando te ne vai a passeggiare in un quartiere da ceto medio. E lo trovi poetico. Quando vai a cena in un ristorante da ceto medio. E lì però ti girano le tue cose.
Perché ti scordi sempre che un ristorante da ceto medio è solitamente un posto che ha come accessori di serie dei turisti spagnoli intenti ad armeggiare un iPhone per mostrare video rumorosi ad amici più rumorosi dei video rumorosi. E visto che stasera sei un moderato, l’entropia non ti garba.
Un tuo commensale comunque ha preso la cosa sul serio. Questa cosa della serata a tema ceto medio. Il cameriere porta le pietanze e lui si fa il segno della croce.
Da quanto tempo non vedevi questo gesto a tavola? Sarà che hai passato questi ultimi anni a sabotare concettualmente il sistema con degli amici intellettuali; per questo ti eri scordato di gente tipo tua nonna che ha la presunzione di esprimersi e contemporaneamente farsi il segno della croce.
Non mi pare mai una buona idea farsi il segno della croce. Specie prima di iniziare a deglutire un maiale sgozzato, sono poi sicuro che sfoggiare il proprio candore spirituale non è il massimo dell’eleganza.
Ma in effetti a quale attività umana può abbinarsi questa specie di saluto Gansta? Essì, un saluto Gansta. Ecco cos’è il segno della croce. Un convenevolo hip hop per salutare il Re del quartiere definitivo. E come ogni convenevolo hip hop, mi fa incazzare.
Ad ogni modo in collegamento diretto con lo stadio Olimpico di Roma, per la telecronaca del derby, c’è Gianni Cerqueti. Daniele De Rossi segna il 2 a 1 per la Roma e fa nord sud ovest est. Padre figlio spirito santo amen pure lui.
I segni della croce non si fanno solo a tavola e in chiesa. Adesso ricordi?
Alla fine però i giallorossi perdono 3 a 2 e la gloria dall’alto dei cieli è effimera. Osanna osanna sei tu il mio signore e con il tuo spirito e la ricompensa è una valanga di fischi dell’Olimpico. E pure un tifoso accoltellato il signore è pietà cristo e pietà. I segni della croce forse portano pure sfiga.
Ma Daniele De Rossi non è l’unico crocifista della serie A mica. Ce ne stanno, ce ne stanno.
E perché dunque tanti giocatori di calcio, quando scagliano dietro una linea sostanzialmente arbitraria un pallone cucito a mano da dei minori thailandesi, sentono la necessità di comunicare con un differente piano metafisico?
Vabbè: io non ho fatto il chirichetto e manco il catechismo, ma a quanto ne so Padre Amatirciana o Prete Pajata ci hanno insegnato sì a compiacere il divino prima di un fritto misto, ma mai dopo una rasoiata di interno destro che finisce nell’angolino basso alla sinistra del portiere.
Ma sarà che qualche trafficante di significati forti, attraverso chissà quale rotta commerciale del passato, deve avere importato sui campi di gioco questo modo un po’ cretino di muovere le braccia. Avrà sfruttato l’umana tendenza che impone ad ogni creatura, dopo aver segnato un gol, di fare un gesto rilevante. Una specie di smorfia di gloria.
Certo però che bisogna essere svegli per ricorrere ad una cosa così sottomessa e penitente come il saluto cattolico mentre corri dietro un pallone, sei felice e ti stai divertendo.
Che cacchio, poi: hai fatto un gol davvero della madonna, per una volta hai tutti i motivi per sentirti figo e farti bello con la vicina di casa, quella divorziata, e che fai? Sprechi quest’occasione ricordando al pubblico che lassù in cielo c’è uno più figo di te.
Bah, forse vuoi solo far vedere a tutti che se ti impegnassi saresti un campione assoluto di breakdance. Almeno spero.
Perché sennò a questo punto forse sono meglio i rivoluzionari, i cazzoni che hanno inventato nuovi modi per festeggiare il vantaggio della propria squadra, tipo Faustino Asprilla negli anni novanta: uno dei pionieri del settore.
Oppure sennò è ancora meglio il gesto classico, l’archetipo dell’esultanza calcistica: quello di quei calciatori che chiudono il pugno della mano più a portata di mano e lo sguazzano manco se stessero shakerando una Coca-Cola perché loro la Coca-Cola la spreferiscono sgasata. Ce l’avete presente? Non significa niente, però a me mi fa incazzare di meno. Forse perché non è un convenevolo hip hop.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

LA MAMMA, ENZO IL FRUTTAROLO E “IL ROMANISTA”

Un mese fa, o poco più: mi trovavo di lunedì, a Roma, a casa di una mia amica romanista e come se non bastasse dopo una vittoria in casa della “Magica” con più di due gol di scarto.
In pratica, il peggiore allineamento dei pianeti in cui sia possibile imbattersi in una sola vita. In gergo tecnico si chiama sfiga.
E’ una donna intelligente la mia amica: sveglia, brillante, ben dotata di senso dell’umorismo. Però c’ha questo piccolo difettuccio che è una specie di papa boys di Benedetto Totti X.
Ma ognuno di noi a sua maniera è una scomoda creatura di Dio: io, per esempio, compro lozioni autoabbronzanti da 23 euro in negozi prettamente femminili. Per cui, non posso far altro che assolverla a priori dai suoi peccati.
Sta di fatto che quella era una placida e autunnale mattinata romana, una mattinata in cui nell’aere aleggiava quel classico odore di portacolori nuovo che ogni settembre mi riconduce sulla soglia della mia fancuillezza, proustianamente. Un odore che mi riporta coi sensi agli inizi della scuola e della mia carriera su questo pianeta e che mi suggerisce di applicare la stessa speranza sul futuro che avevo da infante al mio tetro e ormai irrimediabile futuro.
Ed ecco che, in un’atmosfera così sfocata e rarefatta, romantica e ideale, arriva la mia amica e distrugge tutto perché dobbiamo andare dal giornalaio a comprare “Il Romanista”.
E vabbè, alla fine, dai, l’edicola è proprio sotto casa, mi dice. Eh sì. Peccato che ci becchiamo subito, sul pianerottolo, il primo handicap della realtà: la sua vicina di casa, una neomamma. Una neomamma armata. Una neomamma armata di prole al seguito.
Già, una neomamma. Quella specie di malattia il cui sintomo principale è l’abuso della preterizione “Non lo dico perché è mio figlio” subito seguita dalla locuzione standard “ma è il bimbo più bello del mondo!”.
Lei, il suo passeggino con lo spoiler e il suo atto di egoismo sbavante di quattro mesi con gli occhi azzurri e i pannolini, ci bloccano l’ossigenazione al cervello per quasi un quarto d’ora. Un quarto d’ora della mia vita che non tornerà più, ci tengo a precisare.
Voglio già tornare a casa, ma la mia amica mi convince di nuovo. Mi ripete ancora una volta che vabbè, dai, alla fine l’edicola è prorio sotto casa: peccato che il proprietario, a quanto pare laziale rosicone da più di trentadue generazioni, trova il groviglio di scuse meno plausibile del quarantunesimo parallelo per glissare la vendita.
– Piccolè, mo’ te dico: er romanista cellò, ma sta de qua non c’è posso annà a pijallo. O vedi do sta, sta là, non c’arivo coe mano. E poi stavo a chiude; mi moglie c’ha messo l’acqua sopra pa’ carbonara.
A parte il fatto che erano le nove e un quarto del mattino, mi pare ulteriormente importante chiarire la natura fenomenologica della barriera architettonica intenta a fare ostruzionismo commerciale: una bottiglia di acqua Uliveto.
Insomma ci tocca fare un altro miglio per recuperare la roba da un altro spacciatore di carta stampata. Poi, prima di tornare a casa, passiamo da Enzo il fruttarolo a comprare le melanzane.
Enzo il fruttarolo è un commerciante esatto che principalmente esiste per dirti che la sua frutta è la migliore che c’è in tutta Roma. E in base a questo tu ti chiedi se il suo fornitore ortofrutticolo riserva all’ingrosso solo ed esclusivamente a lui ortaggi celestiali, se per motivi personali rifila le sòle agli altri fruttaroli o se più semplicemente questi ultimi hanno meno necessità psicologiche di farsi belli agli occhi degli altri.
Finalmente rincasiamo. Ed io mi metto un grembiule a quadretti bianchi e rossi e con dei piccoli mattarelli ricamati. Pare la giornata di merda sia finita lì e invece no: l’Uno al di sopra del bene e del male, vuole ancora fare il sadico con me, evidentemente.
Infatti, mentre cucino un ottimo primo con pummarola melanzane fritte mandorle tostate e pinoli, la mia amica mi declama dal primo all’ultimo trafiletto sputato del fazioso quotidiano faziosamente giallorosso. Il quotidiano dei tifosi più tifosi del mondo, come dicono loro.
Ad un certo punto sento qualcosa che mi suona come un “Il capitano corre come un Dio tra le rupi dell’Olimpo, perché Totti è Dio”. Non che mi sarei aspettato qualcosa di diverso. Ma tutto questo, a qualcosa serve: riconosco subito, negli esercizi di stile della redazione, la stessa identica mitopoiesi della mamma col proprio figlio e di Enzo il fruttarolo con la sua frutta.
E mi rendo conto così, per l’ennesima volta, di quell’innato istinto religioso che ci porta ad amare incondizionatamente cose incomprensibili come un trequartista, una zucchina e un figlio.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

PERCHE’ NON RIESCO A TUFFARMI A SINISTRA?

Ora non importa chi ha organizzato la partitella. Sta di fatto che qualche giorno fa è venuto un tizio da me chiedendomi: “Tu giochi a calcio?”. Ed io ho risposto di sì. Un sì bello, convinto. Un sì venuto particolarmente bene. Un sì che non lasciava presupporre nessun retropensiero articolato del tipo: “In realtà ho giocato per un sacco di anni sotto casa coi ragazzi del quartiere ci costruivamo le porte con delle assi di legno o talvolta piazzavamo solo due pietre a mo’ di palo poi a diciassette anni ho smesso perché ho scoperto che esistevano le mie coetanee e perché ho cominciato a fumare da allora ho toccato un pallone solo sporadicamente in spiaggia per fare il socievole e poi sì una volta m’è capitato pure di giocare una partitella intera su un vero campo di calcio a cinque ed è finita che ho vomitato la cistifellea a metà del primo tempo perché pur di non far notare che stavo per morire ho continuato a giocare”.
Insomma, un sì che ometteva un chilosecolo di sottintesi; ma ormai era fatta, ero stato convocato. E perciò, come ultimo rimedio, avevo deciso di propormi come portiere: ché almeno se sei una pippa forse si nota meno – pensavo – e poi un portiere non si rifiuta mai. E’ più facile dire di no a Scarlett Johansson se ti chiede di uscire stasera piuttosto che dire di no ad un tipo qualunque se ti chiede di poter giocare stasera in porta. No, un portiere non lo si rifiuta mai.
Comunque: due ore dopo ero già in un negozio di articoli sportivi ad acquistare un paio di guanti da professionista e due ore e mezza dopo ero già a casa a bestemmiare perché non mi entravano. Nel mondo occidentale lo chiamano “reparto bambini”, il posto dove li avevo presi.
Adesso però, per creare un po’ di pathos telecronistico, la partita ve la devo raccontare con l’indicativo presente.
La gara inizia bene. Una difesa coriacea mi permette di ripassare sul secondo palo per l’interrogazione di geografia. Arrivato alla densità demografica del Canada vengo a sapere il risultato da un guardone in sedia a rotelle che se la gode a bordo campo: stiamo vincendo 5 a 0.
Il solito gufo maledetto menagramo. Dalla sua soffiata in poi, i miei avversari si scatenano con tiri dalla distanza così potenti che se ci fossero ancora i dinosauri sapremmo come abbatterli.
Reagisco bene. Una prestazione magnifica signori e signore; mi tuffo a ripetizione. Tredici miracoli consecutivi: i miei compagni di squadra cominciano a pensare di mettere al mondo una bambina solo per farmela sposare tra vent’anni.
Gloria effimera: poco dopo mi giunge da fuori area un tiro tutto sommato normale. Vedo la palla ruotare, sono ben piazzato, posso prenderla, è alla mia portata, ce la faccio: ma come quando nei sogni ti capita di voler toccare il sedere alla tua collega d’ufficio e di non riuscire ad allungare la mano, sì, avete capito. Rimango immobile ed è 5-1.
L’esperienza si ripete di nuovo e poi una volta ancora. E allora capisco qual’è il problema e lo capiscono ahimè pure gli avversari. Non riesco a tuffarmi sulla mia sinistra, i miracoli che ho fatto prima li ho fatti perchè i tiri erano tutti direzionati alla mia destra e tutti i gol che prendo li prendo sul versante occidentale della mia porta. La partita finisce qualcosa come settemila a cinque ed io vengo umiliato negli spogliatoi manco avessero scoperto tutt’un tratto che mio padre è Toto Cutugno.
Torno a casa in metro, turbatissimo. Continuo a chiedermi: perché non riesco a tuffarmi a sinistra? Perché non riesco a tuffarmi a sinistra? Perché non riesco a tuffarmi a sinistra?
Sono talmente turbato che non riesco nemmeno a rielaborare il costrutto grammaticale della questua in maniera un po’ più creativa. E dunque di nuovo: perché non riesco a tuffarmi a sinistra? Perché non riesco a tuffarmi a sinistra? Perché non riesco a tuffarmi a sinistra?
Insomma, mi convinco che dietro questa cosa ci sia un trauma infantile, per cui decido di andare dallo psicologo. L’appuntamento è domani e non vedo l’ora di sapere che faccia farà appena gli confesserò cos’è che mi affligge.

Contrassegnato da tag , , , , ,

QUANDO IL CALCIO E’ UN SEGNALIBRO

Non lo so, ma quest’anno la fine della stagione calcistica mi ha fatto uno strano effetto. E’ stata una stagione calcistica più stagione calcistica delle altre.
Una di quelle stagioni calcistiche che mi fa rendere conto che gli anni passano e che le cose cambiano. Ci sono stagioni calcistiche che a me fanno quest’effetto. E non dipende mica da chi vince lo scudetto, da chi conquista la Champions, da chi va in serie B, da chi viene promossa in serie A. Dipende piuttosto da quanto sono concentrato a rileggere l’ultimo capitolo della mia vita e quanto poco sono propenso invece a proseguire la lettura del capitolo successivo. Dipende insomma da quanto per me quell’anno, è stato un anno più anno degli altri.
Se è stato un anno rilevante – un anno con l’accento sulla Y, come lo chiamo io – o se è passato come già tanti altri con quella tipica indifferenza narrativa che si ha nei confronti dei recenti trascorsi, quando tutto è andato né bene né male.
Auspicabile, raffinato piacere quello dell’inerzia biografica; ne converrete. Quando non succede niente, significa che non hai commesso errori.
Prima di questa, l’ultima stagione calcistica più stagione calcistica delle altre, per me, è stata la stagione calcistica 2005/06. Il Catania guadagnava la serie A dopo un sacco di tempo e non me ne importava un cacchio, come dato oggettivo.
Nonostante tutto però, della promozione conquistata da Pasquale Marino, ne feci all’epoca una specie di segnalibro che inserii in un punto specifico all’interno della mia autobiografia.
Quest’anno farò uguale con lo scudetto della Juve.
Insomma, credo di essermi spiegato. In un certo senso, penso di essere prettamente romantico quando scrivo cose di questo tipo. Chi mi sta a leggere può farsi un’idea sbagliata su di me. Magari è portato a credere che sono uno di quei maschietti poco virili che non hanno mai visto su Youtube interminabili video con i migliori dribbling di Cristinano Ronaldo.
E invece sono un macho e ve lo dimostro.
Chi ha vinto la classifica cannonieri del campionato italiano quest’anno? Zlatan Inbrahimovic con 28 reti. Quanti gol ha segnato Osvaldo? Era partito bene, ma poi si è fermato a quota 11. Con che punteggio ha concluso la stagione il Parma? 51. Chi ha vinto l’Europa League? Il Chelsea, battendo ai rigori il Bayern.
Oggi penso: chissà quale sarà la mia prossima stagione calcistica più stagione calcistica delle altre. Chissà cosa farò in quel momento, nel momento in cui penserò che quella stagione calcistica è stata una stagione calcistica più stagione calcistica delle altre. Chissà quali altri errori avranno segnato la mia vita. Chissà chi vincerà lo scudetto.
Eh sì, ogni tanto si è proprio costretti ad essere banali.
Insomma, tutte queste chiacchiere solo perché vorrei non essere il solo a percepire una stagione calcistica come una stagione calcistica più stagione calcistica delle altre. Lo so: è un’operazione paradossale quella di utilizzare il calcio, uno dei nostri strumenti preferiti dell’oblio, per ricordare invece. Per fare i malinconici con le cose che stiamo perdendo per strada.
E’ una specie di rivoluzione.
Chessò, spero solo che voi amici dalla vita incolore, moderata e meravigliosamente ignobile, mi leggiate ed apprendiate il metodo. Voi che ogni anno è un anno rassicurante e ogni stagione calcistica è una stagione calcistica uguale alle altre.
Spero che mi leggiate e che vi rendiate conto che ci sono stagioni calcistiche più stagioni calcistiche di altre e anni che sono più anni di altri. Che d’ora in poi procediate, come me, a mettere questo tipo particolare di segnalibro all’interno della vostra autobiografia.

Contrassegnato da tag , ,

SEI D’ACCORDO CON ME MOROSINI?

E’ vero, è passata quasi una settimana ormai, e forse non è più notizia da masticare. La morte in campo del giocatore del Livorno; Morosini, intendo.
Del resto, di che cacchio vogliamo parlare ancora? Da quale inconsueta angolazione vogliamo affrontare l’argomento? Che tipo di paranoia giornalistica può ispirarci a discorsi nuovi e virginali, come se tutto fosse successo ieri?
Insomma, parliamoci chiaro: è stato già detto tutto su vigili che si multavano da soli per aver parcheggiato in doppia fila ed ostruito così il passaggio dell’ambulanza; si è già discusso di personale sanitario che non usa il defibrillatore perché dice che mamma non vuole; e sono già state romanzate ed evidenziate a dovere le tristezze biografiche di questo giovane sfortunato, cui sono state attribuite, a mio modesto parere, quintali di sfiga certificata ma anche tonnellate di scarogna presunta e mai verificata. E questo per il solo piacere sadico di infierire sul cadavere col classico registro lirico, drammatico e pacchiano del coccodrillista. Quello che scrive i testi giornalistici per celebrare le persone morte, per chi non lo sapesse; quello che fa venire i brividi a molti e il voltastomaco a pochi, tipo a me.
Ora, non metto mica in dubbio che il destino si sia accanito con questo ragazzo: caro Morosini, posso darti del tu? Non ti offendi vero? Dicevo, caro mio, non metto in dubbio il fatto che la vita non ti abbia sorriso, anche perché forse nemmeno la morte ti ha sorriso, se è vero che l’ennesimo editoriale su di te è stato presentato ed introdotto da Barbara D’Urso. Specie su questo, hai tutta la mia comprensione, ma devi però ammettere che su certe cose avrai pure avuto più fortuna di me e di un sacco di altre persone.
Per esempio, e posso scommetterci quello che vuoi, io sono sicuro che sei andato a letto con certe donne che l’ottanta per cento di noi se le sogna. E non mi pare questa cosa da poco. Non lo so, era giusto per farti vedere il bicchiere mezzo pieno.
Ad ogni modo, caro Morosini, se faccio dell’ironia, non prendertela a male. Capisco: la morte nella società occidentale è ancora l’estremo tabù, il tabù che non puoi sdrammatizzare. Ma spero che tu, da una prospettiva ormai ultraterrena, sia in grado di capire quanto siamo scemi gli esseri umani, ché prendiamo questa cosa di schiattare così troppo sul serio.
E detto questo, adesso ti spiego perché, piuttosto che lasciarti in pace lì dove sei, ti sto chiamando in causa: perché insomma ti sto facendo ritornare ancora una volta in questo posto pieno di falliti che è il pianeta terra.
Ti sto chiamando in causa perché quello che ti è successo mi ha fatto un po’ riflettere sul gioco del calcio, e sulle capacità di de-realizzazione che hanno i palloni cuciti a mano dai bambini thailandesi.
Aspetta un po’ che ora la smetto di parlare complicato e ti spiego meglio.
Cioè secondo me, lo shock subito dai telespettatori, dai tuoi compagni di squadra e in generale dalla gente che ti ha visto accasciato al suolo in quella circostanza, è dovuto al fatto che morire non c’entra assolutamente nulla coi passaggi filtranti, le punizioni dal limite e i tiri di interno destro all’incrocio dei pali.
Sarà pure vero che la morte in diretta è sempre sconvolgente, pure per esempio se sei alle poste a pagare la bolletta dell’Enel e il tipo che è in fila con te ad un certo punto si becca un coccolone, ma è secondo me ancora più vero che su un campo da gioco questa cosa dello shock diventa ancor più tangibile; raddoppia di volume e consistenza.
In pratica per come la vedo io, il gioco del calcio, e forse, forse lo sport in generale, è uno di quei momenti in cui la realtà non esiste. E’ un posto con una grammatica tutta sua, una specie di porto franco dove puoi prenderti una pausa da questa faticaccia che è l’esistenza.
Per questo poi, quando succede quello che ti è successo, tutti si mettono le mani nei capelli allo stesso modo e pensano: “Ma come! Ma non avevamo messo in stand-by la realtà noi, quando avevamo sentito il fischio d’inizio?”. Non lo so, io la vedo così, tu sei d’accordo con me Morosini, o pensi solo che sono scemo?

Contrassegnato da tag , ,

SE SOLO LUMUMBA FOSSE ANCORA VIVO

Io la domenica, quando ero piccolo, salivo sempre con piacere in macchina con mio padre, mia madre e mia sorella per andare a casa dei miei nonni; perché a casa dei miei nonni c’erano altri bambini che erano saliti con piacere in macchina con il loro padre, la loro madre e la loro sorella per andare a casa dei loro nonni; nonni che per qualche tecnologica questione erano gli stessi dei miei.
Eravamo una famiglia numerosa: circa ventiquattro elementi ufficiali come da albero genealogico e l’aggiunta di due invasori alieni che immaginavo fossero atterrati su Catania con un disco volante della Fiat. Era l’unica spiegazione che mi davo, dal momento che lo zio PeppeAntonio e la nonna Iole erano rispettivamente lo zio e la nonna di persone che non si erano mai fatte vive.
Ad ogni modo erano riusciti pure loro a procurarsi una funzione sociale, che nella fattispecie era quella di sbrodolare la loro ipersalivazione extraterrestre sulle guance dei minori di undici anni attualmente in commercio. Ci baciavano di continuo a noi “picciriddi”, sfruttando per tornaconto personale questa stupida cosa della tenerezza che fanno i bambini.
Secrezioni geriatriche a parte, ci divertivamo però io e i miei cugini a quei tempi. Di solito fino alle tre del pomeriggio lanciavamo dal balcone derrate alimentari dal peso specifico piuttosto rilevante ed era come assistere ad un’olimpiade di accelerazioni di gravità; altre volte più semplicemente bagnavamo della carta igienica per spiaccicarla sulle pareti, ma in ogni caso sempre e comunque fino alle tre del pomeriggio.
Fino alle tre del pomeriggio perché poco più tardi, ed esattamente alle tre e dodici bestemmie di mio nonno che se la prendeva con mio padre che aveva tirato la carta sbagliata e aveva dato così la briscola in mano a mio zio, i maschietti grandi e piccoli ci riunivamo tutti per andare al bar a sentire le partite. C’era il Catania Calcio: la maggior parte delle volte in serie C, qualche volta in B e un quarto di volta in serie A.
A me e ai miei cugini maschietti piaceva questa specie di usanza patriarcale: certo non avevamo ancora capito cosa ci trovavano i grandi nel sapore orribile del caffè, però al bar ci andavamo lo stesso volentieri.
E poi al bar c’era Lumumba, un abbonato al bancone con delle mani tozze, dei lineamenti facciali pressapoco ostili al design e un collo grosso quanto un tronco di baobab.
Ammiratore fondamentalista del Catania Calcio dal primo legame chimico di una certa rilevanza avvenuto nel suo organismo, aveva inventato il “risultato elastico”: tu gli chiedevi cosa sta facendo il Catania e lui ti rispondeva sta vincendo 1-1; e così veniva incontro alle sue esigenze religiose da un lato e all’oggettività della cronaca giornalistica dall’altro.
Erano anni di sudamericofilia, anni di giocatori brasiliani da acquistare a tutti i costi per fare prestigio, anni fraintesi dal presidente Angelo Massimino che andava a pescare rinforzi per la squadra sempre nelle favelas sbagliate. Pedrinho e Luvanor erano sì dei morti di fame certificati, ma nonostante le loro biografie strappalacrime, solitamente efficaci nell’assicurare un futuro calcistico di degno rispetto, non si allontanarono mai dal loro ruolo di scandalose pippe.
Tifare rossazzurro era perciò umiliante a quei tempi: ti faceva capire cosa si prova ad essere un giovane che è fan di Al Bano, mentre tutti gli altri giovani sono fan dei Duran Duran.
Oggi è tutto diverso. La gestione Pulvirenti ci ha regalato delle gioie fantascientifiche: un posto fisso in serie A, vittorie contro la Juventus e l’Inter, pareggi col Milan e la Roma, quattro a zero esterni in casa del Palermo con gol di Mascara da centrocampo. E poi quest’anno, quest’anno la zona Uefa che di sicuro arriverà.
Se solo Lumumba fosse ancora vivo tutto questo mi riempirebbe di gioia, ma invece così, così, i successi degli etnei mi sembrano solo una tragedia, una piccola tragedia silenziosa e ordinaria.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

PER QUALE SQUADRA TIFI? PER LA JUVE

Questo è un articolo contro la Juventus, ve lo dico subito per non farvi perdere tempo. Perciò togliete pure la vostra pistola dalla fondina, armate il cane e togliete la sicura, ché tanto lo so che un buon ottanta per cento di voi vorrà vedermi morto dopo aver finito di leggere. Per questo indosso un giubbotto antiproiettile, sono mica scemo. Anche perché non posso permettermi di lasciare questo pianeta senza aver mai provato l’ebbrezza di gettare una cicca per terra in Guatemala e visto e considerato che non ho mai preso un volo per il Sudamerica, direi che è meglio rimandare il mio funerale.
Non so perché odio la Juventus. O forse sì. Sì che lo so e mo’ ve lo dico, dai: odio la Juventus perché quando avevo sei anni, una domenica, conobbi un certo Pierandrea e soprattutto perché lo stesso Pierandrea, quel giorno, decise che io sarei stato Juventino.
Eravamo in piazzetta sotto casa di una mia zia ricca e c’erano con noi tipo cinque o sei bambini un po’ più grandi e soprattuto più preistorici, visti e considerati i loro atteggiamenti da creature primordiali. Tanto per dirvi: mentre io e Pierandrea ci scambiavamo innocui pettegolezzi sull’Uomo Ragno e Batman, questi passavano il tempo a distruggere infrastrutture comunali facendo brillare qua e là esplosivi al plastico.
Ad un certo punto ci notarono, i simpaticoni, e fu così che li interessammo: si disposero minacciosamente in cerchio e ci domandarono a turno Per-quale-squadra-tifi.
Il primo a rispondere fu Pierandrea, che se ne uscì evidenziandomi con un indice traditore e accompagnando il tutto con un Lui-tifa-per-la-Juve.
Io non sapevo né cos’era il tifo, né cos’era la Juve e non volevo fare la figura di quello che non sa né cos’è il tifo né cos’è la Juve, e perciò al quesito di conferma Allora-è-vero-che-sei-Juventino? risposi di sì. E mi pestarono per bene.
I tipo cinque o sei bambini più grandi di me e soprattutto più preistorici erano interisti. Pierandrea lo sapeva, e per questo aveva fatto quello che aveva fatto; per salvarsi il didietro.
Fu così che scoprii il meraviglioso mondo dell’amicizia e soprattutto quello del pallone e fu così che cominciai ad informarmi su quest’ultimo. Nel giro di un anno fui in grado persino di capire com’è che funziona il fuorigioco e comunque, forse per rispetto ai miei ematomi, rimasi fedele alla squadra che Pierandrea aveva deciso per mandarmi all’ospedale.
Ricordo ancora le proverbiali difficoltà che incontravo nello scrivere correttamente “Forza Juve”. Ci provavo e riprovavo, ma niente. Negli anni ottanta la J lunga non ne voleva sapere di uscire dalla penna di un bambino. Provate a dare un’occhiata ai diari dei fanciulli dell’epoca, non ci credete. E’ un Forza Luve dappertutto.
Ad ogni modo fui un tifoso modello per tanti anni, poi acquistai un cervello in un mercatino dell’usato e decisi che da quel momento in poi il calcio l’avrei guardato e basta, senza istinti religiosi.
Oggi perciò, che ho piena coscienza dei miei propri mezzi psichici, voglio riprendermi il maltolto. Voglio restituire alla Juventus ciò che perdetti quella famosa domenica con Pierandrea: l’innocenza di un bambino di sei anni che si trova costretto a fare i conti con la vita vera troppo presto, e per di più per colpa di un vezzo di Giovanni Agnelli.
E allora vi dico: inutile che sia la favorita per lo scudetto, quest’anno la Juve, anzi, la Luve. La ritengo una delle formazioni più imbarazzanti degli ultimi trent’anni. Anche se tutti dicono che è da lodare perché sta puntando sui giovani e sugli italiani. Anzi vi dirò di più: a me i nomi dei giocatori della Luve mi fanno schifo.
Uno si chiama Giaccherini, un altro si chiama Chiellini, un altro ancora si chiama Matri, un altro ancora ancora si chiama Marchisio. Ma che cacchio di cognomi sono?
Sembra il registro dei dipendenti di un’azienda metalmeccanica del frusinate. Altro che squadra di calcio.

Nella foto sopra Alex Del Piero.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

DAL LETAME NASCONO I GOAL

Sarà un anno denso di avvenimenti, il venturo. Prima la gita a San Giovanni Rotondo con il mio prozio, poi il battesimo di mio cugino, poi ancora l’europeo di calcio e per ultimo la fine del mondo. Non sto più nella pelle, specie per l’europeo. L’Italia è già qualificata ed io infatti ho già comprato la bandiera dell’Olanda.
Il torneo si presuppone emozionante; in molti danno la Spagna per favorita ma sono sicuro che l’Italia darà comunque del filo da torcere ai propri tifosi. Dovranno sgobbare a lungo questi ultimi per mantenere l’attenzione fino al quinto tempo supplementare, quando la gara sarà ancora ferma sullo 0-0.
Ogni tanto mi chiedo come mai la nazionale di Prandelli non sia ancora stata acquistata da una casa farmaceutica: a mio modesto parere sarebbe un business da non sottovalutare. Con questa vita stressante, la gente fatica sempre di più a prendere sonno con i sedativi convenzionali.
Insomma, credo che abbiate capito: mi perderò tutte le telecronache del nostro Bruno Gentili e le emozioni che solo Cassano è in grado di regalarci quando litiga con l’arbitro e pesta il terzino avversario. E ad ogni modo, non sono mica l’unico disertore sulla piazza.
Un mio conoscente, per esempio, quando è costretto dal suocero ad andare allo stadio, porta sempre con sé un mini-televisore per seguire la diretta della Corazzata Potemkin. Ha tutta la mia comprensione.
Orsù ragazzi, bisogna ammetterlo: la nostra nazionale, pur essendo ancora ingiustificatamente catalogata nel Ranking Fifa (appena sotto l’Azerbaigian), non è più quella di una volta. Prima era un buon motivo per riunirsi a casa con gli amici, adesso è la scusa migliore per isolarsi.
– Ci vediamo stasera?
– No, c’è l’Italia. Meglio rimanere da soli a leggere un saggio sull’esistenzialismo.
Ultimamente un sacco di gente si pone domande sull’evidente decadenza tecnica degli azzurri e le ipotesi sono discordanti. La più quotata è comunque quella di Adolf Hitler, che scarica tutta la colpa agli oriundi convocati dal Mister in questi ultimi anni.
Dopo l’ultima recente chiamata alle armi di Osvaldo (chi è? un personaggio della Settimana Enigmistica?), il leader nazista ha infatti sbottato, sostenendo che bisogna sterminare tutti questi immigrati col doppio passaporto e investire in una nuova razza pura che possa risollevare le sorti della nostra nazionale. Al contrario degli azzurri, lui non è cambiato per niente.
Queste dichiarazioni comunque mi hanno fatto riflettere e sono arrivato anch’io alla conclusione che Prandelli in questi anni ha esagerato un po’ con l’esterofilia. Non bisogna dimenticare che il nostro CT è stato capace di convocare anche Amauri un po’ di tempo fa, e questo mi pare decisamente troppo. Il panchinaro della Juve infatti lo vedo meglio come amante della mia ragazza, che come prima punta della nostra nazionale maggiore. Indiscutibilmente è un gran figo, ma il calcio non è cosa sua.
E dunque Mister Prandelli, andiamoci cauti con gli oriundi. Anche perché non mi pare il caso di fare incazzare nuovamente il Fuhrer; di solito reagisce alle offese in modo un po’ sproporzionato.
Lo so, lo so bene: nei nostri terreni di gioco non crescono più talenti e lei non sa più che bidoni prendere. Beh, se vuole un consiglio da agricoltore mancato provi a cambiare fertilizzante: piuttosto che veline e petroldollari rispolveri il caro buon vecchio sterco.
Lo diceva pure un cantante fricchettone che “dal letame nascono i goal”.

Sopra gli azzurri festeggiano un fallo laterale andato a buon fine.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

OGNI CROCIFISSO E’ BELLO ‘A MAMMA SOJA

Il calciomercato, quella compravendita di tamarri tatuati che in estate eccita le folle e popola le pagine dei quotidiani specializzati, sta chiudendo i battenti ormai. E chi se ne importa se il Milan ha acquistato un brasiliano a forma di magrebino, se l’Inter ha scelto un ottimo allenatore per arrivare a metà classifica, o se la neopromossa Atalanta ha comprato le sue riserve su Portaportese.it.
Oddio, io mi diverto a guardare le partite, e se vengo a sapere che Ibrahimovic è passato alla Sambenedettese un po’ ci resto; ma tale gossip del pallone, in definitiva, non è che mi eccita più di tanto. Lo seguo così, svogliatamente e quando capita, e non potrebbe essere altrimenti per uno che ha il certificato di sanità mentale. Il mio medico può testimoniare: non ho mai fatto il tifo per, in tutta la mia vita.
Così, la Gazzetta dello Sport, io la compro per questioni filosofiche: per il puro piacere di gettarla nel cestino dell’immondizia del parco che ho dietro casa, mica per seguire morbosamente la circolazione estiva di personaggi e miliardi inutili.
Eh già: non c’è cosa che mi fa interrogare di più sulle potenzialità inespresse dell’animo umano, quanto gli investimenti emotivi del fanatico medio sugli episodi del calciomercato. E’ già abbastanza osceno credere in qualcosa, ai colori di una maglia a prescindere, per esempio; ma ciò diventa ancora più sgarbatamente irragionevole se lo si mette in relazione col fatto che i giocatori saltano sempre di palo in frasca e che la Roma del 2011 è identica alla Juventus del 2008. Insomma, non riesco proprio a spiegarmi il monoteismo di casacca, specie perché questo è regolato da movimenti incessanti di personaggi diversi che se la scambiano.
La fede si annacqua così e, al cospetto del tifo, andare a comprare un biglietto per il tour degli Zero Assoluto diventa una scelta assennata, matura, senziente.
Ma in verità, è questo un giudizio affrettato: bisognerebbe scavare un attimo in più la storia del culto, quello sacro e quello profano, quello monoteista e quello politeista, prima di fare i professori d’intelligenza in giro.
Prendiamo la religione Michael Jackson: sarebbe stata possibile se a un certo punto della sua carriera Jacko fosse passato a suonare coi Led Zeppelin? Forse no.
Ma d’altra parte, se Efesto, Artemide e Apollo, avessero lasciato la penisola attica per andare a fare i supereroi tra i Maya, sostituiti in patria da altrettante divinità azteche, c’è da scommetterci che i greci sarebbero di certo rimasti fedeli al credo olimpico.
E dunque pare vero, ad uno sguardo più attento, che questi scambi illimitati di giocatori non compromettano la devozione per la squadra preferita: non ci sono regole esatte da ottemperare per essere seguaci, basta ubbidire a quell’imbecille del cuore; come fa la mamma col suo figliolo.
Inutile dunque cercare l’anomalia nel terreno della fede, laddove la norma non è di casa, come del resto è vano il tentativo di comprendere servendosi di facoltà razionali. Non può esistere una religione logica, se è vero che essa è il miglior villaggio vacanze per l’intelletto.
Giacché in fondo a cosa serve credere, se non a viver come bruti, senza inseguir virtute e canoscenza?
E dunque, cari miei, continuate pure ad accendere ceri votivi alle vostre squadre del cuore, che si fa sempre in tempo a distruggere l’altarino che avete edificato a Ronaldinho nella vostra cameretta Aiazzone e a costruirne un altro per Mexes, accanto alla foto della vostra cresima, e al peluche rossonero che vi ha regalato lo scorso Natale la vostra eterna fidanzata.

Si, questo Paloschi gioca a calcio. L'ho scoperto pure io, oggi.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,