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IL METAL E ALTRI PROBLEMI DI NATURA INTESTINALE

E’ imprevedibile la quantità di puttanate che ti somministra l’esistenza. Sono troppe per un pianeta solo. Non c’è abbastanza spazio, secondo me, per contenerle. Per questo si infilano dappertutto.
Ora riescono pure a passare attraverso il portone d’ingresso, prendono addirittura l’ascensore fino al secondo piano, superano financo l’infermiera all’accettazione ed è così che te le ritrovi persino in una sala d’aspetto di un gastroenterologo. Un posto che in teoria dovrebbe essere a tenuta di stronzate, dal momento che gli scemi di solito non hanno problemi intestinali.
Prossimo ad un appuntamento romantico con un colonoscopio, in attesa di farmi demolire l’avvenire da un medico che mi diagnosticherà come minimo un cancro allo stomaco, pago ulteriormente lo scotto di esistere quando un tizio si siede accanto a me. E’ di nazionalità tedesca. Sostiene di essere un musicista così affermando: “Faccio metal elettronico”.
– Metal elettronico? Ma scusa, non eravate un popolo civile voi? – gli rispondo il giorno dopo, quando ormai è troppo tardi.
Mi regala tre volantini per il concerto di venerdì al K17 ignorando il fatto che attualmente, con il suo interagire, sta peggiorando la mia biografia.
Per fortuna che esiste la morfina, dieci minuti dopo.
L’infermiera mi fa indossare dei pantaloni speciali con un giustificato varco posteriore, poi mi spara in vena questa specie di Gesù allo stato liquido e in meno di 15 secondi ogni forma di mondo possibile mi appare perdonabile. Pure quello in cui vivo, dove ci sono concerti metal elettronici venerdì al K17.
“Se non ho un tumore giuro che ci vado” – dichiaro.
E’ il più classico dei fioretti: se è vero che un fioretto è una promessa che si fa sempre in uno stato di mistica alterazione della coscienza.
Chiudo gli occhi e mi addormento. Mi risveglio col gastroenterologo che mi stacca il biglietto del concerto.
– “Alles gut!” –
Il che, liberamente tradotto, significa: “Si è trattato di una semplice infiammazione delle mucose. L’ingresso al K17 costa 8 euro”.
Rimango in lettiga a svaporare i fumi dionisiaci dell’anestetico per circa un’ora. Sono obbligato per legge ad andarmene in giro solo quando avrò smesso di percepire amore universale per tutte le cose. Le autorità tedesche forse sanno che in preda a questa specie di panteismo mistico, sono solito fare atti osceni in luogo pubblico: tipo acquistare l’ultimo album dei Muse.
A ‘sto punto, tanto vale il metal elettronico. A ‘sto punto, tanto meglio i gruppi che suoneranno nelle settimane a venire al K17.
Ho ancora il volantino medievale nel portafoglio. L’impatto tipografico è notevole, come al solito: ancora una volta mi chiedo spontaneamente come fa a conciliarsi la propaganda commerciale, o qualunque altra cosa, con un immaginario che prevede l’utilizzo del font “gothic”.
E’ proprio necessario farmi sorbire i ghirigori di un’epoca storica oscurantista per convincermi a varcare la soglia di un locale?
Recita il flyer: prossimamente in concerto al K17 signore e signori, i “Bloodwork”, i “Torture pit”, i “Suicide Commando”, i “Sodomizer”, gli “Hellkommander”, i “Desert Fear”, gli “Obscura”, i “Deadborn”.
Se si attenessero con coerenza a queste etichette così inquietanti e violente, i membri di tutte queste maldestre compagini dovrebbero vivere come minimo in uno scantinato buio e pieno zeppo di cadaveri sezionati e velenosissime farfalle tropicali sotto teca.
E invece hanno la residenza in centro in una casa così convenzionale e ragionevole, che se apri lo sportello dello stipe in cucina ci trovi pure i “Pan di stelle”. I biscotti più lacrimevoli della Mulino bianco.
Oh, esseri metallari! Oh, teratomorfiche creature che rendete tutto così infinitamente comico!
Poi alla fine, è ovvio che venerdì non verrò mai a vedervi. Mi rimangio la promessa religiosa. Però dai, ne faccio un’altra da vero boyscout: giuro sui Pan di stelle che, quando vi deciderete a fondare un gruppo e chiamarlo “Ciuccetti e fiocchettini a tenerezza variabile”, ascolterò dal vivo, in prima fila sotto il palco, i vostri rutti in formato live.

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CI VENITE AL “SUICIDE CIRCUS” A SMETTERE DI INTERPRETARE L’ESISTENZA?

Ve li ricordate i tornei di fagiolino?
Al fiorire della primavera, due o più vecchiette si sfidavano sedute all’ingresso delle loro case terranee con il loro devoto legume a fianco. Non vinceva mica però chi ne sgusciava di più in un’unità di tempo definita, bensì chi, nella stessa unità di tempo definita diffamava più passanti. Belli i tornei di fagiolino. Il miglior frutto della terra, l’ortaggio più adatto di tutti gli ortaggi quando si tratta di coreografare le maldicenze ed i pettegolezzi di paese.
Che nostalgia del fagiolino ora che vivo in una metropoli con le discoteche.
Le discoteche. Sabato scorso sono stato al “Suicide Circus”. Un altro modo per dire: ingresso riservato a stolti che prendono seriamente la lingua inglese.
E’ stato bello. Tornare a casa.
Durante la strada di ritorno mi sono messo pure a riflettere e trarre le mie conclusioni. Le mie. Mica quelle di qualcun altro.
Per esempio ho pensato molto felicemente che stavo compiendo 34 anni e che c’era gente molto meno fortunata di me che in quel momento ne stava compiendo 21 o peggio ancora 18.
– Che tristezza – pensai – chissà quante serate techno o feste rave a casa di sconosciuti e accoppiamenti promiscui nei cessi del locale devono ancora sorbirsi i 21 enni di oggi. Oddio, manco ci voglio pensare. Fortuna che io ormai sto finendo, che me ne rimangono al massimo una decina di questi sfinimenti ingiustificati. Tra pochissimo infatti per prendere parte alla vita mi limiterò a mangiare una Viennetta Algida sul terrazzo, in casa di mio cugino.
C’è da dire però che stavolta andare in discoteca è stato diverso. Perché per via di una strana combinazione di coefficienti biografici mi ero dato appuntamento all’ingresso con dei veri e propri consumatori. Per capirci: ad attendermi là fuori, per passare insieme la serata lì dentro non c’erano dei me stesso, ma gente pienamente convinta di essere lì per usufruire dei servizi riservati alla clientela.
Insomma: ero un infiltrato in mezzo a degli acquirenti prototipici. E questo mi ha consentito di vivere l’esperienza disco da un punto di vista sicuramente privilegiato.
Per esempio, mi fu rivelato da subito che più tardi sarebbe arrivato il capobranco con un discreto quantitativo di oppio. C’è da dire che la cosa mi eccitò come una puntata dei Robinson, ma con gli astanti simulai perfettamente una sovrapproduzione di endorfine. Un po’ come feci con mia nonna quando mi annunciò il passaggio del carro della santa proprio sotto il balcone di casa.
Pure quella volta finsi e per lo stesso motivo: mai deludere un fanatico di qualcosa in merito a questo qualcosa.
Ma comunque, il capobranco ad un certo punto arrivò e fu molto importante per me: mi si palesò come la dimostrazione genetica che al mondo c’è qualcosa di ancora più incongruente alle aspettative, di una camicia Roberto Cavalli.
Un personaggio davvero improbabile, oltre ogni tipo di fantascienza sociale.
Il bello della droga è che inibisce l’interpretazione. La inibisce a tal punto che ti fa scomparire le idee dal cervello. Ecco perché provoca un’indiscussa dipendenza: avete presente che meraviglia auspicabile una vita senza opinioni? Vi rendete conto di quanto può essere rilassante un pianeta in cui tutto giace nel medesimo orizzonte estetico e morale? Un mondo in cui non vi sta sul cazzo niente e nessuno, manco il DJ?
E in ogni caso io alla fine – patapìm-patapàm – niente oppio. Optai per la Becks e difatti il DJ mi stette sul cazzo per tutta la sera.
Non mi davo pace a guardarlo sudare più delle evenienze. Si muoveva in consolle come se stesse combattendo un corpo a corpo nella battaglia di Poitiers e questo mentre le casse diffondevano il lineare alternarsi di due loop monotoni ed infinitamente ricorsivi.
Io la chiamo sindrome da chitarrista heavy metal, questa sproporzione di quantità tra il movimento corporeo e gli effetti di suddetto movimento direttamente percepibili sulla crosta terrestre. Ma senza scomodare scienza ufficiale, patologie mediche e i principi della dinamica, probabilmente il tipo non riusciva a stare fermo solo perché era strafatto come tutti gli altri.
Che poi alla fine, l’idea di farsi in discoteca non è mica cattiva: un luogo chiaramente intollerabile mi sembra il posto più azzeccato ove smettere di interpretare l’esistenza.

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SARA’ UN MAGGIO PIU’ CALDO DELLA MEDIA STAGIONALE

Specie all’inizio, il mondo non è mica tanto male.
In fin dei conti, vi pare, potevamo capitare pure sul desertico pianeta Marte, così poco celebre per la movida, o in quell’Autogrill miserabile che c’è sulla A1 nei pressi dello svincolo per Sapri, così celebre per la sua capacità di procurarmi dei tumori alla malinconia sconsiderati.
E invece eccoci qui sul pianeta terra. Un posto così bombardato di stimoli sensoriali che per conoscerlo bene ci vorrebbero all’incirca quattro o cinque personalità per cristiano. Almeno così pare di primo acchito; quando sei giovine, per intenderci.
Perché poi, effettivamente, bastano un po’ di decenni di vissuto per esaurire le risorse gnoseologiche, cannibalizzare la realtà e cominciare ad annoiarsi delle cose. E questo nonostante iddio, di personalità di cui sopra ce ne fornisca una ed una sola a cranio.
In pratica ad un certo punto arriva il tedio di esistere. E, proprio a questo punto, cominciamo ad interessarci alle previsioni meteo.
Le bolle di sapone hanno perso il loro potenziale di gioia immotivata, i giocattoli non riescono più a farci smettere di cacare il cazzo per un quarto d’ora, gli amori adolescenziali si rivelano frutti non spontanei di retaggi culturali, il cruscotto della nuova Opel Corsa non è più in grado di renderci felice con le sue lucine, ed ecco che inizia l’ossessione maldestra per le condizioni climatiche. La necessità sconsiderata di commentare a forza il fatto che domani la temperatura percepita scenderà a -7.
Non capisci che stai invecchiando fino a quando non trovi il modo di disquisire almeno una volta al giorno su quest’inverno che è stato particolarmente rigido.
Ve lo dice uno che ha appena conversato al telefono con sua madre utilizzando parole tipo: finalmente – primavera – sole – stupendo – inverno – rigido – finito.
C’è da fidarsi.
E non è dunque vero che parliamo del tempo solo quando non abbiamo nulla da dire in ascensore. Noi parliamo del tempo, semplicemente sempre. Da una certa età in poi, beninteso.
Perciò ‘sta storia dell’ascensore trattasi solo di stereotipo inventato ad uopo per depistare noi stessi in merito a questa patologia, di cui evidentemente non vogliamo essere consapevoli.
Una patologia molto particolare, se è vero che non ha bisogno di ricreare artificiosamente contesti colloquiali per manifestarsi.
Il commento sul clima, infatti, lo puoi inserire dappertutto, giacché l’esternazione meteo può essere decontestualizzata quanto vuoi, ma sarà comunque socialmente accettata all’interno di qualunque conversazione. A differenza di quanto avviene con tutto il resto.
Se si sta parlando della media goal di Lionel Messi in questa stagione calcistica, per esempio, e tu te ne esci d’improvviso con un “ma hai visto ieri sera che serata fantastica? Ci saranno stati 20 gradi, si stava proprio bene” nessuno viene lì a farti da terapeuta del carattere ed ad indagare con uno psicoscopio le motivazioni inconsce che ti hanno spinto ad inserire senza motivo questa chiosa. Tutt’al più il tuo interlocutore semmai, dimentico delle superprestazioni di Lionel Messi, ti risponderà “e non hai sentito cosa dice il meteo per sabato mattina, dice che farà 32 gradi”.
Metti che invece si sta parlando dell’impero asburgico e tu intervieni con una nota di costume contemporanea dicendo che secondo te Federico è un po’ troppo maniacale quando rifà il letto e vedi se non vengono sguinzagliati i segugi dell’anima per scovare il secreto antro della tua personalità che ha partorito questa virata repentina d’argomento.
Ma secondo voi, perché da una certa età in poi, siamo così fissati con la letteratura del cielo? Perché ci sentiamo così in obbligo di fare la telecronaca minuto per minuto di ciò che accade sulla ionosfera?
Secondo un calcolo da me effettuato con parametri a cacchio di cane, pare che ciò sia una specie di reazione alla scoperta di un cosmo anaffettivo, assolutamente indifferente alla nostra sensibilità romantica.
Il meccanismo è più o meno questo: realizziamo che le molecole non ci cagano di pezza, che la chimica dell’universo è totalmente refrattaria ai nostri sospiri, che la nostra passione per la natura non è ricambiata. E così, come sempre accade in un amore non corrisposto, ci accaniamo ancora di più a convogliare le nostre energie patetiche sull’oggetto emotivo in questione. Le particelle, in questo caso.
Che siano esse sotto forma di acquazzoni primaverili, neve a bassa quota o foschia autostradale, poco importa.
E domenica prossima, comunque ragà, caldo africano al sud. Preparatevi per bene alla gioia artificiale di un sole infuocato allo zenith in un maggio più caldo della media stagionale.

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CI VENITE CON ME DOMENICA A RACCOGLIERE CASTAGNE NEL 2013? OVVIO CHE NO

Ditemi la verità. Da quanto tempo è che non andate a raccogliere castagne? O meglio, da quanto tempo è che nel pianeta non si verifica una e una sola raccolta delle castagne?
Minimo trent’anni. Perché io ne avevo tre di anni, l’ultima volta che sono andato. E penso che dopo quella domenica nessuno sia più andato a raccogliere castagne in questo mappamondo. Non ne ho più sentito parlare e tant’è, faccio i miei calcoli e tiro le mie somme.
E’ passato tanto tempo perciò, ma ricordo ancora romanticamente le asettiche leggi scientifiche che trassi dall’esperienza.
Legge numero 1: quando vai a raccogliere le castagne, non torni a casa sfatto come Kate Moss.
Legge numero 2: quando vai a raccogliere castagne, prima di tornare a casa non passi dal kebbabbaro a prendere un Doner Tumore Kebab, come il me stesso di trent’anni dopo.
Risultato: se metti a confronto le analisi al sangue di uno che è appena tornato a casa nel 1983 dopo aver raccolto castagne con quelle di uno che è appena tornato a casa da un qualunque impegno mondano occorso dopo il 1983, c’è una bella differenza.
Metti un medico a controllare queste ultime e vedi se non ti fa l’unica diagnosi possibile: “Signore, lei è affetto da cattiva gestione del tempo libero”.
Il tumore al colon? E’ l’effetto collaterale di questa malattia primaria: la necessità di fare una vita di merda.
L’esigenza che abbiamo, dall’ultima volta che sono andato a raccogliere castagne ad oggi, di utilizzare i momenti di relax in modo da vanificare il potenziale semantico di questo sostantivo anglofono: sottoponendo a vere e proprie torture il nostro corpo.
Come se il lavoro non fosse già di per sé più che sufficiente a definire il concetto di sofferenza. No. Noi finiamo il turno alle 18.30 e alle 19.00 siamo già seduti a rilassarci bevendo sette Campari Spritz consecutivi. Un intruglio di liquidi cancerogeno più o meno come il Paraflu, ma che fa tutto un altro effetto nel bicchiere, con quella fettina d’arancia.
E’ di certo molto più adeguato al nostro istinto di moda, ma anche molto meno a quello di autoconservazione.
E mica ci fermiamo al primo baretto che c’è per strada: perché alle 22 inizia la serata al “Panorama Bar”, dove potremo proseguire il nostro percorso benessere con lsd tagliato male o ketamina estratta da un treno di copertoni Pirelli Q10, ottime sul bagnato.
Bah, chissà perché ce l’abbiamo così tanto con il nostro corpo e i suoi processi chimici: manco se la sintesi proteica ci avesse rubato la ragazza questo fine settimana o se la cistifellea avesse acquistato su ebay gadget di Hello Kitty con la nostra carta di credito, la settimana scorsa.
Il fatto è, concedetemelo, che non riesco davvero a comprendere l’unità di misura del piacere contemporaneo.
Il divertimento ormai si misura in sfattume. Una parola che per definirla intanto devi distinguerla dalla stanchezza: perché pure un tennista torna a casa stanco, ma il suo corpo beneficia della fatica e gode della sintesi metabolica.
No, lo sfattume è diverso: è quel tipo particolare di stress particolarmente cool che si orgina dall’unione della fatica fisica e psichica con il locale giusto per stasera o la festa più figa della settimana e, ovviamente, con tutto quello che ne consegue.
*Con il supplemento di un rincasare solitamente antimeridiano.
Più torni a casa sfatto oggi, più hai l’impressione di aver vissuto davvero.
“Sono tornato alle sei e mezza, mi sono addormentato in metro tre volte, ho bevuto sette birre e due cicchetti di rum. E poi c’ho pure fumato erba sopra e pippato colla”.
Una figata sì, cazzo.
Che poi è tutto vero, ma sarebbe bello avere una visione più completa dei fatti con una descrizione pedissequa della serata. Ma il tizio/a di turno non aggiunge mai che ha passato il tempo da solo/a in un divano di una casa affollatissima di sconosciuti che ballavano musica di merda a mangiare tacos calpestati da Converse All star e inzuppati in una salsa chili che riuscirebbe a sconfiggere a Wrestling anche il più cazzuto dei succhi gastrici possibili. No, questo non te lo dice mai.
Io ho un’amica che azzecca sempre una definizione precisa, quando parlo in termini nebulosi di un argomento a piacere, lei si chiama Melissa ed è una delle creature più sveglie del pianeta.
E dunque, mentre si disquisiva in merito, Melissa ha migliorato la mia vita introducendomi il concetto di “produttività sociale”. Inteso come istinto irrefrenabile ad essere performanti nei settori dell’entertainment condiviso.
Un istinto che dal 1983 ad oggi, a quanto pare, è particolarmente in voga.
Ecco, la produttività sociale è un’espressione perfetta per definire le cause di quest’atteggiamento: abbiamo ormai introiettato in tal misura gli ingranaggi e i meccanismi del lavoro, che applichiamo la necessità della produzione, del fare (il più velocemente possibile) pure al tempo libero.
E addio ozio. E addio relax.
Ma perlomeno il kebabbaro dove vado alle sei di mattina prima di ritornare a casa sfatto, si fa un pacco di soldi.
Ok, mi fa piacere far girare in tal modo l’economia: il problema è che, di conseguenza, mi viene ormai difficile trovare qualcuno che la domenica mattina viene con me a fare una passeggiata in bici con lentezza.
E per lentezza intendo: quella che dovrebbe essere la velocità di crociera regolare del nostro organismo.
Per dirvi, non sono io che passeggio tranquillamente con la mia Graziella ad andare lento e rilassato: sei tu che ti becchi con Andrea a Miriam in quel locale, ma Marco non c’è, ma dov’è, mandagli un sms, il tel non prende, ho finito il credito, andiamo a fare una ricarica, ma hai procurato l’erba, no, dove la possiamo comprare adesso, il tipo che conosco io non c’è stasera il tipo, andiamo da quell’altro tipo che ce l’ha buona pure lui, facciamo una cosa tu vai al Panorama e ci vediamo lì io prendo l’autobus e l’erba e poi chiamo Marco e poi se non ci becchiamo dentro il Panorama, casomai ti chiamo tanto adesso vado a fare una ricarica, ma il telefono non lo sento con la musica se mi chiami, e vabbè casomai ogni tanto vado in bagno a controllare se hai chiamato, ma poi se hai chiamato e io ti richiamo e tu sei già dentro e non lo senti? ad andare troppo veloce e schizofrenico per il nostro organismo.
E ok, magari la passeggiata in bici, visto che siamo giovani la evitiamo. Io quando voglio so essere il re della dissoluzione: facciamo pure che ci scambiamo le mogli e le figlie in un’orgiazza a casa mia. Scopiamo in trenta, ma a velocità normale. Senza ammazzarci la vita, perdio.
Oppure meglio ancora: organizziamo una serata di Monopoli. Così magari a mezzanotte abbiamo finito e domani mi posso svegliare e andare di nuovo a raccogliere le castagne nel 2013 con qualcuno su questo pianeta.

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A BATMAN NON E’ MAI IMPORTATO DI ENTRARE NEL GUINNES DEI PRIMATI

Io non sono il tipo che la mattina si sveglia con l’intenzione di voler stabilire un record o di varcare una nuova frontiera dell’umanità. Non sono in attesa del superuomo di me stesso. Mi conosco e so che ho avuto 33 anni per fare meglio di quanto ha già fatto il sottoscritto. Se non ci sono riuscito fino ad ora un motivo ci sarà.
Il ragazzo non si applica? Macché.
Il classico alibi per evitare di ammettere la propria mediocrità io non lo uso. Anche perché mi piace ammetterla la mia mediocrità, anzi ci tengo proprio.
Di più, di più: credo alla mediocrità tout court del genere umano e mi aggrada ricordarla al pubblico a casa quanto più possibile.
Specie nei periodi in cui c’è gente che si fa filmare mentre cerca di trascenderla.
Specie nei periodi in cui un tizio che si chiama Felix Baumgarten si lancia con un paracadute in diretta streaming e tv da 35000 metri di altezza. Praticamente dall’orbita di Plutonio.
Mannaggia: io sarei stato il tipo giusto ad aspettarlo di sotto, all’atterraggio. Mi sarei avvicinato a lui, gli avrei messo un braccio intorno al collo e poi gli avrei detto: embé?
Non è che ora voglio smitizzare gli spericolati uomini “No limits”, anche perché per essere smitizzato prima hai bisogno di esserlo, un mito. E per quanto mi riguarda l’uomo “No limits” non lo è.
Perché si potrà pure arrampicare a mani nude con un Giuliano Ferrara a tracolla su per l’Himalaya, ma in ogni caso rimane comunque un essere umano. Uno che, come tale, fallisce miseramente almeno i primi sedici tentativi quando deve inserire una spina scart dietro ad un televisore.
E comunque peccato che ad aspettarlo di sotto, all’atterraggio, non c’ero io.
Mah! Spero solo che la sera stesso, galvanizzato e sbronzo, abbia tentato un rimorchio con un mezzo cesso in discoteca, facendo cilecca.
Oibò, questo sì che sarebbe stato giusto. Un simile evento era quello che ci voleva, per un istantaneo riassetto cosmologico della materia. Perché lo sanno tutti: quando tu ti senti figo e in discoteca un mezzo cesso ti rifiuta, è la chimica dell’universo che ti sta parlando.
– Picciotto, veni ca picciotto, tu…com’è che ti chiami? Vabbè non importa, io ti vogghiu diri ‘na cosa: tu ti ostini a fare tutte queste cose pazzesche, che ne so, ti lanci ti butti ti tuffi ti cloni ci provi con questa…ma devi sapere, caro picciotto, che tu…ma proprio biologicamente eh…non ti offendere…dicevo, che devi sapere che tu in fondo biologicamente sei un minchia.
Tu sei un uomo, u capisti? E’ assolutamente inutile che tu ti fai tutti questi sforzi qua. Insomma, lascia stare.
Questo ti dice la chimica dell’universo, con l’inflessione di Marlon Brando ne “Il Padrino”. E lo fa per decretare con creatività tutta sua il fallimento concettuale del superuomo “No limits”. Per farti tornare non solo con i piedi, ma pure con i coglioni, per terra.
E comunque ne ho altri, di argomenti.
Per esempio, per distruggere definitivamente lo stolto ideale dell’oltreuomo, prendi l’irragionevolezza degli spot anni novanta della Sector: Patrick De Gayardon – pace all’anima sua – faceva free-climbing sugli anelli di Saturno con il suo orologio da polso, senza percepire minimamente quanto fosse invalidante per l’elaborazione della teoria dell’uomo illimitato, la necessità di un strumento di misurazione al seguito: un orologio-tachigrafo-tachimetro-cronografo-barometro.
Ma scusa, tu non eri il tipo tutto “Oh yeah, senza limiti?”
E allora che cacchio te ne frega di sapere che ti trovi a dodicimila metri d’altezza, mio caro ‘mbecille?
Quando hai i superpoteri, non te ne stai lì tutto paranoico a misurare le tue prestazioni e calcolare record.
Non mi pare che a Batman sia mai importato di entrare nel Guinness dei primati.

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MA TU TI RENDI CONTO CHE IN AFRICA SI PRATICA ANCORA L’INFIBULAZIONE?

– “Ma tu ti rendi conto che ancora oggi ci sono certi popoli in Africa che praticano l’infibulazione?”- mi ha chiesto (o detto) Martha.
– “Beh, se è per questo noi occidentali seguiamo Beautiful da più di vent’anni” – le ho risposto.
Poi la discussione non è proseguita perché è arrivato un tizio inglese che, non so come, ma ha fatto virare la conversazione sul fatto che la sera prima, sbronzo com’era, ha preso il taxi per tornare a casa e poi si è accorto che non aveva i soldi per pagare il tassista. E ovviamente ha vinto l’attenzione del pubblico con la sua storia originale in lingua originale.
Tutta colpa sua perciò se Martha non ha avuto neanche il tempo di dirmi che secondo lei Beautiful con l’infibulazione non c’entra niente, cosa c’entra adesso Beautiful.
Sì che testuali parole avrebbe usato, ma l’ha detto Nostradamus.
E’ un peccato però che Martha non abbia ascoltato quello che avevo da dire: mi andava proprio quella mattina di alzarle temporaneamente il quoziente intellettivo.
Che poi, per la verità, non mi apprestavo ad enunciare mica chissà quale sacrosanta nozione di trigonometria gnoseologica. Piuttosto era algebra.
Volevo solo spiegarle che dato uno o più insiemi di impronte di carbonio – più propriamente detti esseri umani – ogni insieme sarà in grado di produrre autonomamente infinite interpretazioni sbagliate della realtà – più propriamente dette codici culturali.
E poi avrei pure aggiunto che, dato questo numero infinito di interpretazioni sbagliate della realtà, nonostante sia euristicamente possibile, non esiste un modo sbagliato di interpretare la realtà più giusto dell’altro.
Ad ognuno i suoi codici culturali, dunque. Ad ognuno le sue stronzate, perciò.
Si vabbè, ci siamo affezionati così tanto a Ridge Forrester che ci appare più razionalmente comprensibile lui di una mutilazione genitale femminile, ma è solo questione di abitudine metabolica: andate a chiedere ad un africano se per lui il mascellone più clamoroso della tv ha un senso, un fondamento logico; poi vediamo.
Tutto questo stavo per dire, prima che il signor Harley Davidson e Marlboro Man entrasse in scena impennando sulla bottiglia di tequila della nottata – che nottata ragazzi – precedente.
Ma la sua interruzione è stata quanto di più fisiologico poteva accadere. Perchè questi discorsi non funzionano col pubblico, giacché non servono a niente sul piano tecnico della vita; anzi, fondamentalmente sono controproducenti per il corretto proseguimento della realtà.
Ad acoltare attentamente ‘ste cose, chissà quanti incantesimi ideologici si spezzerebbero.
L’amore intanto. La prima forma di ipnosi che smetterebbe di funzionare se si scoprisse di punto in bianco che la condivisione di idee col tuo lui o la tua lei non è poi questo popò di fenomeno metafisico, visto che tutti e due provenite più o meno dallo stesso fuso orario ideologico. Anzi, mi pare veramente il minimo che possa accadere, se, come abbiamo visto, ogni fuso orario ideologico ha le sue stronzate di riferimento.
I vostri gusti si incontrano?
Wow! Ma guarda te com’è imprevedibile la vita! Manco se uno dei due fosse un esquimese della seconda metà del secolo scorso.
Rincoglioniti: non ci si innamora di una persona, ma di un paradigma di nozioni comuni.
Perché le vostre idee erano già condivise prima che v’incontraste: dunque smettetela di guardarvi negli occhi con stupore, quando l’uno dice all’altra che pure a lui piace Franco Battiato e che pure a lei piace viaggiare un po’ così alla buona, con uno zainetto in spalla.
Sì, uno zainetto Invicta di stronzate che volenti o nolenti, vi portete dietro tutta la vita, ma su una bretella sola però, come facevate quando andavate a scuola. Per fingere che eravate fighi e ribelli, di fronte a mamma cultura.

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L’AVARIA DELLA COMUNICAZIONE EROTICA E’ IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO

L’attesa è lunga. Veniamo a sapere della festa aziendale due mesi prima della data fissata. Una premeditazione in stile annuncio di matrimonio fatto ad amici e parenti.
Quante volte vi sarà capitato di sentire frasi tipo “Ragazzi, abbiamo una cosa importante da dirvi: nel 2017 ci sposiamo!!”. Ecco sì, questa categoria di anticipazioni a cui verrebbe voglia di rispondere volentieri “E che ne sapete, magari nel 2015 uno di voi due perde una gamba in un incidente stradale e l’altro lo molla perchè non se la sente di passare la vita con un handicappato”. Cose carine di questo tipo, viene da rispondere.
Sì, comunque, l’evento “Sommerfest 2012 Arvato” è pubblicizzato con toni più che apocalittici per la serie il nuovo kolossal di James Cameron sta arrivando sui nostri schermi. Su Youtube riesco a scovare in anteprima un trailer, ma è protetto dalla Cia, mentre la locandina pubblicitaria affissa nella sala lounge dove consumiamo i nostri monopasti in solitudine collettiva, mi informa delle coordinate intergalattiche che mi permetteranno di arrivare sul posto. Ma è tutta una copertura per dare l’impressione che sia una festa normale. In realtà le corrette indicazioni stradali si trovano rigorosamente in codice in una traccia nascosta all’interno dell’album Black Tie White Noise di David Bowie.
E’ una festa massonica; è vero, non c’è bisogno di dire Fidelio all’ingresso, ma si narra che nel lontano 2011 un dipendente abbia dimenticato il cartellino di riconoscimento aziendale a casa e sia stato punito con l’obbligo molesto di passare una serata con Pau dei Negrita. Roba tosta, da far accapponare la pelle.
Insomma, evidentemente lo stile Eyes wide shut non si limita ai millantati accoppiamenti promiscui che i colleghi più anziani raccontano per infarcirci di aspettative.
E comunque l’ultimo film di Kubrick non é l’unica pellicola ad essere scomodata per rendere l’idea. Tutto l’immaginario cinematografico d’autore è evocato. Si raccontano pure esperienze psicotrope in stile Paura e delirio a Las Vegas e per i più romantici e passionali fioccano le atmosfere di Ultimo Tango a Parigi.
In ufficio, nei giorni immediatamente precedenti, il pane lievita. La gente non ci dorme la notte. La sensazione è che, dall’annuncio in poi, si stiano tutti mettendo il mascara. Pure i maschi. Pure io.
La pantomima dei rapporti sociali, lo stalking ed il mobbing sessuale si sublimano in sguardi e gesti che dissimulano normalità; ma al di sotto della crosta, la tensione erotica è tale che è vietato l’ingresso ai minori di 16 anni non accompagnati da genitori di mentalità aperta.
Arriva la festa e non delude. L’open bar serve vino atto a generare tutto un ventaglio di disagi fisici che vanno dal mal di testa all’aneurisma. Comunque succede di tutto.
Persone che non si erano mai salutate nemmeno studiano insieme come ristrutturare la casa al mare di lui. Donne misantrope ti abbracciano per farti sentire che odore fanno i loro capelli (un ottimo odore, l’odore di un paradiso arredato da Ettore Sottsass).
Ogni tanto c’è pure qualcuno che dice qualcosa d’intelligente. Chi l’avrebbe mai detto.
Poi però il giorno dopo arriva e ti rendi conto che tutto è tornato come prima. Le persone che qualche ora prima studiavano insieme come ristrutturare la casa al mare di lui hanno ricominciato a non salutarsi. Le donne che ti abbracciano per farti sentire che odore fanno i loro capelli sono tornate ad essere misantrope. Si ristabiliscono i vecchi protocolli di comunicazione.
Un grande classico delle relazioni sociali. L’ennesima dimostrazione che abbiamo bisogno di un’autorizzazione dall’alto per permetterci di strafare. Ma poi strafare; più che altro per sentirci liberi di copulare senza ricamarci su frasi poetiche d’autore.
Perché noi gente non siamo stati forse progettati per maturare un concetto pieno di libertà sessuale in piena autonomia e per fare ciò che ci va di fare abbiamo bisogno di vedere che prima di noi c’è qualcun altro che fa la stessa cosa, altrimenti mica ci muoviamo. Ecco come funzionano le feste, ecco come funzioniamo o meglio malfunzioniamo noi. L’avaria della comunicazione è il pane quotidiano della nostra vita erotica.

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VIVIAMO IN UN MONDO DI QUARTIERI SOPRAVVALUTATI

Per dire, una mia conoscente è stata in grado di dire che il principe William è bello. E consentitemi di pensarla così: non è un’idea sua.
Non perché la suddetta mi abbia dimostrato negli anni di avere un particolare gusto estetico, ma piuttosto perché, ne converrete, nemmeno in un mondo quadridimensionale o in un microcosmo privo di accelerazione di gravità il principe William può usufruire del di cui sopra aggettivo qualificativo. E perciò resta da capire perché in questo mondo tridimensionale e soggetto all’accelerazione di gravità questa cosa invece succede.
Ve lo dico io perché succede: perché questo mondo sarà pure tridimensionale e soggetto alla forza di gravità, ma ci trovi comunque troppa gente che si fida delle idee di altra gente, altra gente che si fida delle idee di altra gente ancora, altra gente ancora che si fida delle idee di altra gente ancora e ancora e così via. Si chiamano se vuoi, sovrastrutture.
Insomma: ora non so fino a che punto, ma lo sapete che una buona percentuale di opinioni nostre non sono nostre. Avete capito dove voglio arrivare: in Via Del Parere Manipolato, o in Piazza Della Stronzata Socialmente Condivisa. Due posti che saranno pure dislocati in quartieri diversi, ma che comunque si trovano entrambi, fortunatamente, in quartieri piuttosto fighi. Anzi meglio: uno figo e uno fighissimo; ed entrambi, ovviamente, nella stessa città: Luogo Comune.
Eddai che ce lo sapete pure voi peraltro: in ogni città ci sono quartieri fighi e quartieri fighissimi. E, di conseguenza, quartieri sfigati. E’ proprio questo l’argomento di conversazione che ho scelto per oggi.
Non ci avevate mai fatto caso che i vostri amici e/o conoscenti hanno sempre questa tendenza a sopravvalutare determinate zone della vostra città e a sottovalutarne altre?
Per me, indipendentemente dal codice di avviamento postale in cui mi ritrovo a vivere, ogni volta è la stessa storia. Si ripropongono sempre questo tipo di discorsi tra la gente della mia età.
– Che facciamo stasera?
– Noi andiamo a bere nel quartiere sopravvalutato.
– In quale quartiere sopravvalutato? Il quartiere sopravvalutato numero uno o numero due?
– Nel numero tre.
Mai nessuno che ti invita a passeggiare a zonzo in un quartiere sottovalutato, poniamo il caso, nel quartiere sottovalutato numero due. Lo spirito critico latita dunque, anche nel settore topografico.
Io di questa cosa per la verità mi sono un po’ stancato e perciò ho parlato con un tizio che sta per affittarmi un posto letto dentro l’intestino di un coccodrillo dove ho intenzione di restare almeno per i prossimi quindici anni. La speranza è che nel frattempo qualcosa cambi e che, giovani e meno giovani, grandi e vecchi, insomma persone, la smettano di sottovalutare questo quartiere e sopravvalutare l’altro e decidano che è arrivato il momento di passare la serata senza subire l’influenza di alcun tipo di paranoia urbanistica. Sogno un mondo con un piano regolatore equo e solidale e antispecista.
Magari esco dal coccodrillo, e mi ritrovo davanti un pianeta diverso, che ne so. Un pianeta dove un tizio mi incontra e mi dice di andare a fare un giro stasera nel quartiere sottovalutato. O che un tempo era sottovalutato e adesso è un quartiere come tutti gli altri. Voglio essere ottimista.
Nel frattempo però, io devo racimolare i soldi della caparra da versare al tipo per l’affitto dell’intestino del coccodrillo. E ho l’impressione che ci metterò un po’ di tempo, per cui mi preparo per bene pure stasera ad incontrarmi con gli amici e con la gente a Kreuzberg, il quartiere turco che va così di moda qui a Berlino. E mi preparo pure per quando tornerò a Roma a trovare gli amci e la gente che ho lasciato lì, forme di vita che mi porteranno di sicuro o al Pigneto o al massimo a Piazza Trilussa.

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SE LO VIENE A SAPERE MADRE NATURA S’INCAZZA SICURO

Ultimamente fumo Lucky Strike. Le Lucky Strike sono piuttosto buone. Tutte le sigarette sono piuttosto buone quando vuoi scommettere con i tuoi amici su chi avrà il cancro ai polmoni più grosso.
Poi però magari il cancro viene al padre di Davide Platania, un ipocondriaco talmente ipocondriaco che prende farmaci pure per proteggersi dagli effetti benefici della vitamina C. Gli dai un’arancia e quello ti snocciola una serie di confetti petrolchimici così variegata, che in mezzo ci puoi trovare anticoagulanti della Pfitzer come pure indifferentemente antibiotici griffati Dolce & Gabbana.
Insomma, alla fine dei conti le sigarette non fanno male, anzi il più delle volte deludono le aspettative. Ti impegni tutta la vita a darti un tono da duro prima di arrivare allo stadio terminale e invece muori di vecchiaia. E al tuo posto la fine straziante se la prende un salutista paranoico che non voleva morire tra indecenti sofferenze.
E perciò ditemi perché oggi tutti se la prendono col fumo. Nell’era dei ristoranti cinesi, mi pare alquanto inappropriato preoccuparsi per l’effetto che fanno il catrame e la nicotina sul nostro organismo.
Gli involtini primavera uccidono, semmai. E tra l’altro non ti rendono nemmeno fico.
Ora, manco mi ricordo la data esatta d’inizio di questo terrorismo nei confronti di noi tossici. So solo che fino a qualche tempo fa non ci facevo nemmeno caso all’ostracismo applicato al fumatore.
Cioè fino a quando tu, maledetta società, mi appiccichi sul pacchetto delle frasi dal terrificante costrutto grammaticale, posso pure starci: che sarà mai, se è vero che sono sopravvissuto agli endecasillabi dei Baci Perugina e alle canzoni dei Subsonica.
Ma quando in pieno inverno mi costringi a fumare fuori dal ristorante e a schivare perciò tempeste di neve e conversazioni noiose con orsi polari, no. Comincio ad incazzarmi sul serio. Anche perché posso pure comprare un cappotto per proteggermi dalle basse temperature, ma non troverò mai in commercio uno strumento in grado di rendere vagamente interessanti gli argomenti retorici delle più celebri bestiacce artiche.
Come se non bastasse poi, sempre tu, sempre più maledetta società, aggiungi il carico: mi crei degli immondi casi editoriali di guru taumaturgici che con le parole, la paratassi, le regole grammaticali, i punti e virgola e le frasi subordinate convincono le persone ad iniziare a comprare i loro stupidi libri e a smettere di comprare le nostre intelligenti sigarette.
Incazzo doppio. Visto che è una vita che con le parole, la paratassi, le regole grammaticali, i punti e virgola e le frasi subordinate cerco di convincere le persone a cominciare a comprare i miei di stupidi libri e a continuare a comprare le nostre intelligenti sigarette.
Infine ancora tu, stramaledetta società, mi metti in commercio la sigaretta elettronica. E lì mi parte proprio l’embolo.
Arcimaledetta società, ma ti rendi conto di quello che fai?
Io non lo so come ragioni, ma come fai a pensare che uno come noi possa darsi un tono con un aerosol portatile? Humprey Bogart verrà a strapparti le unghie di notte ipermaledetta società, puoi starne certa.
Ultramaledetta società, ascolta uno che ha capito tutto della vita, questa settimana.
La sigaretta elettronica è filosoficamente inaccettabile ed esteticamente indecente. E ora ti spiego meglio perché, megamaledetta società.
Perché per azionare la vaporizzazione tu hai messo un pulsantino luminoso a led che rende ancora più ridicola l’intera faccenda. Che compromette il valore artigianale del tabagismo. Che destruttura il rito della combustione.
Se lo viene a sapere Madre Natura s’incazza peggio di Humprey Bogart, te lo dico io.
Nell’attesa che ciò avvenga, tu intanto, iperultramegastamaledetta società, preparami un iPod tutto sbrilluccicoso che consente di sniffare bicarbonato di sodio. E poi, poi magari ci rivediamo.

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TENETEVI FUORI DALLA PORTATA DEI CICLISTI CICLABILI

Il più delle volte l’incontro tra un convoglio di una metropolitana piena zeppa di persone e un gruppo di musicisti zingari produce degli effetti estetici non indifferenti. Specie quando questi strimpellatori col bicchierino per le offerte si mettono a suonare roba sudamericana allegrissima, sebbene riadattata alle esigenze della loro sputtanatissima fisarmonica.
In questi casi, la prima cosa che noti è la discrepanza che c’è tra la musica che riproduce tutti i colori e le sfumature dell’arcobaleno e della gioia, e lo stato d’animo degli occupanti della carrozza; i quali, dopo una giornata piena di cacchi loro, non ne possono più della vita, figuriamoci un po’ cosa gliene può fregare delle sfumature dell’arcobaleno e della gioia.
Senza contare poi che, tra i presenti, può esserci pure qualcuno che ha di recente subito una tragedia familiare del tipo figlia di cinque anni morta per leucemia fulminante. E a quel punto puoi constatare che l’effetto estetico della discrepanza di cui sopra è più che amplificato, quasi ai confini col comico.
Poi alla fermata successiva sale un tizio con una bicicletta al seguito e ti dimentichi tutto, perché questo tipo, o meglio la sua bici, ti ha appena fatto scattare un ricordo che ti costringe a cambiare definitivamente discorso interiore.
L’effetto discrepanza ai confini col comico se ne va per i fatti suoi, la musica scompare assieme al bicchiere per le offerte e le facce incazzate e/o depresse degli astanti, e ti ritorna in mente il fatto che mezz’ora prima, mentre ti trovavi sbadatamente a passeggiare su quella porzione di marciapiede adibita a pista ciclabile, una ciclista integralista è venuta da dietro a sgrillettarti il suo campanello da ciclista integralista. Innanzi e soprattutto per farti sentire in colpa. Solo dopo, molto dopo, quasi alla fine dell’elenco delle sue personali motivazioni, per avvisarti che forse dovevi scansarti perché sennò lei non riusciva a passare.
Perciò ti metti a riflettere e riflettere su quell’avvenimento e in un attimo ti balza il mente il fatto che quello che ti è successo poco prima, per strada, non è altro che una pure e semplice lezione di topografia morale.
E questo lo sai perché? Perché in questa particolare era storica fatta di inquinamento da un lato e di buoni propositi ecologisti dall’altro, tu a quanto pare stai dalla parte sbagliata. Pure se, in questo caso, non stavi guidando mica una Toyota Celica scarburata del ’92, ma stavi solo passeggiando a piedi.
Dovete sapere, signori miei, che per chi usa la bici come unica e necessaria condizione di trasporto da un punto A ad un punto B, tu che non usi la bici come unica e necessaria condizione di trasporto da un punto A ad un punto B sei una specie di delinquente, quasi un pedofilo. Anche se per spostarti da un punto A ad un punto B utilizzi la biologica deambulazione e perciò nulla che ha a che fare con i motori a scoppio.
Pare che nella mente turbata del ciclista integralista, l’uomo che cammina a piedi non è altro che un essere umano che sta per raggiungere la sua auto parcheggiata in fondo al vialetto, pronto a sgasare metri cubi di monossido di carbonio sulla società.
Nella stessa mente turbata, la bici invece, la bici quella, quella sì che è un mezzo di locomozione etico; tanto etico che forse più che etico oserei dire, è un mezzo di locomozione metafisico.
E infatti, il metafisico c’entra eccome; c’entra sempre, quando ci si mette in mezzo il fanatismo. Ed in effetti questi ciclisti assoluti, questi fanatici integralisti delle due ruote, non ti consentono mica di infettare il loro sacro e comunale territorio ciclabile con il tuo volgare deambulo da criminale.
Che poi loro sarebbero in grado di sgozzare un bambino autistico in nome di un Atala da passeggio o di un nuovo modello di Mountain bike, è un altro discorso.
Ma ad ogni modo permettetemi di darvi un consiglio: tenetevi fuori dalla portata di una pista ciclabile. Tenetevi fuori dalla portata dei ciclisti. Tenetevi fuori dalla portata dei ciclisti ciclabili, insomma.
Avete tutti di che guadagnarci, voi, esseri umani normali come me, che ogni tanto fate questa cosa zozza e orribile di camminare a piedi.

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