Archivi categoria: Trashion victims

IN QUALCHE PIANETA, ANTICADUTA E’ SINONIMO DI RICRESCITA

Ve lo confesso: da un po’ di tempo a questa parte mi sento più figo. Anzi vi dirò di più: da un po’ di tempo a questa parte sono più figo. Inconfutabilmente. E non è perché ho comprato un sacco di vestiti nuovi, no. Non è per quello. E’ perché ho fatto un passo da gigante nel campo della maturità psichica: ho imparato ad accettare la mia progressiva calvizie.
Cioè fino a qualche mese fa, ma non lo dite a nessuno, io mi controllavo la tonsura in bagno con il coperchio a specchio di una pentola Ikea. Lo facevo tutti i giorni e tutti i giorni perciò cominciavano e si concludevano con una evidente incazzatura nei confronti del destino e del dna di famiglia.
Oggi è tutto diverso. La mia acconciatura non solo non mi fa più male, ma è una specie di propoli per il mio stato d’animo. Non so cos’è successo, so solo che adesso per me stempiato è bello. E mi sento perciò un personaggio risolto, come si dice di questi tempi.
In pratica, finalmente c’è un Uomo dentro di me: perché accettare la propria calvizie è un po’ come accettare la vita, questa specie di campo minato di sfighe che è l’esistenza.
E’ chi si deprimerà più per la panza? Chi si farà più venire un’ulcera per l’esistenza di Fabio Fazio?
Io non di sicuro. Perché quando diventi grande dirotti le tue paturnie all’aeroporto di Cleveland, le fai atterrare lì e prosegui sereno come se nulla fosse.
Ecco, vi avverto: da oggi posso fare il padre di famiglia, sono pronto a fecondare un ovulo con la certezza matematica che non sarò un genitore deleterio, uno di quelli che trasmette le sue insicurezze ai figli. Perché poi i figli se la vedono brutta quando cominciano a perdere i capelli.
Ma invece esistono ancora i trattamenti anticaduta e questo significa che ci sono ancora un sacco di padri deleteri in giro, di quelli che non hanno accettato la loro calvizie, di quelli che trasmettono le proprie insicurezze ai figli.
Vi dico che esistono ancora i trattamenti anticaduta perché lo so, perché ne ho incontrato uno qualche giorno fa: era sera tarda ed io mi trovavo su Retequattro insieme ad Al Pacino. Poi lui è andato a fare pipì e ha messo su la pubblicità di un trattamento anticaduta. Io ero già il nuovo Pseudonimo, quello che accetta la propria calvizie, per cui ho potuto osservarla con una diversa parte di attenzione. Quel tipo di attenzione non paralizzata dalla paranoia che ti permette di capire un sacco di cose che-non-ci-avevi-mai-pensato-prima; un sacco di cose che in realtà sono talmente banali e lampanti che non riesci a spiegarti come mai è successo che-non-ci-avevi-mai-pensato-prima.
In realtà questo sacco di cose banali e lampanti che ho capito sono solo due, ma a me sembrano un’arca di conoscenza.
Ecco le cose che ho capito, in elenco numerato e commentato:
1. Nel duemila e dodici i pubblicitari usano ancora il vecchio trucco delle immagini comparative prima/dopo.
E qui non ho nulla da aggiungere, anche perché sbraitare in forma scritta non è facile.
2. L’utilizzo di immagini comparative prima/dopo in uno spot di una lozione anticaduta, è un atto estremo di indifferenza nei confronti della temporalità sequenziale.
Nel senso: con una lozione anticaduta i capelli che hai non li perdi, ma non è che ti ricrescono. E perciò come si spiega il fatto che quell’alopecia androgenetica nella foto di sinistra dopo solo due settimane di trattamento si è trasformata in quella foresta pluviale nella foto di destra? L’unica è, fantascientificando, che tra gli effetti collaterali previsti nel bugiardino di questo favoloso prodotto ci sia la capacità dello stesso prodotto di farti tornare indietro nel tempo.
Pubblicitari che siete voi e chi non ve lo dice, ma com’è che non riuscite ancora a prendere per il culo il consumatore con un po’ di rispetto? Io non dico che dovete dirci la verità, che così poco c’azzecca col vostro mestiere, però magari ci avete mai pensato ad inventarvi delle cazzate light? Fesserie un po’ meno caloriche, tipo – per usare il vostro infingardo linguaggio – con l’ottanta per cento di surreale in meno?

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DJ SHOPPING, MUSICA PER LE TUE BUDELLA

Quando passi un brutto periodo può succederti di fare cose che da te non te le saresti mai aspettate. Immaginiamo che nella vita sei un duro, che per esempio nel tempo libero fai il camorrista e maltratti a ripetizione donne affascinate dai tipi pericolosi come te: ebbene, mio caro Bruce Willis ti avverto, se le cose non ti vanno bene da un po’ con la gente o il lavoro e sei un po’ giù di morale, sappi che un certo mattino ti sveglierai un po’ più femmineo del solito, con la voglia di scendere in centro a saccheggiare negozi d’abbigliamento.
Già, può capitare anche a te di trasformarti in una perversione letteraria di Sophie Kinsella e non puoi farci nulla. Stando a sentire Nicolò Copernico la terra gira attorno al sole e il genere umano cerca sempre più spesso una compensazione psicologica alle proprie vicende personali nello stupro seriale del proprio bancomat.
Posso confermare: in questi casi mi comporto esattamente come da manuale; non vedo l’ora di digitare il pin che mi servirà a soprapagare il lavoro sottopagato dei quindici cinesi che hanno prodotto questa giacca estremamente figa, a Taiwan.
Cacchio però, se mi sta bene.
Certe volte in camerino, sei fiero di te a tal punto che mentre fai le tue solite mossette davanti allo specchio, pensi che ad uno così elegante non potrà mai più succedere nulla di spiacevole. E’ benessere, non c’è dubbio; come non c’è dubbio che è benessere passeggero, perché ad un certo punto hai come la sensazione che dentro di te ci sia qualcosa che non va e ci metti un po’ a capire che quello che non va, in realtà, non è proprio dentro di te, ma piuttosto fuori di te. Dentro quel cacchio di negozio.
Così preso dalla tua appariscenza, non ti eri nemmeno accorto di un sacco di cose. Intanto che l’interior designer che ha progettato il punto vendita non ne capisce nulla di illuminotecnica (lo stanzillo dove sei ha un faretto spietato allo zenith in grado di evidenziare ogni minima imperfezione fisica, eventuale cellulite latente o varice a scomparsa); poi, che questa specie di cubicolo di prova dove ti stai cambiando sembra fatto apposta per non venire incontro alle esigenze di praticità del genere umano (c’è tutta una serie di barriere architettoniche che renderebbero la vita impossibile anche a superman); poi infine (e soprattutto), che una musica a volume stratosfera fa da colonna sonora ai tuoi spogliarelli da circa mezz’ora (rendendoli così ridicoli, che forse sarebbe stato più dignitoso vedere Pippo Franco perdere una mano a strip poker).
Ecco, quando realizzi tutto questo è troppo tardi: di solito c’è in soprafondo l’ultima schifofonìa di James Blunt e ti si fa assoluta la certezza che questo cantautore poco soddisfa le tue esigenze di autostima e che si abbina meglio con un malessere indistinto, quello dello stare al mondo.
Insomma, al giorno d’oggi la grande distribuzione ti impone non solo delle mode discutibili – l’ultima insopportabile, quella dei pantaloni che vanno a stringere dalla vita in giù fino ad asfissiarti le caviglie e renderti esteticamente imbecille – ma pure, che è peggio, l’assoluta agonia della “musica” contemporanea. Perché se ti capita James Blunt in un negozio, diciamo che sei quasi fortunato. Il più delle volte invece dagli altoparlanti esce la registrazione dal vivo di un rave party.
Ora, non è che io voglio la filodiffusione mentre mi provo una maglietta, anche perché se per caso mi parte il concerto per piano n.2 di Rachmaninov finisce che la commessa mi trova seduto a piangere su uno sgabello per la commozione, ma capirete che svolgere dei movimenti abituali in perfetta sobrietà con della techno trance in sottofondo è qualcosa di estremamente innaturale, che ti mette a soqquadro l’apparato digerente.
E allora penso che debbo assolutamente procurarmi delle pasticche allucinogene se voglio sopravvivere alla prossima commessa truccata male, all’illuminazione cinica del punto vendita in franchising, alle barriere architettoniche dei camerini che ti fanno sentire un diversamente handicappato e soprattutto alle atmosfere angoscianti della prossima collezione musicale autunno/inverno.

Nella foto sopra, una discoteca innaturale.

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TI VEDO SCRITTA SU TUTTI I MURI OGNI CANZONE MI PARLA DI TE E QUESTA NOTTE QUESTA CITTA’ MI SEMBRA BRUTTISSIMA

Ho una notizia bomba per tutti: mi sono innamorato. Più o meno quindici anni fa.
E’ stato bellissimo. Io la guardavo negli occhi e le dicevo che non l’avrei mai lasciata; lei mi guardava negli occhi e mi diceva che non mi avrebbe mai lasciato, se non per uno più figo di me. Lei mi scriveva lettere d’amore e io le mostravo con orgoglio al mio compagno di banco; io le scrivevo lettere d’amore e lei mi correggeva gli errori ortografici.
Eravamo una coppia perfetta e la nostra storia è stata importante per entrambi, ci ha insegnato molto. Lei ha imparato che c’è sempre un ragazzo più figo del tuo, io a scrivere correttamente in italiano.
Insieme abbiamo coronato il nostro sogno d’amore per due lunghissime settimane dense d’avvenimenti e di gesti sconsiderati: come due veri amanti folli. Lei per esempio una volta mi comprò un biglietto del tram; io per esempio una volta le scrissi su un muro una frase d’amore spontanea che mi uscì dal cuore.
– Piccolina sei unica – La bomboletta spray era di colore rosso.
Me n’ero andato soddisfatto ed ero salito sul tram col biglietto che mi aveva regalato e la distinta sensazione di essere un eroe del cuore.
Non durò a lungo: lungo la strada di ritorno verso casa fui costretto a costatare che nei muri della città c’era stata una vera e propria epidemia di piccoline uniche. Una diffusione che di certo non giovava al concetto d’irripetibilità che col mio messaggio avevo voluto comunicare all’amata.
Sentii insomma che i conti gnoseologici non tornavano, ma dovetti aspettare l’indomani per capire di cosa si trattava.
Piccolina sei unica mi accolse sportivamente baciandomi il compagno di banco durante la ricreazione. Si erano nascosti nel bagno dei maschi, e col senno di poi ammetto che fu un’ottima scelta.
Non c’è luogo migliore per sapere la verità che una latrina lurida: con la sua schiettezza ribadisce il concetto che nella vita non esiste nulla di veramente poetico. O meglio, che la poesia ha sempre a che fare con le zozzure umane.
L’amore per esempio è un impiegato a tempo pieno dell’ignoranza. Una rivelazione che a quanto pare non sono in molti ad aver capito, a giudicare dalla quantità di sentimento per muro quadrato che ci sta in giro.
Non esiste infatti topografia urbana che sfugge a questa letteratura sbilenca, tra tutte quelle amorose di certo la più fastidiosa. Facile capire perché: meno s’estingue quanto più non si affanna a sperimentare; meno sperimenta più diventa comoda da usare.
Parente della canzone d’amore, trae da essa la sua ispirazione, copiandola passo passo. Ed è così che ci ritroviamo circondati di mediocrità sui muri: giacché siamo ancor prima circondati di Jovanotti alla radio.
Due flagelli al prezzo di uno.
Come risolvere l’annosa questione? Basterebbe rendere illegale l’amore e i suoi derivati. Il nostro partimonio architettonico come pure le pareti più squallide della nostra città, ne acquisterebbero in salute e tutti noi saremmo dei figli di Dio più interessanti.
Che il nostro Lorenzo Cherubini in una delle sue più celebri emorraggie di parole vane, non la pensi così (ti vedo scritta su tutti i muri/ogni canzone mi parla di te/e questa notte questa città mi sembra bellissima) mi pare un motivo ancora più valido per portare avanti questo progetto.

E' questo lo spirito giusto.

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POLICLETO NON GUARDAVA BAYWATCH

Duemila e cinquecento anni fa, in quel territorio particolarmente fecondo di gente paranoica altresì noto come Antica Grecia, qualcuno teorizzò uno studio aritmetico circa le proporzioni ideali del corpo umano. Si chiamava Policleto e pare che fosse stufo di vedere statue con malformazioni genetiche; in poche parole, non gli piacevano gli handicappati di marmo.
Trovò in tutto questo, un motivo sufficiente per avere a che fare con quella cosa poco socievole che è la matematica. Fatti suoi, ognuno ha le sue perversioni.
Calcolò perciò dei rapporti numerici a favore dell’armonia trascorrendo notti insonni, ma evidentemente salvò i risultati delle sue ricerche in un hard disk della Trust, perché infatti questi sono oggi andati perduti; e c’è da aggiungere purtroppo, dal momento che esiste gente disomogenea come Pamela Anderson.
Che Dio mi fulmini, lo so che il silicone buono sta nelle botti piccole: è dunque ovvio che provo dell’attrazione sessuale per lei, ma d’altra parte il mio senso estetico non può certo incoronarla principessa dell’Eden, o regina dell’Iperuranio.
La procace guardaspiaggia di Baywatch, non è certo archetipo di bellezza; però ha buone speranze pure quest’anno di vincere Miss Maglietta Bagnata a Cesenatico.
Ora, evitate di fraintendere il discorso: non sono qui per fare il retrogrado (aspetto con pazienza la pubertà di mia figlia per sfoderare il mio miglior conservatorismo) e dunque vi assicuro che in questa geremiade non scoverete alcuna traccia della zia Rosetta. E’ vero: neppure a lei piace la chirurgia plastica, ma per motivi diversi dai miei. Lei, per esempio, ce l’ha col bisturi per puro spirito d’opposizione generazionale, e perché ormai guarda la morte senza bisogno degli occhiali. Le rughe si sa, fanno diventar cattivi; ma è sempre meglio la cattiveria, la preferisco: specie quando l’alternativa è l’espressione imbalsamata di una trentenne che ricorre anzitempo a quella cosa chiamata botulino.
E’ successo poco tempo fa: la vittima è un’amica che non vedevo da un paio d’anni. La chiameremo come è scritto sul suo estratto di nascita: Roberta Draghi. Giusto per rispettare la privacy.
Insomma, due anni fa era una superba ventottenne: pelle giovane, viso straordinario, labbra garbate e disegnate, curve a dovere. Una fregna a norme europee in pratica. Poi incontrò un chirurgo plastico, e cominciò a smettere di prendere sul serio la sua immagine riflessa. Due protesi al seno, una flebo di botox, e un ritocco alle labbra.
La chiamano chirurgia antinvecchiamento per non destare sospetti. Oggi infatti Roberta Draghi è una splendida quarantenne di trent’anni.
Interpellato sull’argomento, coi miei soliti sparuti peli sulla lingua, le dico tutto in faccia; lei si offende, poi reagisce riportandomi delle statistiche aleatorie.
– “Il 99,9% delle persone che incontro non la pensa come te, anzi sei l’unico a pensarla in questo modo.” Così mi dice; fortuna che conservo in un cassetto trenta chili di battute per ogni occasione. – “Sì, immagino sia una percentuale corretta; c’è un sacco di gente in giro che compra nani da giardino”- Le rispondo.
Poi per smorzare i toni e ritornare sul basso ventre della vita, il posto dove adesso lei vive, aggiungo infine che tutto sommato è stata una buona mossa. Oggi più che mai la carriera di escort o quella di pornostar è qualcosa di costruttivo.
Ma ad ogni modo è l’ennesima testimonianza che a Policleto ormai più nessuno s’interessa. Sarà che c’è un nuovo canone in giro, di certo più adeguato alla nostra attuale filosofia Mc Donald’s, quella ossessionata dal tempo.
La zia Rosetta intanto è morta e di lei, rugosa sostenitrice della natura, rimarrà solo polvere. Tra cinquant’anni invece, nella bara inevitabile di Roberta Draghi, ci troveranno due imbottiture di plastica abnormi. E finalmente non solo la vita, ma pure la morte potrà essere grottesca.

Ora potete pure masturbarvi.

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PROUST ERA UN ESPERTO DI MARKETING

Che non sempre sia cosa buona utilizzare la memoria io di certo lo sapevo già, ma ho scoperto fino a che punto solo dopo aver visto il cruscotto della nuova Ford Fiesta.
Per cui, se volete sapere di che si tratta precisamente, gettate pure voi uno sguardo. Del resto se ne trovano tante in giro di queste citycar, che hanno avuto un gran successo di pubblico e ora vi spiego perché.
Non vi costa nulla avvicinarvi al finestrino: fatelo, ma con cautela; magari quando non c’è il proprietario in giro, non sia mai possa pensare che abbiate intenzione di rubarla, quella porcheria. E sarebbe questa la vergogna, almeno per ciò che mi riguarda: il mostrare desiderio spericolato per una macchina così.
Ad ogni modo, sbirciare dentro l’abitacolo, non arrecherà danni alla vostra fedina penale, ma vi aprirà gli occhi sul mondo che avete attorno, con l’aiuto della vostra memoria proustiana. Cinque o sei secondi, e l’infanzia risalirà le vostre budella senza dolore: vi sarete sicuramente accorti che la strumentazione di bordo imita senza vergogna i jet americani; ora, basta guardare lo scaffale in alto a sinistra dei vostri ricordi e scorgere, tra l’antiquariato delle videocassette, quella di “Top Gun”.
Altro che bundgee jumping motivazionale: questo non è un balzo ignorante nel vuoto, quanto un salto nel passato che a breve diventerà doloroso; appena capirete che c’è qualcuno che vuole sfruttarlo commercialmente e che forse in taluni casi è meglio dimenticare.
Esattamente: l’intento degli esperti di marketing Ford era proprio quello di stimolare l’ascendente che ha avuto su di voi questo cult movie; venticinque anni dopo.
Del resto ci era già riuscita la Malaguti negli anni novanta: ricordate il mitico scooter F10? Beh, stesso meccanismo, inutile dettagliare.
E’ vero questo, quant’è vero che se fossimo veramente cresciuti, nel frattempo, questa strategia di mercato non sarebbe stata poi così efficace.
Diventare più alti a quanto pare, non significa mica sviluppare saggezza, quanto piuttosto cambiare stile puerile: l’imperativo è sempre desiderare giocattoli nuovi ma, diversamente da un tempo, per esorcizzare la nostra ormai definitiva incapacità di stupirci.
Siamo dunque ancora delle personalità incomplete sì, ma in modo diverso. Mica ce ne stanno di dubbi: si smette di essere infantili quando è ormai troppo tardi, al cimitero.
Non si spiega altrimenti il mondo di oggi, quello dei nuovi modelli di tutto: non si capisce perché funziona  perfettamente se non con questa verità assoluta della nostra immaturità, quella cosa che applichiamo  così bene al reparto commerciale della nostra vita.
Dunque la nuova Fiesta, eh? Perché allora non scendere dal triciclo, mettersi le scarpe e andare giù a comprarla? Orsù, armiamoci della solita fiducia incondizionata nei confronti delle nuove offerte promozionali con tasso di usura ribassato e ingraniamo la prima, signori. Dobbiamo scoprire come ci si sente a guidarla, specie di notte quando tutte le lucine sono accese. I numeri digitali della plancia devono avere un gran bell’effetto sulla nostra autostima.
Prima però, rottamare è un dovere: la nostra vecchia auto nella fattispecie; che peraltro, pure lei un tempo ci serviva a stare a nostro agio con gli eterni dodici anni mentali dell’umanità.
Ci aveva conquistato, all’epoca, per lo più quell’alettone posteriore, una tamarrata utile a sbrodolarci di testosterone, specie quando c’erano un sacco di ragazze in giro.
Ma ormai abbiamo finito di pagare le rate e non c’è modo migliore per sentirsi liberi, che farsene di nuove.

Take my breath away.

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SE QUALCUNO TI SCRIVE ADDOSSO, SOTTO SOTTO NON C’E’ NIENTE

Domani mattina un nuovo sole nascerà. Si staglierà nel cielo: alto, possente, caldo, per regalarci ancora una volta i suoi portentosi raggi, il mistero della vita che continua, il soave cinguettio degli uccelli, i suoni, i colori, i profumi della bella stagione e un nuovo eroe contemporaneo che scenderà in centro a farsi un tatuaggio. E non sarà mica l’unico, visti e considerati i 740 dei tatuatori.
Guadagnano bene questi ultimi; se la passano meglio dei fornari da qualche tempo a questa parte, e questo la dice lunga sui nostri bisogni primari e ci spiega pure l’enorme successo che hanno avuto in questi secoli Vinicio Capossela e la Coca-Cola.
A quanto pare è già da un pezzo che la gente non capisce nulla. E allora non c’è da stupirsi se in questo mondo, il tribale che ha un significato troppo particolare per me, viene prima della rosetta o del filoncino di grano duro.
E’ pure per questo che sono così avverso alla procreazione: mi pare un ottimo pretesto per usare un contraccettivo, sapere che un giorno mio figlio uscirà di casa per farsi marchiare a fuoco da un tizio che si è diplomato al liceo artistico.
Sia chiaro, non è che se avesse fatto lo scientifico sarebbe cambiato qualcosa, giacché neppure lì si studia semiotica, l’unica dottrina che avrebbe potuto salvare l’epidermide della società occidentale. Sono pronto a scommetterci due zie e tre fidanzate infatti, che se i professori l’avessero insegnata a scuola, oggi non esisterebbe nessun Art Studio Tatoo.
Sarebbe stata sufficiente giusto un’infarinatura di base, quattro nozioni di numero e l’avremmo capito subito che un drago sputafuoco sul bicipite non è proprio la cosa più intelligente del pianeta.
Lo so, lo so già: smuoverò con questo biasimo i sentimenti più irrazionali e feroci dei fanatici. Come sto sicuro del resto che i più persuasi tra essi, si arrampicheranno sugli specchi della credibilità sfoderando tradizioni millenarie e riti primitivi, prima di liquidarmi con un grande classico della frustrazione retorica. Quella formula magica che suona più o meno così: “la prossima volta informati, prima di parlare”.
Beh, io rispondo facile facile a questi simpaticoni, che non ho bisogno di mettermi al corrente per capire cos’è un’idiozia.
Il tatuaggio avrà pure alle spalle una storia ultramillenaria, chi lo nega, ma non mi sembra questa un’autorizzazione sufficiente per credere che sia cosa buona e nutriente per la razza umana.
A maggior ragione anzi, non vedo perché ancora oggi, dobbiamo piangere le conseguenze di un errore commesso cinquemila anni fa in Polinesia. E’ come se fossimo condannati ad ascoltare fino alla fine dei tempi Toto Cutugno, solo perché qualcuno in un passato remoto ha fatto la cazzata di produrgli un singolo.
Insomma, lasciamo ad ogni epoca le sue scemenze, che già non sappiamo dove mettere le nostre da quando c’è Paris Hilton in giro. E questo è di certo un argomento valido, ma a quanto pare non abbastanza per convincere questi testardoni del tribale gratuito.
Sono ancora là in trincea infatti, come prevedevo, e ora mi parlano di moda e di tendenza per giustificarsi, per reggersi in piedi sulle loro stampelle.
Mi è tuttavia facile azzopparli di nuovo: ci metto meno di un capoverso, giusto il tempo di dire a voce alta che una cosa transitoria come il costume non c’azzecca niente con un disegno permanente sulla pelle.
Il tatuaggio non è un abito di Roberto Cavalli: certo, è vero, entrambi rendono allo stesso modo l’umanità sgradevole alla vista, ma almeno gli incubi di uno stilista sopravvalutato ce li possiamo togliere di dosso quando si fa sera, o buttarli nell’immondizia quando ne arrivano di altri nei negozi, ancora più tamarri. Insomma non ci sono scuse, né motivazioni plausibili che giustificano questi signori: se non quella di ammettere a chiare lettere di essere un po’ imbecilli con quella farfalla affrescata sulla spalla; e se questo è davvero il loro intento, tanto di cappello. Specie se sono balbuzienti e non ce la fanno bene a spiegarlo a parole.

Lui l'ha letto il mio post, e gli è piaciuto.

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IL DIVERTIMENTO NON E’ MAI STATO COSI’ DIVERTENTE

Quando una natura incontaminata e un mare verde smeraldo incontrano il miglior cemento depotenziato della camorra, nasce nel Mediterraneo un nuovo, prestigiosissimo villaggio turistico. O resort, che ora lo chiamano così perché fa più figo.
Ottocentomila metri quadri di civiltà strappati alla barbarie della natura, in cui troverai di tutto: dalla tripla piscina carpiata in doppio avvitamento, alla sala da poker clandestino per bambini, dalle otto piste obbligatorie da ballo rigorosamente sudamericano, al cinema per non vedenti.
Potrai fare ciò che più ti aggrada qui: scegliere tra un campionario sterminato di attività umilianti, non è mai stato così umiliante.
E’ una forma di divertimento alternativa, rispetto al divertimento. E chi lo mette in dubbio, questo.
Esperienza che ho fatto quella del villaggio e che consiglio a tutti, specie a chi non ha mai provato l’ebbrezza di essere sottoposto a torture coloniali del secolo scorso.
Prenotai qualche mese prima, con formula di soggiorno exclusive all inclusive, in un’agenzia che evidentemente rifiutava il principio di non-contraddizione di Parmenide.
Arrivato alla buon ora con fidanzata e un’altra coppia di amici da laboratorio, cercai posteggio per troppo tempo nei pressi del nostro bungalow deluxe. Nulla di strano: fu solo un caso, riuscire a trovarlo; ma dall’esperienza imparammo tante cose nuove, ad esempio che non puoi parcheggiare su un handicappato, nemmeno qui.
La civiltà è di casa nei resort di nuova generazione, e c’è un codice della strada da seguire attentamente. Ci sono pure i vigili in bikini, se è per questo. Peccato però che sono tutti uomini.
L’appartamento era spazioso, quanto bastava per dimenticare l’intimità. Dopo due giorni avevo già imparato, per esempio, che la ragazza del mio amico non amava molto i preliminari.
Era del resto pieno di altre femmine in giro e non c’era motivo dunque, di fossilizzarmi con la mia donna, o con quella del mio amico. Mentre andavo in spiaggia per godermi il sole incontrai una quarantina di fanciulle, manco a dirlo, e tutte mi guardavano ammiccando e mi salutavano con impegno abbastanza erotico. Erano le animatrici del villaggio, ed io, che ancora non lo sapevo, pensavo forse di essere improvvisamente diventato splendido, tipo Raoul Bova.
Ignoravo pure, del resto, che il personale addetto all’allegria in quei posti, è costretto ad accoppiarsi solo ed esclusivamente con colleghi di lavoro, mai con clienti del resort. A sancirlo, probabilmente, un decreto ministeriale a favore dell’endogamia.
Di prima mattina, non c’era niente di meglio del risveglio muscolare per attivare il corpo e spegnere definitivamente la coscienza ballando al ritmo delle note di Waka Waka. E’ un’esperienza che consiglio soprattutto agli uomini: pure se un maschietto che balla Shakira, a dirla tutta, rimane una delle cose meno comprensibili che esiste in natura. A breve, forse ci faranno un documentario.
C’era tutto il tempo poi, di prendere il sole sotto l’ombrellone e godersi la natura incontaminata in quell’angolo di paradiso scoprendo con chi sta adesso Alessia Mertz e se è vero che Ridge ha una storia con Rita Rusic; o risolvendo nella migliore delle ipotesi il cruciverba a pagina quattordici di Domenicaquiz, una rivista per nozionisti incalliti che della vita sanno solo la definizione.
Poi partiva però la sigla del gioco aperitivo e la gente schizzava via dalle proprie sdraio. Perché c’erano in palio ricchi premi per i vincitori, così mi avevano detto; e si sa che oggi, quando un borghese di bassa lega prende qualcosa aggratis, nel deserto muore una gazzella.
Dovrei pure raccontarvi il resto della vacanza, ma non vorrei rovinarvi l’appetito. Anche perché poi, del resto, questi posti sono sempre così diversi l’uno dall’altro uno che non ti puoi mai aspettare, ad esempio, quale canzone dei Pooh suoneranno stasera al piano bar, dove hai prenotato tu.
Mi sento di dare tuttavia un consiglio a chi viene qui con dei bambini sotto i sei anni al seguito: uccideteli.

Chi non alza le mani gli muore la mamma. E chi non salta è rossonero. Ma soprattutto, chi non ride è licenziato.

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C’E’ UN GRANDE OUTLET VERDE DOVE NASCONO SPERANZE

Padre Pio ha vinto. Secondo un recente sondaggio la sua popolarità metafisica è ai massimi storici: primo posto assoluto con il 60% di preferenze, davanti a una Madonna che si conferma stabile al secondo posto, a un Gesù Cristo che come al solito arranca dopo le fatiche pasquali e ad un Dio in caduta libera dopo il recente terremoto di Fukushima. Si inserisce a sorpresa al quinto posto un certo Ufo Robots, grazie al televoto di trentenni nostalgici che dei pomeriggi anni ottanta trascorsi a guardare le tv, fanno oggi inspiegabile motivo d’orgoglio.
E’ un risultato che mi aspettavo ampiamente. Quello di Padre Pio, intendo.
Il marketing estremo funziona sempre: nella fattispecie, è bastato appiccicare il suo trascendente identikit su ogni superficie impensabile, per fare una strage commerciale di fanatismo.
Gli esperti lo sanno bene che, nella nostra fossa endocranica superiore e precisamente in una regione del cervelletto chiamata in gergo nodo flocculare, ci sono neuroni particolarmente sensibili alle stronzate. E ne approfittano.
Sanno pure che è grazie a questa piccola regione della nostra intelligenza, comunemente detta stupidità, che riusciamo a credere a cose un po’ assurde come i miracoli e la fedeltà coniugale.
Partendo da questa linea logica di costatazione non si può che accettare la popolarità del Pio Padre e il potenziale iconico da egli acquisito come il risultato di un’attitudine biologica dell’umana specie.
C’è da precisare però che prima ancora del marketing postumo che lo ha definitivamente consacrato, il Petralcino si era già dato da fare, eccome, per starci simpatico.
Stacanovista del confessionale, viene descritto da una voce evangelicamente autorevole come Paolo VI “lo stimmatizzato del Gargano che radunò attorno a se una clientela mondiale”.
Ed effettivamente. Una giornata di ascesi a San Giovanni Rotondo può bastare per capire che nemmeno il Woodstock dei tempi migliori.
La gente prende il pullman e viene qui in gita a grappoli.
Per sublimarsi l’ego o chiedere favori sacri, non c’è niente di meglio che quest’avamposto a tenuta stagna del cattolicesimo. San Giovanni Rotondo è la prova topografica che la liturgia religiosa è per natura compromessa col tornaconto personale.
Il pellegrinaggio qui è più che mai subordinato alla richiesta di grazia, di condono morale e di salvezza eterna. In misura più evidente di un abbonamento in curva sud all’Angelus pontificio.
Merito anche di un assortimento di stand a tema, negozi a sfondo fanatico e rivenditori di gadget di cinese fattura, più vasto di una piantagione di centri commerciali.
Un grande outlet verde dove nascono speranze. Di guarigione per lo più.
Perché acquistare cianfrusaglie da queste parti, significa conquistare le simpatie ultraterrene, instaurare un rapporto di fiducia con le stigmate, sottoscrivere una fidelity card soprannaturale che promette miracoli, mica un servizio di piatti in porcellana di seconda scelta.
Lo chiamano shopping celeste, quella cosa che se compri un posacenere di plastica con l’effigie del Pio santo, ad un certo punto il tumore al polmone se ne va in Nebraska e puoi evitarti quelle noiose sedute di chemioterapia e tornare a fumare Marlboro rosse come ai vecchi tempi.
Un made in China sublime dunque, quello di San Giovanni Rotondo, che ci porta dritto al soprannaturale e ci costa il triplo, griffato com’è dall’effigie del Pio santo.
E mentre il sacrodotato di Pietralcina ringrazia i fan con la sua solita espressione di buontempone alla mano, l’ecumene cattolico tutto, gioioso e raggiante, ci fornisce statistiche plenarie delle presenze pellegrine in quest’angolo di Gargano: sette milioni di visitatori l’anno con un picco di otto nel 2002.
Statistiche che incrementano la mia stima per l’energia nucleare come fonte alternativa di calamità naturali.

Fondamentalmente era un figo: l'avrei visto bene pure come 007, sicuramente meglio di sciattoni dal volto inutile come Roger Moore e Pierce Brosnan.

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DONNA, TIENI LE MANI BEN IN VISTA

Se per qualche ignobile reato commesso a mia insaputa la Corte Suprema mi condannasse a una cena con Barbara D’Urso, sono pressoché convinto che mi troverei in un batter di seno a rispondere all’ingiusta domanda: “Qual è la prima cosa che guardi in una donna?”.
Giusto per venir sfiziosamente meno alla volontà di verità che mi contrassegna nonché a maggior ragione per umiliare il decolletè lampeggiante della nota conduttrice televisiva, risponderei: “la profondità del suo sguardo”.
Una menzogna dunque, per di più aggravata dalla retorica: roba inusuale per un uomo ignobile come me che mai si accoda a simili galanterie poetiche.
Mica mi chiamo Roberto Piacione Saviano, io.
E difatti a onor del vero, la prima cosa del gentil sesso a cui presto attenzione si chiama sedere e si occupa da più di vent’anni di pubblicizzare eventi erotici nella mia mente.
Banale, non c’è che dire.
Una predilezione visiva noiosa da ascoltare e facile da dedurre, forse perché troppo diffusa nel mediocre genere che rappresento. Quello maschile.
Ma in fondo è quello che penso. O meglio, è quello che penserei in un mondo ideale: un mondo esattamente come il nostro ma senza l’esistenza di Barbare D’Urso e soprattutto di quella cosa chiamata French Nail che ha rivoluzionato le mie idee in merito a partire da una spesa al supermercato.
Eurospar, Roma sud, un anno addietro: me ne stavo frenetico a ingozzare il carrello di Salamini Beretta in offerta e di Rotoloni Regina in sovrapprezzo, e pensavo ai fatti miei.
Schivando conduttrici televisive di Mattino 5, giungevo candidamente a pagare il mio debito alla cassa con tanto di carta fedeltà aziendale e di infedeltà coniugale.
Una tessera di adulterio, quest’ultima, gentilmente offertami da una commessa che voltata di spalle mi aveva promesso grandi cose. Le stesse che aveva mantenuto con un volto dai tratti sublimi e un atteggiamento di semplicità assoluta poco affine all’arroganza classica della grande distribuzione.
Ero lì di sasso dunque, pronto a consegnarle chiavi in mano un matrimonio in pompa magna con tanto di bighe e gladiatori e ad amarla e onorarla finché Tena Lady non ci separi, sennonché la donzella cominciò a stimolare il suo megacalcolatore di derrate battendo rumorosamente i tasti con delle unghie mostruosamente lunghe, smaltate di arabeschi e arabescate di smalto.
Una dichiarazione in carta l’Oreal di irragionevolezza che mi allontanò da ogni forma di palpitazione sentimentale e/o erotica, portandomi dritto dritto tra le braccia mefitiche di Moira Orfei. Un incubo.
Nuotai così per circa un’ora in un pacchianissimo mondo circense fatto di drappi immotivati, mechès preventive, leopardi leopardati e complementi d’arredo in oro massiccio e avorio d’elefante. Mi risvegliarono dal coma i maestri del Rinascimento obbligandomi ad offendermi da parte loro, per quest’ennesimo oltraggio alla pittura.
E, a dirla tutta, poco dopo mi fece una telefonata pure l’imbianchino, che non risparmiò lo sdegno per le nuove unghie di sua moglie.
Ci aveva messo un attimo la moda a propagarsi in via definitiva.
Un’epidemia che veniva da lontano, dalle regioni più ardue dell’animo umano, le stesse in cui hanno origine sconvenienti televendite e lisergiche soap opera sudamericane.
Sta di fatto che, da quel momento in poi, nessun sedere poté distogliermi dalle mani di una donna. A parte quello di Beyoncè, ovviamente.

 

Da oggi strappare le unghie ad una donna non è più un diletto, ma una necessità.

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TI ARRAPO CON UN 4 IN GRAMMATICA

Per una volta parliamo di sesso. Quindi mettete a dormire i grandi e svegliate i bambini, così magari un giorno, chessò, tra venti, quaranta, duemila anni nessuno troverà più sul dizionario Zanichelli la voce perbenismo.
E invece non si può, soprattutto oggi, in quest’Italia recentemente riscopertasi sessuofoba grazie alle vicende del Premier. Ci tocca anzi, al contrario, ripristinare arcaici orgogli e pregiudizi di natura morale.
Per cui ecco subito tre passi indietro: facciamo intanto che i bambini tornano a letto, immaginiamo poi che nessuno di voi sia mai stato su un sito porno nazionale e inventiamoci infine che se io l’ho fatto è stato solo per nobili motivazioni socio-antropologiche.
La ricerca su google, a me neofita del cyber sex, mi stupisce per la quantità di link possibili: un sacco di materiale perturbante mioddio, che se non fosse per il mio senso del dovere abbandonerei subito.
Certo, detta in tutta sincerità, la prima cosa che mi salta addosso su sogninascosti.com, non è una donna con una quarta di reggiseno senza reggiseno. Alla destra del monitor infatti, lampeggiano in alternanza un sacco di pubblicità più ipnotiche. Tutte estremamente imbarazzanti per il genere umano.
A livello di contenuti e di espressione, potrei definirle assolutamente primordiali. Qualcuno mi chiede se voglio sposare donne russe prima, qualcun altro vuole invogliarmi ad aumentare le mie dimensioni.
Si comunica qui al prossimo, insomma, come lo si faceva ai tempi dell’ormai fuori moda Tyrannosaurus Rex.
Noto facile l’orientamento ultramaschilista di tali interpellazioni e poi mi offendo: io, la mia intelligenza, e il mio stadio evolutivo ci sentiamo sottovalutati.
La visita continua e conferma quanto sopra, col supporto di un lessico e una sintassi fruttivendola e analfabetica. Che bello, sembra di essere nella toilette di un autogrill del basso casertano.
I curatori della pornosfera nostrana infatti, tutti inclusi, si rivelano schermata dopo schermata, dei perfetti trascuratori dell’ortografia e della grammatica italiana. Mi fisso su tale punto, convincendomi che è questo il nucleo non ancora discusso dell’osceno in rete: la violazione dell’ultimo codice possibile, quello grammaticale.
La deriva comunicazionale si fa definitiva: l’utente medio è pregato di regredire psicologicamente, di dimenticare il suo tasso di alfabetizzazione, di eccitarsi quanto più all’aumentare di E senza accento e di A senz’acca.
Io mi rifiuto: ci tengo a sottolineare che ad essere scambiato per uno con la quinta elementare, non mi accendo un granché di desiderio.
Per cui chiudo Mozilla e metto fine alla mia vacanza sessuale in rete con la sensazione sgradevole che la mia istruzione superiore e la mia evoluzione intellettuale siano due grossi ostacoli per la fruizione di uno dei più cliccati piaceri della vita: il sesso.
Peccato, fino a questo momento mi era sembrato che si potesse praticare la trasgressione senza rinunciare alla mia intelligenza soggettiva.
E comunque no: cari industriali bottegai e filistei della pornografia, non voglio sposare donne russe. Anzi, non mi voglio sposare punto.
Come disse il mastodontico Silvano Agosti: “Non umilierò mai una donna trasformandola in una moglie”.

Foto di Terry Richardson, testi di Vanni-Pacciani.

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