A BATMAN NON E’ MAI IMPORTATO DI ENTRARE NEL GUINNES DEI PRIMATI

Io non sono il tipo che la mattina si sveglia con l’intenzione di voler stabilire un record o di varcare una nuova frontiera dell’umanità. Non sono in attesa del superuomo di me stesso. Mi conosco e so che ho avuto 33 anni per fare meglio di quanto ha già fatto il sottoscritto. Se non ci sono riuscito fino ad ora un motivo ci sarà.
Il ragazzo non si applica? Macché.
Il classico alibi per evitare di ammettere la propria mediocrità io non lo uso. Anche perché mi piace ammetterla la mia mediocrità, anzi ci tengo proprio.
Di più, di più: credo alla mediocrità tout court del genere umano e mi aggrada ricordarla al pubblico a casa quanto più possibile.
Specie nei periodi in cui c’è gente che si fa filmare mentre cerca di trascenderla.
Specie nei periodi in cui un tizio che si chiama Felix Baumgarten si lancia con un paracadute in diretta streaming e tv da 35000 metri di altezza. Praticamente dall’orbita di Plutonio.
Mannaggia: io sarei stato il tipo giusto ad aspettarlo di sotto, all’atterraggio. Mi sarei avvicinato a lui, gli avrei messo un braccio intorno al collo e poi gli avrei detto: embé?
Non è che ora voglio smitizzare gli spericolati uomini “No limits”, anche perché per essere smitizzato prima hai bisogno di esserlo, un mito. E per quanto mi riguarda l’uomo “No limits” non lo è.
Perché si potrà pure arrampicare a mani nude con un Giuliano Ferrara a tracolla su per l’Himalaya, ma in ogni caso rimane comunque un essere umano. Uno che, come tale, fallisce miseramente almeno i primi sedici tentativi quando deve inserire una spina scart dietro ad un televisore.
E comunque peccato che ad aspettarlo di sotto, all’atterraggio, non c’ero io.
Mah! Spero solo che la sera stesso, galvanizzato e sbronzo, abbia tentato un rimorchio con un mezzo cesso in discoteca, facendo cilecca.
Oibò, questo sì che sarebbe stato giusto. Un simile evento era quello che ci voleva, per un istantaneo riassetto cosmologico della materia. Perché lo sanno tutti: quando tu ti senti figo e in discoteca un mezzo cesso ti rifiuta, è la chimica dell’universo che ti sta parlando.
– Picciotto, veni ca picciotto, tu…com’è che ti chiami? Vabbè non importa, io ti vogghiu diri ‘na cosa: tu ti ostini a fare tutte queste cose pazzesche, che ne so, ti lanci ti butti ti tuffi ti cloni ci provi con questa…ma devi sapere, caro picciotto, che tu…ma proprio biologicamente eh…non ti offendere…dicevo, che devi sapere che tu in fondo biologicamente sei un minchia.
Tu sei un uomo, u capisti? E’ assolutamente inutile che tu ti fai tutti questi sforzi qua. Insomma, lascia stare.
Questo ti dice la chimica dell’universo, con l’inflessione di Marlon Brando ne “Il Padrino”. E lo fa per decretare con creatività tutta sua il fallimento concettuale del superuomo “No limits”. Per farti tornare non solo con i piedi, ma pure con i coglioni, per terra.
E comunque ne ho altri, di argomenti.
Per esempio, per distruggere definitivamente lo stolto ideale dell’oltreuomo, prendi l’irragionevolezza degli spot anni novanta della Sector: Patrick De Gayardon – pace all’anima sua – faceva free-climbing sugli anelli di Saturno con il suo orologio da polso, senza percepire minimamente quanto fosse invalidante per l’elaborazione della teoria dell’uomo illimitato, la necessità di un strumento di misurazione al seguito: un orologio-tachigrafo-tachimetro-cronografo-barometro.
Ma scusa, tu non eri il tipo tutto “Oh yeah, senza limiti?”
E allora che cacchio te ne frega di sapere che ti trovi a dodicimila metri d’altezza, mio caro ‘mbecille?
Quando hai i superpoteri, non te ne stai lì tutto paranoico a misurare le tue prestazioni e calcolare record.
Non mi pare che a Batman sia mai importato di entrare nel Guinness dei primati.

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AD OGNI CHIAMATA PERSA, UN NUOVO GENOCIDIO

Non è una cosa di cui mi vanto nelle mie cene d’affari, ma credo di essere uno dei più grandi esegeti di Laura Pausini in circolazione.
Conosco la sua discografia di certo meglio delle tabelline, e probabilmente pure meglio delle nostre tre coniugazioni: bizzarro, se si pensa che non ho mai acquistato nemmeno un suo album; naturale invece, se si tiene conto che la Pausini è uno dei prodotti culturali più dittatoriali sfornati dall’industria petrolchimica e radioattiva negli ultimi quattro millenni.
Il Grande Capo ha ben deciso di farmi sentire dappertutto la sua musica.
Apro il frigorifero in cerca del dado vegetale e parte Strani amori. Sollevo il copriwater per non farla sul bordo e parte Resta in ascolto. Apro i “Minima Moralia” di Adorno a pagina 167 perché voglio rileggere il pezzo sullo pseudorealismo e parte Ascolta il tuo cuore. Accendo lo stereo, ci piazzo dentro “Bryter Layter” di Nick Drake, vado direttamente alla traccia numero 8, la mia preferita, e parte Il mio sbaglio più grande.
Una specie di terapia “Ludovico” vitanaturaldurante: mi auguro che abbiate visto Arancia Meccanica sennò non capite di cosa sto parlando.
Il fatto è che si possono pure chiudere gli occhi per evitare di vedere, ma con le orecchie non funziona uguale: non abbiamo un boccaporto per evitare di sentire canzoni malate. E il Grande Capo, che lo sa meglio di tutti, perchè ci ha fatto lui e ci ha fatto così di proposito, se ne approfitta.
E per questo motivo organico, la cosa che mi è accaduta con la Pausini mi è accaduta pure con le suorerie del Nokia 3210.
Ricordo infatti perfettamente non solo la struttura grammaticale di sua ogni singola melodia preimpostata, ma pure la loro successione in memoria.
Perché c’erano tempi in cui la gente credeva ai file midi, al loro potere salvifico dell’anima.
Perché c’erano tempi in cui la gente aspettava di essere circondata dal sottoscritto per scegliere la suoneria midi Nokia preimpostata del 3210 adatta a quello specifico momento della loro vita.
Di solito in luogi noiosi – alla posta, al cinema, in biblioteca, al cimitero, in ascensore – accadeva che questi signori cominciavano a fare i DJ.
Adesso, con lo stereotipo tono nostalgico dico: le cose sono cambiate.
Le persone di oggi non credono più alle suonerie dei cellulari: impostano in modalità vibrazione e poi non rispondono al telefono.
Una di queste persone si chiama Elena Spaziani.
Elena Spaziani è una ragazza nata suo malgrado in un paese imbarazzante; una ragazza che, per motivi ancora sconosciuti dalla scienza ufficiale, mi ritrovo spesso, durante l’arco della giornata, a chiamare al cellulare.
Ovviamente che ve lo dico a fare: è impossibile mettersi in contatto con lei attraverso l’utilizzo delle onde elettromagnetiche. Perché lei non solo imposta il telefono in modalità vibrazione, non solo non risponde alle chiamate, ma nemmeno richiama. Questo è il bello.
Principalmente credo che usi il suo cellulare come un Tamagochi. Appena vede la batteria scarica sta lì tutta preoccupata a cercare il caricabatterie per non farlo morire e quando vede ottantuno chiamate perse, pensa solo che il suo animaletto elettronico abbia fatto i bisognini virtuali sul monitor a cristalli liquidi.
Nonostante questo, io continuo a telefonarle. A non ricevere risposta. A litigare con lei a morte quando me la ritrovo davanti: perché alla fine poi ci vediamo spesso; alla fine poi riusciamo a contattarci attraverso altri mezzi di locomozione dell’informazione.
Dalla telepatia alle zanzare viaggiatrici, dal telegrafo fino a gmail, un modo per comunicare inutilmente lo troviamo.
Gente così è sempre più frequente: ogni giorno nascono in media 803 potenziali nuove Elene Spaziani su questo pianeta. E perciò ci tocca arginare la loro diffusione; e perciò ci toccherà pur sperimentar qualcosa per evitare questo nuova pericolosa forma di deriva della razza umana.
Io personalmente, stavo pensando di collegare un detonatore al suo cellulare, al cellulare di Elena Spaziani; e di collegare a sua volta questo detonatore a svariati chili di esplosivo al plastico.
Il detonatore si attiva al quarto squillo ricevuto dal telefono e fa esplodere la carica di cui sopra, precedentemente piazzata in un grattacielo affollato in centro, modello Twin Towers.
Punto sul senso di colpa:
ad ogni chiamata persa, una nuova deflagrazione.
Il tuo tamagochi fa i bisognini, come pensi tu, cara Elena, e il mondo annovera tra la sua storia un nuovo genocidio.
Vedi te se non ti va di pigiare il tasto verde per dirmi che ci vediamo alle 8 ad Hermannplatz.

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LA MAMMA, ENZO IL FRUTTAROLO E “IL ROMANISTA”

Un mese fa, o poco più: mi trovavo di lunedì, a Roma, a casa di una mia amica romanista e come se non bastasse dopo una vittoria in casa della “Magica” con più di due gol di scarto.
In pratica, il peggiore allineamento dei pianeti in cui sia possibile imbattersi in una sola vita. In gergo tecnico si chiama sfiga.
E’ una donna intelligente la mia amica: sveglia, brillante, ben dotata di senso dell’umorismo. Però c’ha questo piccolo difettuccio che è una specie di papa boys di Benedetto Totti X.
Ma ognuno di noi a sua maniera è una scomoda creatura di Dio: io, per esempio, compro lozioni autoabbronzanti da 23 euro in negozi prettamente femminili. Per cui, non posso far altro che assolverla a priori dai suoi peccati.
Sta di fatto che quella era una placida e autunnale mattinata romana, una mattinata in cui nell’aere aleggiava quel classico odore di portacolori nuovo che ogni settembre mi riconduce sulla soglia della mia fancuillezza, proustianamente. Un odore che mi riporta coi sensi agli inizi della scuola e della mia carriera su questo pianeta e che mi suggerisce di applicare la stessa speranza sul futuro che avevo da infante al mio tetro e ormai irrimediabile futuro.
Ed ecco che, in un’atmosfera così sfocata e rarefatta, romantica e ideale, arriva la mia amica e distrugge tutto perché dobbiamo andare dal giornalaio a comprare “Il Romanista”.
E vabbè, alla fine, dai, l’edicola è proprio sotto casa, mi dice. Eh sì. Peccato che ci becchiamo subito, sul pianerottolo, il primo handicap della realtà: la sua vicina di casa, una neomamma. Una neomamma armata. Una neomamma armata di prole al seguito.
Già, una neomamma. Quella specie di malattia il cui sintomo principale è l’abuso della preterizione “Non lo dico perché è mio figlio” subito seguita dalla locuzione standard “ma è il bimbo più bello del mondo!”.
Lei, il suo passeggino con lo spoiler e il suo atto di egoismo sbavante di quattro mesi con gli occhi azzurri e i pannolini, ci bloccano l’ossigenazione al cervello per quasi un quarto d’ora. Un quarto d’ora della mia vita che non tornerà più, ci tengo a precisare.
Voglio già tornare a casa, ma la mia amica mi convince di nuovo. Mi ripete ancora una volta che vabbè, dai, alla fine l’edicola è prorio sotto casa: peccato che il proprietario, a quanto pare laziale rosicone da più di trentadue generazioni, trova il groviglio di scuse meno plausibile del quarantunesimo parallelo per glissare la vendita.
– Piccolè, mo’ te dico: er romanista cellò, ma sta de qua non c’è posso annà a pijallo. O vedi do sta, sta là, non c’arivo coe mano. E poi stavo a chiude; mi moglie c’ha messo l’acqua sopra pa’ carbonara.
A parte il fatto che erano le nove e un quarto del mattino, mi pare ulteriormente importante chiarire la natura fenomenologica della barriera architettonica intenta a fare ostruzionismo commerciale: una bottiglia di acqua Uliveto.
Insomma ci tocca fare un altro miglio per recuperare la roba da un altro spacciatore di carta stampata. Poi, prima di tornare a casa, passiamo da Enzo il fruttarolo a comprare le melanzane.
Enzo il fruttarolo è un commerciante esatto che principalmente esiste per dirti che la sua frutta è la migliore che c’è in tutta Roma. E in base a questo tu ti chiedi se il suo fornitore ortofrutticolo riserva all’ingrosso solo ed esclusivamente a lui ortaggi celestiali, se per motivi personali rifila le sòle agli altri fruttaroli o se più semplicemente questi ultimi hanno meno necessità psicologiche di farsi belli agli occhi degli altri.
Finalmente rincasiamo. Ed io mi metto un grembiule a quadretti bianchi e rossi e con dei piccoli mattarelli ricamati. Pare la giornata di merda sia finita lì e invece no: l’Uno al di sopra del bene e del male, vuole ancora fare il sadico con me, evidentemente.
Infatti, mentre cucino un ottimo primo con pummarola melanzane fritte mandorle tostate e pinoli, la mia amica mi declama dal primo all’ultimo trafiletto sputato del fazioso quotidiano faziosamente giallorosso. Il quotidiano dei tifosi più tifosi del mondo, come dicono loro.
Ad un certo punto sento qualcosa che mi suona come un “Il capitano corre come un Dio tra le rupi dell’Olimpo, perché Totti è Dio”. Non che mi sarei aspettato qualcosa di diverso. Ma tutto questo, a qualcosa serve: riconosco subito, negli esercizi di stile della redazione, la stessa identica mitopoiesi della mamma col proprio figlio e di Enzo il fruttarolo con la sua frutta.
E mi rendo conto così, per l’ennesima volta, di quell’innato istinto religioso che ci porta ad amare incondizionatamente cose incomprensibili come un trequartista, una zucchina e un figlio.

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MA TU TI RENDI CONTO CHE IN AFRICA SI PRATICA ANCORA L’INFIBULAZIONE?

– “Ma tu ti rendi conto che ancora oggi ci sono certi popoli in Africa che praticano l’infibulazione?”- mi ha chiesto (o detto) Martha.
– “Beh, se è per questo noi occidentali seguiamo Beautiful da più di vent’anni” – le ho risposto.
Poi la discussione non è proseguita perché è arrivato un tizio inglese che, non so come, ma ha fatto virare la conversazione sul fatto che la sera prima, sbronzo com’era, ha preso il taxi per tornare a casa e poi si è accorto che non aveva i soldi per pagare il tassista. E ovviamente ha vinto l’attenzione del pubblico con la sua storia originale in lingua originale.
Tutta colpa sua perciò se Martha non ha avuto neanche il tempo di dirmi che secondo lei Beautiful con l’infibulazione non c’entra niente, cosa c’entra adesso Beautiful.
Sì che testuali parole avrebbe usato, ma l’ha detto Nostradamus.
E’ un peccato però che Martha non abbia ascoltato quello che avevo da dire: mi andava proprio quella mattina di alzarle temporaneamente il quoziente intellettivo.
Che poi, per la verità, non mi apprestavo ad enunciare mica chissà quale sacrosanta nozione di trigonometria gnoseologica. Piuttosto era algebra.
Volevo solo spiegarle che dato uno o più insiemi di impronte di carbonio – più propriamente detti esseri umani – ogni insieme sarà in grado di produrre autonomamente infinite interpretazioni sbagliate della realtà – più propriamente dette codici culturali.
E poi avrei pure aggiunto che, dato questo numero infinito di interpretazioni sbagliate della realtà, nonostante sia euristicamente possibile, non esiste un modo sbagliato di interpretare la realtà più giusto dell’altro.
Ad ognuno i suoi codici culturali, dunque. Ad ognuno le sue stronzate, perciò.
Si vabbè, ci siamo affezionati così tanto a Ridge Forrester che ci appare più razionalmente comprensibile lui di una mutilazione genitale femminile, ma è solo questione di abitudine metabolica: andate a chiedere ad un africano se per lui il mascellone più clamoroso della tv ha un senso, un fondamento logico; poi vediamo.
Tutto questo stavo per dire, prima che il signor Harley Davidson e Marlboro Man entrasse in scena impennando sulla bottiglia di tequila della nottata – che nottata ragazzi – precedente.
Ma la sua interruzione è stata quanto di più fisiologico poteva accadere. Perchè questi discorsi non funzionano col pubblico, giacché non servono a niente sul piano tecnico della vita; anzi, fondamentalmente sono controproducenti per il corretto proseguimento della realtà.
Ad acoltare attentamente ‘ste cose, chissà quanti incantesimi ideologici si spezzerebbero.
L’amore intanto. La prima forma di ipnosi che smetterebbe di funzionare se si scoprisse di punto in bianco che la condivisione di idee col tuo lui o la tua lei non è poi questo popò di fenomeno metafisico, visto che tutti e due provenite più o meno dallo stesso fuso orario ideologico. Anzi, mi pare veramente il minimo che possa accadere, se, come abbiamo visto, ogni fuso orario ideologico ha le sue stronzate di riferimento.
I vostri gusti si incontrano?
Wow! Ma guarda te com’è imprevedibile la vita! Manco se uno dei due fosse un esquimese della seconda metà del secolo scorso.
Rincoglioniti: non ci si innamora di una persona, ma di un paradigma di nozioni comuni.
Perché le vostre idee erano già condivise prima che v’incontraste: dunque smettetela di guardarvi negli occhi con stupore, quando l’uno dice all’altra che pure a lui piace Franco Battiato e che pure a lei piace viaggiare un po’ così alla buona, con uno zainetto in spalla.
Sì, uno zainetto Invicta di stronzate che volenti o nolenti, vi portete dietro tutta la vita, ma su una bretella sola però, come facevate quando andavate a scuola. Per fingere che eravate fighi e ribelli, di fronte a mamma cultura.

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CHE C’E’ PER CENA DOMANI? ZUPPA DI CECI IN GINOCCHIO SUI CECI?

– Io vorrei capire una volta per tutte perché il cibo che trovi in giro deve essere di questa scomodità essenziale. Prima il rituale del kebab, che più di un atto di nutrizione per me era piuttosto una performance di body painting (le mie magliette possono confermare); mo’ arrivo qui in Germania e mi tocca imparare a mangiare la “boulette mit brotchen”, questa specie di polpettone la cui estensione territoriale ricorda grossomodo quella dell’Australia, racchiuso – si fa per dire – da un panino così minuscolo che pare direttamente prelevato dalla casa delle bambole di mia cugina Mariella. Per la serie, sproporzioni assolutamente immotivate.
Come cacchio la gestisci una cosa così? Non è mica facile da manipolare. Ti vengono i calli al cervello solo a pensare da che parte devi cominciare senza che ti cada tutto per terra.
E’ più pratico da mangiare un castello di carte, secondo me. Ma tanto non è finita: ne sono sicuro, un giorno troverò qualcosa di ancora più ostico. C’è un prossimo passo della sofferenza gastronomica dietro l’angolo, lo so, e a breve mi toccherà sperimentarlo. Tesoro, che c’è per cena domani? Zuppa di ceci in ginocchio sui ceci?

Questo dicevo al mio amico liutaio mentre faceva la mossa di pagare lui, per poi rispolverare il grande classico che aveva dimenticato di prelevare al bancomat. Una cosa a cui sono particolarmente intollerante, altro che lattosio.
E comunque in totale due pasti inafferrabili per quattro euro e cinquanta. Se non altro per torturarsi la deglutizione qui all’estero si spende meno.
Il liutaio comunque non se n’era fregato niente di tutto questo. Né del fatto che avevo pagato quattro euro e cinquanta, né tantomeno del fatto che avevo pagato quattro euro e cinquanta di pura sofferenza.
Il liutaio: quel tipo di uomo che tiene sugli scaffali le stesse boccettine di solventi chimici di un serial killer, tipo l’iposolfito di sodio. Non c’è da fidarsi di gente come lui.
Il liutaio, quel tipo di falegname che siccome col legno ci costruisce un aggeggio che fa suoni romantici, allora diventa subito per il sesso femminile un personaggio struggente. Non c’è da fidarsi di gente come lui.
Il liutaio, quel tipo di sordomuto che ha una passione sì forte per l’orecchio intellettuale, che non ascolta mai discussioni generiche, ma solo quarte sinfonie in MI minore. Non c’è da fidarsi di gente come lui.
Totalmente refrattario al mio spirito pragmatico, eccolo a contatto con la parte di monologo successiva al pasto.
– Cioè, la definizione di design di Bruno Munari è chiara: il design non è principalmente attenzione per la forma, come solo apparentemente tanti ingenui continuano a credere, quanto piuttosto scrupolo per la praticità applicato alla bellezza.
Ecco perché secondo me bisognerebbe inventare una nuova professione: il designer del cibo.
Io voglio assaporare una cosa buona senza pensare ogni secondo che la vita fa schifo, capisci? Perché – ogni volta la stessa storia – era questo ciò che mi veniva in mente ai miei primi settecento kebab che mi buttavo addosso. Ed è quello che mi verrà in mente d’ora in poi, ogni qual volta mi troverò a sfidare a singular tenzone una boulette mit brotchen.
Molto saporita, per carità, con quei pezzetti di cipolla e tutto quel grasso sarebbe veramente difficile trovarla poco stuzzicante; certo è digeribile più o meno quanto una zuppa di videoregistratori, ma quella è un’altra storia. La faccenda è che comunque io prima, mentre la mangiavo, investivo speranza in una morte istantanea. Non so se te ne sei accorto. Ero colto da una sofferenza tale, da essere soggetto al più estremo anelito di eutanasia.
Da oggi in poi voglio evitare tutto questo. Essenzialmente perché è contraddittorio. Che cacchio di edonismo è un edonismo che ti fa stare male?
No, una cosa buona non deve essere scomoda. Per questo io non sono proprio d’accordo con tutte le mosse del kamasutra.
Il liutaio questa volta perlomeno annuiva. Poi però ho scoperto che dietro di me c’era un manifesto di un concerto diretto dal grande Daniel Baremboim il prossimo 6 novembre. Annuiva al tipografo che l’aveva stampato, perciò.

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L’AVARIA DELLA COMUNICAZIONE EROTICA E’ IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO

L’attesa è lunga. Veniamo a sapere della festa aziendale due mesi prima della data fissata. Una premeditazione in stile annuncio di matrimonio fatto ad amici e parenti.
Quante volte vi sarà capitato di sentire frasi tipo “Ragazzi, abbiamo una cosa importante da dirvi: nel 2017 ci sposiamo!!”. Ecco sì, questa categoria di anticipazioni a cui verrebbe voglia di rispondere volentieri “E che ne sapete, magari nel 2015 uno di voi due perde una gamba in un incidente stradale e l’altro lo molla perchè non se la sente di passare la vita con un handicappato”. Cose carine di questo tipo, viene da rispondere.
Sì, comunque, l’evento “Sommerfest 2012 Arvato” è pubblicizzato con toni più che apocalittici per la serie il nuovo kolossal di James Cameron sta arrivando sui nostri schermi. Su Youtube riesco a scovare in anteprima un trailer, ma è protetto dalla Cia, mentre la locandina pubblicitaria affissa nella sala lounge dove consumiamo i nostri monopasti in solitudine collettiva, mi informa delle coordinate intergalattiche che mi permetteranno di arrivare sul posto. Ma è tutta una copertura per dare l’impressione che sia una festa normale. In realtà le corrette indicazioni stradali si trovano rigorosamente in codice in una traccia nascosta all’interno dell’album Black Tie White Noise di David Bowie.
E’ una festa massonica; è vero, non c’è bisogno di dire Fidelio all’ingresso, ma si narra che nel lontano 2011 un dipendente abbia dimenticato il cartellino di riconoscimento aziendale a casa e sia stato punito con l’obbligo molesto di passare una serata con Pau dei Negrita. Roba tosta, da far accapponare la pelle.
Insomma, evidentemente lo stile Eyes wide shut non si limita ai millantati accoppiamenti promiscui che i colleghi più anziani raccontano per infarcirci di aspettative.
E comunque l’ultimo film di Kubrick non é l’unica pellicola ad essere scomodata per rendere l’idea. Tutto l’immaginario cinematografico d’autore è evocato. Si raccontano pure esperienze psicotrope in stile Paura e delirio a Las Vegas e per i più romantici e passionali fioccano le atmosfere di Ultimo Tango a Parigi.
In ufficio, nei giorni immediatamente precedenti, il pane lievita. La gente non ci dorme la notte. La sensazione è che, dall’annuncio in poi, si stiano tutti mettendo il mascara. Pure i maschi. Pure io.
La pantomima dei rapporti sociali, lo stalking ed il mobbing sessuale si sublimano in sguardi e gesti che dissimulano normalità; ma al di sotto della crosta, la tensione erotica è tale che è vietato l’ingresso ai minori di 16 anni non accompagnati da genitori di mentalità aperta.
Arriva la festa e non delude. L’open bar serve vino atto a generare tutto un ventaglio di disagi fisici che vanno dal mal di testa all’aneurisma. Comunque succede di tutto.
Persone che non si erano mai salutate nemmeno studiano insieme come ristrutturare la casa al mare di lui. Donne misantrope ti abbracciano per farti sentire che odore fanno i loro capelli (un ottimo odore, l’odore di un paradiso arredato da Ettore Sottsass).
Ogni tanto c’è pure qualcuno che dice qualcosa d’intelligente. Chi l’avrebbe mai detto.
Poi però il giorno dopo arriva e ti rendi conto che tutto è tornato come prima. Le persone che qualche ora prima studiavano insieme come ristrutturare la casa al mare di lui hanno ricominciato a non salutarsi. Le donne che ti abbracciano per farti sentire che odore fanno i loro capelli sono tornate ad essere misantrope. Si ristabiliscono i vecchi protocolli di comunicazione.
Un grande classico delle relazioni sociali. L’ennesima dimostrazione che abbiamo bisogno di un’autorizzazione dall’alto per permetterci di strafare. Ma poi strafare; più che altro per sentirci liberi di copulare senza ricamarci su frasi poetiche d’autore.
Perché noi gente non siamo stati forse progettati per maturare un concetto pieno di libertà sessuale in piena autonomia e per fare ciò che ci va di fare abbiamo bisogno di vedere che prima di noi c’è qualcun altro che fa la stessa cosa, altrimenti mica ci muoviamo. Ecco come funzionano le feste, ecco come funzioniamo o meglio malfunzioniamo noi. L’avaria della comunicazione è il pane quotidiano della nostra vita erotica.

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PERCHE’ NON RIESCO A TUFFARMI A SINISTRA?

Ora non importa chi ha organizzato la partitella. Sta di fatto che qualche giorno fa è venuto un tizio da me chiedendomi: “Tu giochi a calcio?”. Ed io ho risposto di sì. Un sì bello, convinto. Un sì venuto particolarmente bene. Un sì che non lasciava presupporre nessun retropensiero articolato del tipo: “In realtà ho giocato per un sacco di anni sotto casa coi ragazzi del quartiere ci costruivamo le porte con delle assi di legno o talvolta piazzavamo solo due pietre a mo’ di palo poi a diciassette anni ho smesso perché ho scoperto che esistevano le mie coetanee e perché ho cominciato a fumare da allora ho toccato un pallone solo sporadicamente in spiaggia per fare il socievole e poi sì una volta m’è capitato pure di giocare una partitella intera su un vero campo di calcio a cinque ed è finita che ho vomitato la cistifellea a metà del primo tempo perché pur di non far notare che stavo per morire ho continuato a giocare”.
Insomma, un sì che ometteva un chilosecolo di sottintesi; ma ormai era fatta, ero stato convocato. E perciò, come ultimo rimedio, avevo deciso di propormi come portiere: ché almeno se sei una pippa forse si nota meno – pensavo – e poi un portiere non si rifiuta mai. E’ più facile dire di no a Scarlett Johansson se ti chiede di uscire stasera piuttosto che dire di no ad un tipo qualunque se ti chiede di poter giocare stasera in porta. No, un portiere non lo si rifiuta mai.
Comunque: due ore dopo ero già in un negozio di articoli sportivi ad acquistare un paio di guanti da professionista e due ore e mezza dopo ero già a casa a bestemmiare perché non mi entravano. Nel mondo occidentale lo chiamano “reparto bambini”, il posto dove li avevo presi.
Adesso però, per creare un po’ di pathos telecronistico, la partita ve la devo raccontare con l’indicativo presente.
La gara inizia bene. Una difesa coriacea mi permette di ripassare sul secondo palo per l’interrogazione di geografia. Arrivato alla densità demografica del Canada vengo a sapere il risultato da un guardone in sedia a rotelle che se la gode a bordo campo: stiamo vincendo 5 a 0.
Il solito gufo maledetto menagramo. Dalla sua soffiata in poi, i miei avversari si scatenano con tiri dalla distanza così potenti che se ci fossero ancora i dinosauri sapremmo come abbatterli.
Reagisco bene. Una prestazione magnifica signori e signore; mi tuffo a ripetizione. Tredici miracoli consecutivi: i miei compagni di squadra cominciano a pensare di mettere al mondo una bambina solo per farmela sposare tra vent’anni.
Gloria effimera: poco dopo mi giunge da fuori area un tiro tutto sommato normale. Vedo la palla ruotare, sono ben piazzato, posso prenderla, è alla mia portata, ce la faccio: ma come quando nei sogni ti capita di voler toccare il sedere alla tua collega d’ufficio e di non riuscire ad allungare la mano, sì, avete capito. Rimango immobile ed è 5-1.
L’esperienza si ripete di nuovo e poi una volta ancora. E allora capisco qual’è il problema e lo capiscono ahimè pure gli avversari. Non riesco a tuffarmi sulla mia sinistra, i miracoli che ho fatto prima li ho fatti perchè i tiri erano tutti direzionati alla mia destra e tutti i gol che prendo li prendo sul versante occidentale della mia porta. La partita finisce qualcosa come settemila a cinque ed io vengo umiliato negli spogliatoi manco avessero scoperto tutt’un tratto che mio padre è Toto Cutugno.
Torno a casa in metro, turbatissimo. Continuo a chiedermi: perché non riesco a tuffarmi a sinistra? Perché non riesco a tuffarmi a sinistra? Perché non riesco a tuffarmi a sinistra?
Sono talmente turbato che non riesco nemmeno a rielaborare il costrutto grammaticale della questua in maniera un po’ più creativa. E dunque di nuovo: perché non riesco a tuffarmi a sinistra? Perché non riesco a tuffarmi a sinistra? Perché non riesco a tuffarmi a sinistra?
Insomma, mi convinco che dietro questa cosa ci sia un trauma infantile, per cui decido di andare dallo psicologo. L’appuntamento è domani e non vedo l’ora di sapere che faccia farà appena gli confesserò cos’è che mi affligge.

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UN AMORE

Partì alle sei e mezzo. Trovò le strade vuote. Peccato che il cielo fosse grigio.
Ogni volta che premeva sul pedale dell’acceleratore era uno spazio in meno che lo separava da lei. Lui di solito prudente fino all’esagerazione, volava attraverso la città. Le case ancora addormentate e livide, i semafori ancora occhieggianti barbagli gialli, la città colta di sorpresa.
Imboccò l’autostrada del Sole che il sole non era ancora riuscito a rompere la bruma. La pista era deserta.
Mai aveva provato a guidare a centoventi centotrenta all’ora.
Accelerando, l’angolazione a imbuto delle righe bianche si contraeva stringendosi in modo preoccupante. Lei di certo dormirà a quest’ora. Sola? Lei era laggiù oltre l’orizzonte, lontanissima ancora.
Intorno, non case, non fattorie, non colonnette di benzina come sulle strade solite. La campagna deserta. Prati fumiganti di nebbia e in fondo i lunghi schieramenti di pioppi altissimi a quinte successive che si perdevano in lontananze. Via via che lui correva, da una parte e dall’altra gli alberi ruotavano concentrandosi in folla verso l’estremità del rettilineo e poi sgranandosi di fianco, mentre altri, più lontani, gli correvano avanti a rinserrarsi verso l’orizzonte; come se due immense piattaforme girassero in senso opposto una a destra, una a sinistra.
Non esisteva ancora il sole ma si capiva che dietro i velari di umidità e di nebbia, il sole c’era. Tutta la sterminata campagna lo aspettava, infreddolita. E a mano a mano che la lancetta bianca del tachimetro saliva con nervose oscillazioni, l’aria fredda faceva gorgo sulla nuca.
Poi gli parve che nel loro moto, corrispondente in senso inverso allo spostamento della macchina, i filari dei pioppi intendessero dirgli una cosa. Sì, la fuga degli alberi – intreccio fluido e cangiante di prospettive in  una duplice rotazione della campagna a perdita d’occhio – aveva assunto una speciale intensità di espressione come quando uno sta per parlare.
Lui correva, volava anzi in direzione dell’amore e pure gli alberi che, scivolando al limite delle praterie, erano portati via da qualcosa più forte di loro. Ciascuno aveva una sua fisionomia, una forma speciale, una sagoma diversa. Ed erano tanti, migliaia e migliaia. Eppure una comune forza li trascinava nel gorgo. Tutti i pioppi della smisurata campagna fuggivano esattamente come lui ruotando in due vastissime ali ricurve.
Era uno spettacolo, nel solitario mattino, con la strada vuota dinanzi e i prati vuoti, le campagne vuote, non si vedeva un’anima, sembrava che, tranne lui, tutti si fossero dimenticati che esistesse quel pezzo di mondo. E lei era laggiù in fondo, dietro l’ultimissimo sipario di alberi anzi molto più in là, probabilmente stava dormendo con la testa sprofondata nel cuscino, fra lista e lista delle tapparelle la luce del giorno penetrava nella stanza illuminando la massa dei suoi capelli neri, immota. Era sola?
Allora, egli capì il senso di quel naturale incantesimo. Che cosa infatti volevano dirgli i filari di pioppi all’orizzonte che vanno in corteo e sembrano sfuggirlo e nello stesso tempo corrergli incontro, per poi allontanarsi alle sue spalle, nella nebbia, consumati, mentre nuove schiere appaiono dinanzi inesauribili precipitandosi su si lui?
Di colpo egli capì ciò che dicevano, capì il significato del mondo visibile allorché esso ci fa restare stupefatti e diciamo “che bello” e qualcosa di grande entra nell’animo nostro.
Tutta la vita era vissuto senza sospettarne la causa. Tante volte era rimasto in ammirazione dinanzi ad un paesaggio, a un monumento, a una piazza, a uno scorcio di strada, a un giardino, a un interno di una chiesa, a una rupe, a un viottolo, a un deserto. Solo adesso, finalmente, si rendeva conto del segreto.
Un segreto molto semplice: l’amore. Tutto ciò che ci affascina nel mondo inanimato, i boschi, le pianure, i fiumi, le montagne, i mari, le valli, le steppe, di più, di più, le città, i palazzi, le pietre, di più, il cielo, i tramonti, le tempeste, di più, la neve, di più, la notte, le stelle, il vento, tutte queste cose, di per sé vuote e indifferenti, si caricano di significato umano perché, senza che noi lo sospettiamo, contengono un presentimento d’amore.
Quanto era stato stupido a non essersene mai accorto finora.
Che interesse avrebbe una scogliera, una foresta, un rudere se non vi fosse implicata un’attesa? E attesa di che se non di lei, della creatura che ci potrebbe fare felici? Che senso avrebbe la valle romantica tutta rupi e scorci misteriosi se il pensiero non potesse condurci lei in una passeggiata del tramonto tra flebili richiami di uccelli? Che senso la muraglia degli antichi faraoni se nell’ombra dello speco non potessimo fantasticare di un incontro? E l’angolo del borgo fiammingo che ci potrebbe importare o il caffè del boulevard o il suk di Damasco se non si potesse supporre che anche lei un giorno vi passerà, impigliandovi un lembo di vita?
E l’erma cappelletta al bivio col suo lumino perché avrebbe tanto patos se non vi fosse nascosta un’allusione? E a che cosa allusione se non a lei, alla creatura che ci potrebbe fare felici?
Quanto meschina sarebbe, di fronte ad un grande spettacolo della natura, la nostra esaltazione spirituale se riguardasse soltanto noi e non potesse espandersi verso un’altra creatura.
Perfino le montagne che egli aveva intensamente amato, le nude scabre inospitali rupi in apparenza così antitetiche alle cose d’amore adesso assumevano un senso diverso. La sfida alla natura selvaggia? Il superamento dell’io? La conquista dell’abisso? L’orgoglio della vetta? Che spaventosa cretineria sarebbe, se consistesse solo in questo. Difficoltà e pericoli diventerebbero ridicolmente gratuiti. A lungo egli aveva meditato al problema senza riuscire a risolverlo. Adesso sì. Nell’amore per le montagne si annidava clandestinamente un altro impulso dell’animo.
Se quando era ragazzo uno glielo avesse detto, e lui avesse potuto capire, ciononostante avrebbe detto di no, che non era vero, per una forma di pudore. Così anche gli altri diranno di no, che è un’idiozia, che è retorica, romanticismo fuori tempo. Eppure interrogati, non sapranno indicare altrimenti perché li commuove la burrasca marina o l’arco diroccato dei Cesari o la dondolante lanterna nel vicolo dei bassifondi. Mai confesseranno che in quelle scene c’è anche per loro il richiamo a un sogno d’amore, nonostante il disgusto che una simile espressione possa dare.

Un amore, Dino Buzzati, pp. 110-114, 1963

 

 

VIVIAMO IN UN MONDO DI QUARTIERI SOPRAVVALUTATI

Per dire, una mia conoscente è stata in grado di dire che il principe William è bello. E consentitemi di pensarla così: non è un’idea sua.
Non perché la suddetta mi abbia dimostrato negli anni di avere un particolare gusto estetico, ma piuttosto perché, ne converrete, nemmeno in un mondo quadridimensionale o in un microcosmo privo di accelerazione di gravità il principe William può usufruire del di cui sopra aggettivo qualificativo. E perciò resta da capire perché in questo mondo tridimensionale e soggetto all’accelerazione di gravità questa cosa invece succede.
Ve lo dico io perché succede: perché questo mondo sarà pure tridimensionale e soggetto alla forza di gravità, ma ci trovi comunque troppa gente che si fida delle idee di altra gente, altra gente che si fida delle idee di altra gente ancora, altra gente ancora che si fida delle idee di altra gente ancora e ancora e così via. Si chiamano se vuoi, sovrastrutture.
Insomma: ora non so fino a che punto, ma lo sapete che una buona percentuale di opinioni nostre non sono nostre. Avete capito dove voglio arrivare: in Via Del Parere Manipolato, o in Piazza Della Stronzata Socialmente Condivisa. Due posti che saranno pure dislocati in quartieri diversi, ma che comunque si trovano entrambi, fortunatamente, in quartieri piuttosto fighi. Anzi meglio: uno figo e uno fighissimo; ed entrambi, ovviamente, nella stessa città: Luogo Comune.
Eddai che ce lo sapete pure voi peraltro: in ogni città ci sono quartieri fighi e quartieri fighissimi. E, di conseguenza, quartieri sfigati. E’ proprio questo l’argomento di conversazione che ho scelto per oggi.
Non ci avevate mai fatto caso che i vostri amici e/o conoscenti hanno sempre questa tendenza a sopravvalutare determinate zone della vostra città e a sottovalutarne altre?
Per me, indipendentemente dal codice di avviamento postale in cui mi ritrovo a vivere, ogni volta è la stessa storia. Si ripropongono sempre questo tipo di discorsi tra la gente della mia età.
– Che facciamo stasera?
– Noi andiamo a bere nel quartiere sopravvalutato.
– In quale quartiere sopravvalutato? Il quartiere sopravvalutato numero uno o numero due?
– Nel numero tre.
Mai nessuno che ti invita a passeggiare a zonzo in un quartiere sottovalutato, poniamo il caso, nel quartiere sottovalutato numero due. Lo spirito critico latita dunque, anche nel settore topografico.
Io di questa cosa per la verità mi sono un po’ stancato e perciò ho parlato con un tizio che sta per affittarmi un posto letto dentro l’intestino di un coccodrillo dove ho intenzione di restare almeno per i prossimi quindici anni. La speranza è che nel frattempo qualcosa cambi e che, giovani e meno giovani, grandi e vecchi, insomma persone, la smettano di sottovalutare questo quartiere e sopravvalutare l’altro e decidano che è arrivato il momento di passare la serata senza subire l’influenza di alcun tipo di paranoia urbanistica. Sogno un mondo con un piano regolatore equo e solidale e antispecista.
Magari esco dal coccodrillo, e mi ritrovo davanti un pianeta diverso, che ne so. Un pianeta dove un tizio mi incontra e mi dice di andare a fare un giro stasera nel quartiere sottovalutato. O che un tempo era sottovalutato e adesso è un quartiere come tutti gli altri. Voglio essere ottimista.
Nel frattempo però, io devo racimolare i soldi della caparra da versare al tipo per l’affitto dell’intestino del coccodrillo. E ho l’impressione che ci metterò un po’ di tempo, per cui mi preparo per bene pure stasera ad incontrarmi con gli amici e con la gente a Kreuzberg, il quartiere turco che va così di moda qui a Berlino. E mi preparo pure per quando tornerò a Roma a trovare gli amci e la gente che ho lasciato lì, forme di vita che mi porteranno di sicuro o al Pigneto o al massimo a Piazza Trilussa.

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IL NOSTRO DNA E’ A FORMA DI RIGATONI ALL’AMATRICIANA

Metti una sera, superati i trent’anni, che ti sbronzi troppo. Ti sbronzi a tal punto che quando stai guidando per tornare a casa sei convinto – ma proprio convinto – di essere l’uomo-ragno.
Metti che questa sera, prima di guidare per tornare a casa, sei stato con certe persone pure loro sbronze ai tuoi livelli: ai livelli di cui sopra.
Metti tutto questo, e tutto questo comunque non giustifica il fatto che una di queste persone – una donna – ad un certo punto della serata è entrata in un supermercato e si è messa a rubare come facevo io alla Standa quando ero piccolo. Refurtiva nello zainetto scolastico colorato.
In pratica, un gesto retrò. Meglio: una bravata analogica nell’era digitale e guardona del Grande Fratello. Microbotelecamere di sorveglianza pure nel duodeno e questa che mi fa la ladra come se fossimo appena usciti da una società rurale.
La spiegazione c’è, dietro l’angolo, clemente e banale: stando ai recenti sondaggi, la tipa è una di quelle che ha sempre bisogno di farsi notare. Cosa confermata, tra l’altro, da un acconciatura piuttosto appariscente o che quanto meno presuppone un parrucchiere scoordinato.
Orbene comunque, nonostante tutto, poco prima della bravata analogica di cui sopra, qualcosa di buono aveva fatto: non il parrucchiere, beninteso, ma la tipa di cui sto parlando da tre ore senza motivo apparente.
Se ne era uscita con un’affermazione totalitaria, seguendo pedissequamente la quale il sottoscritto sarebbe “Uno stereotipo dell’italiano medio”.
E cacchio, non ci avevo mai pensato a quest’eventualità.
Certo, a primo impatto, ovviamente, non l’avevo presa sul serio. Tutto concentrato com’ero a sognare di sorvolare il cielo di Berlino su una farfalla variopinta con un’altra donna presente in serata – la mia preferita del sistema solare, credo – avevo lasciato correre. Ma appena ero tornato a casa, appena era finito l’effetto sbronza uomo-ragno ed ero tornato ad essere essenzialmente un uomo-uomo, ci avevo riflettuto su e mi ero reso conto che poi non è che aveva tutti i torti; la stolta.
Però: chi l’avrebbe mai detto che una donna con un brutto taglio di capelli e un tatuaggio di Marylin Manson sulla cellulite mi avrebbe portato a riflettere. Ah, sì, del tatuaggio non vi avevo ancora detto niente.
Dunque mi ero chiesto in meditazione: cos’ho di italiano io più di uno svizzero? Cos’ho di italiano io più di un colombiano? Perché sono più italiano io di un tedesco? Insomma, questo tipo di domande malformulate qui. E, nonostante le domande malformulate, una risposta malformulata alla fine l’avevo trovata e l’avevo messa sul comodino con l’idea di ritrovarla il giorno dopo. E invece, no. Non c’era più.
Scherzo, eccola qui:
Ciò che mi rende più italiano di un tedesco, è che affronto la vita come se fosse un esame per entrare alla Sorbonna. Ciò che ho di italiano io più di un colombiano è che inseguo una struttura a canovaccio nel tempo che ho davanti. Ciò che mi fa essere più italiano di un tedesco, è che cerco la biografia a tutti i costi, quella che vista da fuori alla fine ce l’hai fatta. Perché gli italiani siamo così. E non ditemi di no.
Facciamo i fighi, giriamo il mondo magari, eppure continuiamo ad ad essere una specie rarissima di ragionieri del proprio destino che prendono la vita con pesantezza.
Potremmo sniffare copertoni essiccati con Jimi Hendrix in una roulotte parcheggiata sul deserto del Nevada in questo momento, e, ciononostante, non riusciremmo mai a toglierci dalla testa la nostra visione del mondo come modello prestampato. Viviamo in paranoia progettando e organizzando cose che non accadranno mai, o che nella migliore delle ipotesi, accadranno diversamente. Abbiamo un approccio al futuro burocratico, che ci possiamo fa’. E’ il DNA. Un DNA a forma di rigatoni all’amatriciana.

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