Archivi tag: capitalismo

SUL FRECCIAROSSA C’E’ IL COMMENDATOR MARRACCI

Io ho tante tesi da esporre contro la procreazione: quasi tutte.
Contro l’utilizzo della sacca amniotica io per esempio dico che, se ci metti dentro un embrione, un giorno quello stesso embrione sarà costretto a portare la macchina dall’elettrauto.
A telefonare ad una zia antipaticissima per fargli gli auguri di compleanno.
Ad andare dal dentista per estirparsi un premolare.
A rifarsi la carta d’identità nel proprio comune di residenza.
A reinstallare il sistema operativo dopo aver formattato il pc.
Ad accompagnare all’aeroporto la sorella della sua ragazza che gli sta antipatica.
A viaggiare su un Frecciarossa che fa la tratta Bologna-Roma.
A questo proposito ho un po’ di domande per Trenitalia: ma non mi avevi detto che sarebbe stato un viaggio all’insegna del più estremo comfort? E allora mi dici che cacchio ci fanno dei manager nella mia carrozza? Come si concilia il benessere di bordo con la presenza di figure imprenditoriali?
Cioè spiegami un attimo, Trenitalia: non consenti l’accesso ai malviventi che mi fottono il portafoglio mentre dormo e poi fai entrare questi shampisti dell’esistenza tutti alle prese con i loro problemi di bilancio?
Ho già accettato la presenza dei bambini sotto i cinque anni nel mio stesso pianeta e ammetto che è stato difficile, ma accogliere un manager nel mio vagone è troppo. Non possiedo la misericordia necessaria per tollerare una tale forma di aberrazione cromosomica.
Rimpiango i tempi in cui ad ogni forma di locomotiva corrispondeva una dichiarazione dei redditi.
Una volta c’era l’espresso per i disagiati come me, l’intercity per la classe media e l’intercity plus per l’aristocrazia. Adesso invece tu, Trenitalia, mi costringi a prendere un siluro futuristico sparato a 300 km/h che non mi rappresenta e non mi consente nemmeno di essere povero come si deve.
Cosa ne è stato dei tempi ginecologici della Freccia del Sud, che quando arrivavi a Catania da Milano non solo stavi un giorno rincoglionito per il jet-lag, ma tua moglie aveva già partorito?
Bei ricordi batterici peraltro sulla Freccia del Sud, un treno in fase terminale, l’ultima roccaforte di germi ormai dimenticati. Solo lì potevi trovare lo streptococco della poliomelite.
Ora al contrario, Trenitalia, non solo c’hai messo delle poltrone per farci sedere, ma le hai pure sterilizzate. Che schifo. E come se non bastasse hai voluto strafare pure con l’aria condizionata vera. Ma non bastavano gli interruttori finti di una volta?
No. Nel 2013 sui treni c’è l’aria condizionata vera, una rivista patinata in omaggio da leggere, sedili che quasi quasi ti mettono a posti i trigliceridi e poi c’è il commendatore Marracci.
Fammi capire, Trenitalia: io qui non posso fumare, o per dire, eseguire autopsie nei pressi della stazione Firenze S. M. Novella e invece il commendatore Marracci può permettersi di chiamare nell’ordine e ininterrottamente i suoi schiavi Lorenza, Mario, Edoardo, Mara, Lara, Sara, Alessandro, Michele, Lucio, Stefania, Marialaura, Filippo?
Non so tu come la vedi, Trenitalia, ma io a sentir parlare al cellulare un imprenditore con il tono dell’imprenditore mi viene la psoriasi. Hai presente quello scandire affettato le parole come per dimostrare che è tutto sotto controllo? Praticamente l’atteggiamento macho del rimorchione applicato all’ambito del capitalismo. Dimmi te se esiste in natura qualcosa di peggiore, a parte i broccoli.
Non so, di primo acchito direi che bisogna rivedere la Costituzione. Di secondo acchito direi che perlomeno ci sono da rivedere i termini e le condizioni di viaggio e trasporto. Quelli che si saltano sempre e che non si leggono mai.
– “Ma cosa t’importa di queste cose, l’importante nella vita è tatuarsi” – mi potresti rispondere tu, Trenitalia.
E ok, va bene: riconosco che in questa società ci sono priorità ineludibili come impreziosirsi l’epidermide con grafemi improponibili, ma ti vuoi per un attimo mettere nei miei panni?
Io ho viaggiato col commendator Marracci, non so se mi spiego. E il commendator Marracci intanto ha un occhio guercio che lo rende infinitamente napoletano nell’anima e poi, come se non bastasse, ha un accento napoletano che lo rende infinitamente più napoletano dell’occhio guercio. Insomma, ti sembra giusto farmi pagare 48 euro di biglietto per poi affiancarmi a un concentrato di tutto quello che, di volta in volta, ho cercato di evitare negli uomini?
Il commendator Marracci è il risultato umanoide che ti viene se moltiplichi Emilio Fede per Vittorio Sgarbi e poi ci aggiungi Mario Merola. A ‘sto punto ragazzi, preferisco viaggiare fianco a fianco con uno squalo bianco. Sappiatelo.
Ora ti scrivo tutto questo in un foglio di carta cara Trenitalia e poi lo metto nel box dei suggerimenti per migliorare il servizio dell’azienda e vediamo se il messaggio ti arriva.

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

IL PROBLEMA NON E’ IL VIDEOGAME, MA LA RIGA DA PARTE

Il 23 luglio muore Amy Winehouse e per certi versi è una buona notizia: un cesso in meno in giro che cerca in tutti i modi di attirare l’attenzione.
– Farò ben volentieri a meno della sua insicurezza – così penso, mentre ricordo i suoi tatuaggi da stolta e approfondisco l’altra notizia della settimana: un uomo travestito da poliziotto che ha crivellato novantadue laburisti a Utoya, in Norvegia. Ci vedo subito del tragicomico in questa cosa, sento distinto il solletico dell’assurdo sotto le ascelle e mi scappa da ridere mentre mi chiedo: ma che razza di carneficina esotica è questa?
Nessun pazzo con le rotelle a posto in effetti sceglierebbe la Norvegia per fare un genocidio: provate un po’ a chiedere in giro ai vostri amici frustrati; poi, giusto che ci siete, domandategli pure da quand’è che va di moda svuotare caricatori addosso a laburisti, che io non ne so nulla.
Insomma: è tutto molto bizzarro e mi fa sospettare che Hans Breivik, il protagonista del misfatto, probabilmente abbia sbagliato strage. Del resto credo sia capitato a tutti almeno una volta nella vita di imbucarsi alla festa sbagliata.
O è così, oppure mi tocca ammettere in tono qualunquista che con questa globalizzazione non ci sono più le nazioni e i popoli di una volta; un’altra ipotesi più che plausibile. In effetti questa specie di sanguinosa sceneggiata napoletana nell’austera terra dei fiordi, non sembra poi così fuori luogo, se è vero che è ormai semplice trovare un corso di salsa e merengue pure nei pressi del circolo polare artico.
Quale che sia la spiegazione, in ogni caso un fatto di cronaca è avvenuto da quelle parti e dunque bisogna definitivamente accettare che la penisola scandinava esiste davvero; che non sia perciò un posto inventato per rendere più emozionanti le interrogazioni di geografia.
Peccato che i media tutte queste cose non le hanno nemmeno prese in considerazione; si sono concentrati su altri aspetti della faccenda, di certo meno divertenti e originali. Fatti i loro calcoli ideologici per lustrare le scarpe al potere, si sono infatti legati al dito la passione di Hans per i cosiddetti videogames violenti.
Secondo giornalisti e telegiornalisti, autorevoli esperti di stronzate, l’abuso di consolle è infatti pericoloso. Dicono che a lungo andare il videogiocatore non riesca più a percepire alcuna distinzione tra il reale e il virtuale. E puntualizzano che sono cazzi, specie se nella vita reale hai la diarrea: perché non è poi così facile trovare un cesso al terzo livello di Call of duty.
Insomma, stando a sentire gli infingardi spacciatori di pensiero collettivo, se Breivik non avesse mai avuto una Playstation, probabilmente il 22 luglio scorso sarebbe rimasto a casa a giocare alla Playstation invece di distribuire l’oltretomba agli astanti. Sarebbe bastato questo virtuoso circolo vizioso per far vivere felici e contenti tutti i laburisti del mondo.
E invece per colpa di un joypad e della presunta confusione ontologica che questo ci provoca, c’è toccato contare prima e commemorare poi le vittime. Tutte cazzate, ovviamente.
Lo distinguiamo ancora bene il reale dal virtuale; se così non fosse non ce ne staremmo mica tutto il giorno su un divano davanti ad una consolle. Sappiamo perfettamente che c’è tridimensionalità e tridimensionalità, per questo scegliamo sempre quella fatta di pixel.
Mi pare dunque teoreticamente irrilevante, nell’economia della strage, il fatto che Breivik fosse un appassionato videogiocatore. Ci sono dettagli ben più inquietanti della sua personalità da indagare.
E non mi riferisco mica al fatto che fosse un fanatico della caccia, un cristiano fondamentalista, un antislamico e un massone. Questi semmai sono attributi corollari; subordinati di certo a ciò che mi sembra essere più determinante ed indicativo: la sua acconciatura.
E’ chiaro come il sole che un biondo con la riga da parte può raggiungere inauditi livelli di dolore e violenza. E non c’è mica da scherzarci su.
Davvero: una pettinatura può fare chiarezza su un secolo di eventi e non ci vuole molto a capire che è il look a produrre la storia. Mettete a Breivik i capelli di Ligabue e vedrete che tutto cambierà. Troverà un modo meno sensazionale per nuocere al genere umano: si metterà a scrivere canzoni maldestre, altro che Utoya.

Nella foto sopra Breivik indica ad un forestiero la direzione da seguire per arrivare al Duomo.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

COME TI PRODUCO DENARO SENZA LAVORARE

Il progresso, in combutta con quella bella cosa che è l’aumento demografico, riesce a creare nuovi sostantivi importanti e a metterli sempre sulla bocca di tutti.
La parola disoccupazione per esempio: che di certo nessuno usava ai tempi del neolitico, quando eravamo in pochi su questo pianeta e non esistevano le aziende. Pensate un po’, all’epoca non c’era ancora un nome tecnico per quelli che non avevano niente da fare: chissà come li chiamavano i perdigiorno che passavano il tempo a contare le margherite nei prati mentre gli altri scoprivano la levigatura della pietra e lo sfruttamento animale.
Le cose sono di certo cambiate ora, giacché nel frattempo è stato inventato l’amore per assicurare la continuità delle nascite e accrescere il capitale umano mondiale; il nostro numero di teste insomma. La recente flessione nella produzione di nuove gioie di mamma e papà non deve di certo impressionare: ci moltiplichiamo lo stesso e continuiamo ad essere in troppi su questo pianeta, rispetto alle cose che ci sono da fare in giro. E questo nonostante l’industrializzazione ce l’abbia messa tutta per trovarci occupazioni inutili come l’addetto stampa o il vaticanista.
E’ così possibile, oggi, sperimentare emozioni nuove, come quella tutta contemporanea di ritrovarti in un’agenzia di lavoro interinale a tu per tu con un esperto in risorse umane. Un’ etichetta professionale, quest’ultima, che a primo impatto può portarti fuori strada: dritto dritto a pensare che costui voglia produrre un nuovo tipo di yogurt con i tuoi derivati corporei.
E invece, no. Ti fa compilare solo un questionario, si limita a prendere le tue generalità come un commissario e a inserirle in un database che poi vende a caro prezzo alle imprese. Un genio del male, in pratica.
E così da oggi, pare dunque sia possibile non solo ricavare profitti da individui indaffarati, ma pure estrarre carta moneta da personaggi che hanno fin troppo tempo libero. I disoccupati come noi, perdinci.
Fossimo cinici, potremmo improvvisare su due piedi uno sketch di magia: del resto, manco Houdini ci è mai riuscito in tutta la sua vita, a produrre denaro senza lavorare.
Ma in realtà è solo l’ingegno degli esperti di marketing ad essere magico: la nascita di queste concessionarie di sfaccendati a noleggio è infatti l’ultimo business, quello supremo, definitivo, giacché arricchisce gli imprenditori del settore in misura direttamente proporzionale all’aumento del tasso di disoccupazione nazionale e così facendo perfeziona quella distribuzione iniqua della ricchezza, voluta da papà capitalismo. Per fare i soldi, non c’è più nemmeno bisogno di maltrattare il bestiame da soma con quarantotto ore di lavoro settimanale.
Ogni più rosea prospettiva di guadagno è superata e il libero mercato tocca così il suo apice filosofico, con l’ultimo capolavoro economico di questi mefitici ingegneri, nonché pionieri di nuove fasi storiche.
E’ vero, dopo aver realizzato tutto ciò, verrebbe a tutta prima di bombardare le loro scrivanie presidenziali e sequestrare i loro nipotini, ma a pensarci due volte ciò non risolverebbe mica niente.
Estinguerci, pare che sia questa l’unica soluzione. E perciò opponiamoci d’impatto alle nuove generazioni, neghiamo i popoli del futuro con la contraccezione e ogni sorta di peripezia anticoncezionale. Basta prendere una calcolatrice in mano per capire che forse è arrivato il momento di disertare in massa il reparto ostetrico degli ospedali e smettere di coltivare in utero nuova materia organica.
Perché finché c’è ancora gente in giro, costoro l’avranno sempre vinta: sanno come muoversi, quando avviene una rivoluzione, sanno pure come porre rimedio ad una mutazione culturale. Ma se la società scompare, mi sa proprio che si vedranno costretti a cambiare bancomat.

Sopra, la classica immagine asettica utilizzata per promuovere nuove forme di sfruttamento umano; nella fattispecie, in una sorta di iperuranio asciutto e pulito con Bolt 2 in 1, un giovane affabile (con dei capelli di merda) incontra a colloquio due fregne esperte in Human Resource. Fossi in lui, non sarei così felice di stringere la mano ad un visitors.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , ,

ERNESTO GUEVARA, BRACCIA RUBATE AL LIBERO MERCATO

La tossicodipendenza legale mi aveva portato nel rituale tabacchi dietro l’angolo, pronto ad assaporare un nuovo rincaro italiano. Il prezzo al singolo e stupido grammo di sigarette era aumentato di nuovo, ma quella non era l’unica novità della giornata. Per la prima volta infatti il mio tabaccaio, un omone con giustificate probabilità di frustrazione, era in perfetto stato di ottimismo. Sembrava quasi disposto a non farti credere che eri uno stronzo, solo perché eri venuto a trovarlo.                                                                                          
Chiesi garbatamente il mio classico pacco di Diana blu dure, le sigarette più buone di tutto il neoproletariato, nonché le meno costose. Un ottimo compromesso insomma tra un venturo tumore al polmone e l’attuale salute del mio portafoglio. Almeno fino a quel momento lì, perché quel simpatico paraculo del libero mercato, si sa, ha sempre nuovi e indispensabili talismani sociali da imporre al consumatore di turno. E infatti.                
Alla destra del mio omone frustrato in vena d’ottimismo, un espositore intermittente al neon lampeggiava per dimostrarmi com’è facile attirare la volgare attenzione di un essere umano, indurlo a cambiare idea in un batter d’occhio e portarlo a scegliere nuova marca di catrame da smaltire tra gli alveoli polmonari.                                                                          
Seguii i luccicanti bagliori giostrando fisiologicamente il mio sguardo verso l’innovativo prodotto in esposizione: un attimo dopo ero già piacevolmente sorpreso dall’ultima frontiera nel campo dello sfruttamento iconico.                                                                   
C’era Ernesto Guevara che dal suo consueto sfondo rosso guardava sempre lo stesso orizzonte di gloria, ma stavolta non per patrocinare la maglietta fetida di un comunista con le ascelle pezzate, né il graffito metropolitano di un writers con poca fantasia simbolica, né ancora la protesta di piazza dell’ homo sapiens studens contro il governo Berlusconi.                                                                                                                                           Il “Che” faceva sì ancora il suo mestiere di prode simbolo rivoluzionario, ma con gusto paradossale sponsorizzava adesso i tornaconti mercantili di un’ultracapitalista aziendona del tabacco.  In poche parole me lo ritrovai in anteprima, stampato fuori contesto come non mai, su un pacchetto di sigarette a lui omonime.                                                              
Un cortocircuito più intrigante di segni, una deriva più contraddittoria del libero mercato, io non l’avevo mai vista in circolazione. E la cosa mi risultò pure incantevole a tratti, mentre immaginavo ciò che in un mondo perspicace sarebbe accaduto, dopo aver smascherato la nevrastenica demagogia e la subdola retorica dei nostri agenti di vendita multinazionali: la gente avrebbe insegnato ad altra gente a diffidare dalle religioni e ad evitare come la peste ogni forma di mitizzazione iconica, il più grande avrebbe spiegato al più piccolo che il fanatismo è uno strumento di controllo ideologico per ovini incalliti e il più strenuo dei partigiani avrebbe appeso di conseguenza ogni sorta di Che Guevara al chiodo.
Una nuova era iconoclasta insomma, spalancata al respiro della storia.
E invece eccoci ancora sul pianeta terra, un posto terribilmente peggiore, zeppo di Cristi Guevara Tabagisti e di ovini incalliti che adorano per ovviare a deficienze proteiche di personalità.                                                                                                                                      
Un posto terribilmente peggiore ove qualcuno come loro pubblicizza droghe quotate in borsa sfruttando un’icona del comunismo e ove qualcun altro come me si concede il lusso di improvvisare geremiadi antiliberiste mentre le acquista.

 

Venderemos adelante o tumores o muerte
Contrassegnato da tag , , , , , , , ,