Archivi tag: cinquina

NATALE IN CASA PSEUDONIMO

Quando ero piccolo c’era ancora quel tipo di Sicilia lì. Con i suoi parti plurigemellari e le sue gravidanze a ruota. Non ci crederete ma i reparti ostetrici erano così affollati che i bambini prematuri si vedevano costretti a prenotare su booking.com le loro future incubatrici.
– Arriverò il 16 settembre denutrito e malconcio; ma per il 3 ottobre faccio il check-out. Sì, pago con postepay –
E poi capitava che certi infanti trovavano tutto pieno e non era di certo un bel segnale. Stai qui da manco cinque minuti e già i primi cazzi.
Ad ogni modo, si partoriva tanto. E per questo motivo casa di mia nonna durante le feste natalizie era piena zeppa di persone. Un sacco di parenti. Ma assai, proprio.
Il problema fondamentale, almeno per me, era che tutti questi mi salutavano col doppio click bavoso sulla guancia: e per di più, all’andata e al ritorno. Per fare dei numeri: in una e una sola giornata di festa racimolavo un quantitativo di baci democratici di gran lunga maggiore a quello che ho elargito alle mie monogame in tutta una vita di sentimenti. Ed io comunque, sono un tipo mediamente affettuoso.
Quanto amore e quanta armonia, a casa di mia nonna durante le feste. Si rideva, si scherzava, ci si scambiava il pacco regalo, si faceva finta sul serio di volersi bene: insomma, l’atmosfera era davvero insopportabile. Ecco perché poi, ad un certo punto giocavamo a tombola.
La tombola. Ve la ricordate? Dov’è finita la tombola? In quale film horror a sfondo sociale si è andato a nascondere questo meraviglioso stimolante dell’omicidio domestico?
E chi lo sa. Si sa solo che era il modo più efficace per rovinare i buoni sentimenti di un gruppo e che adesso nessuno la usa più. Adesso durante le festività natalizie si finge sul serio di volersi bene fino a nanna.
Io ricordo che vinceva sempre nonna Marta. Che poi manco era mia nonna, ma la nonna di un mio zio immigrato a Bussolengo che lavorava in fabbrica. Praticamente la progenitrice indiretta di un disadattato che compensava la sua frustrazione operaia con la Vecchia Romagna etichetta nera.
Faceva cinquine da quattro milioni di euro la nonna Marta. E la nonna Margherita, la mia nonna vera, era per questo che ogni tanto andava di là: per accendere le sue bambole vodoo elettroniche.
E comunque, non funzionava.
Nonna Marta sbancava definitivamente il casinò sempre intorno alle ventidue e quarantasei. Poi, per non dare nell’occhio, ordinava dall’albergo a cinque stelle di fronte un cameriere ai piani. Lo scopo era di farsi massaggiare le varici da uno con la livrea davanti a mia nonna Margherita, a quel punto tenuta in vita, quest’ultima, solo dalla speranza di un ictus da sgranocchiare in diretta. Ma nonna Marta non moriva mai, né mai rimaneva paralizzata sul lato sinistro del corpo. Ci deludeva sempre.
In salotto, invece, gli uomini facevano la loro tombola virile giocando a briscola e sbevazzando vino bianco “Portopalo” da un deprimente bottiglione di sei litri. Ed anche qua, tanto tanto amore. Finiva sempre che mio padre era il disonore della famiglia perché aveva tirato un due di mazze inappropriato al contesto e perché a mio nonno Pietro evidentemente non piacevano i due di mazze tirati fuori contesto. Specie quando era sbronzo.
Vinceva sempre lo zio Lelio, un collezionista di mogli austriache che lavorava sulle navi mercantili e che, non si capisce come, rimorchiava donne residenti in uno stato ufficialmente non bagnato dal mare.
A noi bambini ci sistemavano su un tavolino basso, nella stessa sala dove si sgozzavano le nonne e invece di prestarci qualche spicciolo per favorire la sfida, ci zittivano con dei favolosi ceci da competizione. La nostra moneta corrente. Le nostre fiches.
Fantastico comunque sfidare la sorte per vincere un’eventuale zuppa di farinacei poveri. Tutta adrenalina.
Forse le maledette nonne speravano che un così rappresentativo simbolo proletario come il cecio, poco affine all’ottica capitalista e di sopraffazione altrui che la tombola richiede ad ogni suo giocatore, ci rendesse antropologicamente mansueti.
E si sbagliavano, se è vero che un quarto d’ora dopo il fischio d’inizio, io facevo gastroscopie a mio cugino Andrea, mia sorella Margherita strappava il cuoio capelluto a mio cugino Alessandro e mia cugina Mariella ci sorvolava tutti con delle ali da drago fino ad appendersi al lampadario per carbonizzarci sputando fiamme ad estrogeni e ovaie a razzo.
Quando si dice che il senso del possesso è innato e indipendente dalla natura dell’oggetto posseduto. Alla fine la zuppa di farinacei la lasciavamo vincere a lei, è chiaro.

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , ,