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IL SEGNO DELLA CROCE E’ UN CONVENEVOLO HIP HOP

Ogni tanto capita di trascorrere una serata da ceto medio. E ti piace pure. Accade quando ti vesti da ceto medio. E ti senti figo. Quando te ne vai a passeggiare in un quartiere da ceto medio. E lo trovi poetico. Quando vai a cena in un ristorante da ceto medio. E lì però ti girano le tue cose.
Perché ti scordi sempre che un ristorante da ceto medio è solitamente un posto che ha come accessori di serie dei turisti spagnoli intenti ad armeggiare un iPhone per mostrare video rumorosi ad amici più rumorosi dei video rumorosi. E visto che stasera sei un moderato, l’entropia non ti garba.
Un tuo commensale comunque ha preso la cosa sul serio. Questa cosa della serata a tema ceto medio. Il cameriere porta le pietanze e lui si fa il segno della croce.
Da quanto tempo non vedevi questo gesto a tavola? Sarà che hai passato questi ultimi anni a sabotare concettualmente il sistema con degli amici intellettuali; per questo ti eri scordato di gente tipo tua nonna che ha la presunzione di esprimersi e contemporaneamente farsi il segno della croce.
Non mi pare mai una buona idea farsi il segno della croce. Specie prima di iniziare a deglutire un maiale sgozzato, sono poi sicuro che sfoggiare il proprio candore spirituale non è il massimo dell’eleganza.
Ma in effetti a quale attività umana può abbinarsi questa specie di saluto Gansta? Essì, un saluto Gansta. Ecco cos’è il segno della croce. Un convenevolo hip hop per salutare il Re del quartiere definitivo. E come ogni convenevolo hip hop, mi fa incazzare.
Ad ogni modo in collegamento diretto con lo stadio Olimpico di Roma, per la telecronaca del derby, c’è Gianni Cerqueti. Daniele De Rossi segna il 2 a 1 per la Roma e fa nord sud ovest est. Padre figlio spirito santo amen pure lui.
I segni della croce non si fanno solo a tavola e in chiesa. Adesso ricordi?
Alla fine però i giallorossi perdono 3 a 2 e la gloria dall’alto dei cieli è effimera. Osanna osanna sei tu il mio signore e con il tuo spirito e la ricompensa è una valanga di fischi dell’Olimpico. E pure un tifoso accoltellato il signore è pietà cristo e pietà. I segni della croce forse portano pure sfiga.
Ma Daniele De Rossi non è l’unico crocifista della serie A mica. Ce ne stanno, ce ne stanno.
E perché dunque tanti giocatori di calcio, quando scagliano dietro una linea sostanzialmente arbitraria un pallone cucito a mano da dei minori thailandesi, sentono la necessità di comunicare con un differente piano metafisico?
Vabbè: io non ho fatto il chirichetto e manco il catechismo, ma a quanto ne so Padre Amatirciana o Prete Pajata ci hanno insegnato sì a compiacere il divino prima di un fritto misto, ma mai dopo una rasoiata di interno destro che finisce nell’angolino basso alla sinistra del portiere.
Ma sarà che qualche trafficante di significati forti, attraverso chissà quale rotta commerciale del passato, deve avere importato sui campi di gioco questo modo un po’ cretino di muovere le braccia. Avrà sfruttato l’umana tendenza che impone ad ogni creatura, dopo aver segnato un gol, di fare un gesto rilevante. Una specie di smorfia di gloria.
Certo però che bisogna essere svegli per ricorrere ad una cosa così sottomessa e penitente come il saluto cattolico mentre corri dietro un pallone, sei felice e ti stai divertendo.
Che cacchio, poi: hai fatto un gol davvero della madonna, per una volta hai tutti i motivi per sentirti figo e farti bello con la vicina di casa, quella divorziata, e che fai? Sprechi quest’occasione ricordando al pubblico che lassù in cielo c’è uno più figo di te.
Bah, forse vuoi solo far vedere a tutti che se ti impegnassi saresti un campione assoluto di breakdance. Almeno spero.
Perché sennò a questo punto forse sono meglio i rivoluzionari, i cazzoni che hanno inventato nuovi modi per festeggiare il vantaggio della propria squadra, tipo Faustino Asprilla negli anni novanta: uno dei pionieri del settore.
Oppure sennò è ancora meglio il gesto classico, l’archetipo dell’esultanza calcistica: quello di quei calciatori che chiudono il pugno della mano più a portata di mano e lo sguazzano manco se stessero shakerando una Coca-Cola perché loro la Coca-Cola la spreferiscono sgasata. Ce l’avete presente? Non significa niente, però a me mi fa incazzare di meno. Forse perché non è un convenevolo hip hop.

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UN CUORE CHE FA PROVINCIA

La seconda cosa che mi viene in mente è che solo in questa Capitale poteva nascere per partenogenesi fanatica un giornale come il Romanista. Fazioso per definizione, Venditti per filosofia, commovente per pathos, picaresco per estetica, sproporzionato per estremismo. Il quotidiano dei tifosi più tifosi del mondo.
Attendo ancora il titolone perfetto in prima pagina per dimostrare a tutti che sopra non ho azzardato aggettivi alla rinfusa. Qualcosa del genere: “C’è solo la Roma, vince all’Olimpico 1-1”.
Detto questo passiamo alla prima cosa che mi viene in mente: Daniele De Rossi.
In arte Daniele De Rossi, in parte Capitan Futuro. Un modo suggestivo questo, per dire in soldoni che è lui il degno successore di Totti. Lo ha decretato da tempo un disegno di legge in curva sud firmato da Napolitano. E se nessuno per anni si avvicina al suo cartellino, è perché sa.
Poi arriva il blasfemo Mourinho e tutto cambia. Dice di voler portare con sé al Real il ciumachello de Ostia per vincere un’altra Champions League.
Non bastava al tecnico portoghese aver soffiato alla tifoseria giallorossa Scudetto e Coppa Italia. No, l’esperto Mou voleva vedere che effetto fa comprare il crocifisso absidale della basilica di San Pietro per installarlo all’Hotel Hilton di Madrid come decorazione a parete.
Il club spagnolo lo appoggia e fa la sua proposta in milioni di euro.
E De Rossi che fa?
Passa la notte in bianco a vedere una retrospettiva su Fritz Lang, giusto per non pensare ai soldi in tasca. Poi si concede un triplo filtro fiore Bonomelli che non sortisce effetto. A questo punto, stanco e spossato, decide di passare alle maniere forti: mette su in mp3 una conferenza di matematici sugli integrali definiti e finalmente il sonno arriva. Cominciate pure a spargere la voce: le pecorelle sono roba superata.
Al risveglio poi qualcuno gli porta in camera un cornetto all’amatriciana, un cappuccino e il Romanista. Questo titola in prima pagina: “Roma è la mia vita”.
Sottotitolo: “Andare all’estero? La verità è che la Roma per me è tutto, è la mia vita. Non sento di poter essere felice lontano dalla mia città”.
In un attimo gli torna tutto in mente: ricorda veloce di aver rilasciato questa dichiarazione sotto effetto di pajata da Mario Er Trucido.
Nulla di tutto ciò è vero? Già, ma poco importa qui, perché al di là del reale sviluppo dell’affaire quello che più conta è la risposta definitiva per essere milionario. Lo insegna Gerry Scotti.
Ricco sfondato a Roma o a Madrid? De Rossi in realtà non ha mai avuto dubbi, perché sfoggiare il suo coupé da 24 cilindri ha senso solo dentro al raccordo anulare e perché un attico a Campo dei Fiori è l’attico più attico del mondo. La pensa così il centrocampista della Lupa, come la penserebbero tutti i romani de Roma.
Geneticamente provinciali, come Daniele.
Maledetto Roma Caput mundi e chi lo ha inventato. Perché ha limitato il sapere di ogni cittadino dell’Urbe, tracciando un recinto ideologico che si ferma là dove geograficamente inizia un’altra provincia. Tutto ciò che accade fuori questi confini ideali non importa, perché Roma è il vessillo della vita.
E mentre deduco tutto questo non posso fare a meno di costatare l’incompetenza filosofica che c’è dietro questa religione topografica.
Borghese come un concetto di famiglia, malinconica come un emittente locale, inopportuna visto e considerato il tempo tiranno che ognuno di noi deve trascorrere nel pianeta.
Ma forse non sono io a parlare, è il mio genoma. Abituato a subire dominazioni, diaspore, emigrazioni transoceaniche e trasferimenti in località sperdute della bassa Brianza, siculo com’è.
Non riesco proprio a comprendere come si possa nascere, vivere e morire nel medesimo luogo senza percepire tutto questo come un occasione perduta per farsi domande e darsi delle risposte.
Non è cosmopolitismo modaiolo il mio, neanche alla lontana: quello lo lascio agli aperitivi Trasteverini di promotori finanziari che prendono l’aereo solo per un week-end a Bratislava e che giunti in terra straniera cercano il primo ristorante italiano per ordinare bucatini all’amatriciana.

Daniele De Rossi ama i colori della sua maglia. Per questo usa Bolt 2 in 1.

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