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CI VENITE AL “SUICIDE CIRCUS” A SMETTERE DI INTERPRETARE L’ESISTENZA?

Ve li ricordate i tornei di fagiolino?
Al fiorire della primavera, due o più vecchiette si sfidavano sedute all’ingresso delle loro case terranee con il loro devoto legume a fianco. Non vinceva mica però chi ne sgusciava di più in un’unità di tempo definita, bensì chi, nella stessa unità di tempo definita diffamava più passanti. Belli i tornei di fagiolino. Il miglior frutto della terra, l’ortaggio più adatto di tutti gli ortaggi quando si tratta di coreografare le maldicenze ed i pettegolezzi di paese.
Che nostalgia del fagiolino ora che vivo in una metropoli con le discoteche.
Le discoteche. Sabato scorso sono stato al “Suicide Circus”. Un altro modo per dire: ingresso riservato a stolti che prendono seriamente la lingua inglese.
E’ stato bello. Tornare a casa.
Durante la strada di ritorno mi sono messo pure a riflettere e trarre le mie conclusioni. Le mie. Mica quelle di qualcun altro.
Per esempio ho pensato molto felicemente che stavo compiendo 34 anni e che c’era gente molto meno fortunata di me che in quel momento ne stava compiendo 21 o peggio ancora 18.
– Che tristezza – pensai – chissà quante serate techno o feste rave a casa di sconosciuti e accoppiamenti promiscui nei cessi del locale devono ancora sorbirsi i 21 enni di oggi. Oddio, manco ci voglio pensare. Fortuna che io ormai sto finendo, che me ne rimangono al massimo una decina di questi sfinimenti ingiustificati. Tra pochissimo infatti per prendere parte alla vita mi limiterò a mangiare una Viennetta Algida sul terrazzo, in casa di mio cugino.
C’è da dire però che stavolta andare in discoteca è stato diverso. Perché per via di una strana combinazione di coefficienti biografici mi ero dato appuntamento all’ingresso con dei veri e propri consumatori. Per capirci: ad attendermi là fuori, per passare insieme la serata lì dentro non c’erano dei me stesso, ma gente pienamente convinta di essere lì per usufruire dei servizi riservati alla clientela.
Insomma: ero un infiltrato in mezzo a degli acquirenti prototipici. E questo mi ha consentito di vivere l’esperienza disco da un punto di vista sicuramente privilegiato.
Per esempio, mi fu rivelato da subito che più tardi sarebbe arrivato il capobranco con un discreto quantitativo di oppio. C’è da dire che la cosa mi eccitò come una puntata dei Robinson, ma con gli astanti simulai perfettamente una sovrapproduzione di endorfine. Un po’ come feci con mia nonna quando mi annunciò il passaggio del carro della santa proprio sotto il balcone di casa.
Pure quella volta finsi e per lo stesso motivo: mai deludere un fanatico di qualcosa in merito a questo qualcosa.
Ma comunque, il capobranco ad un certo punto arrivò e fu molto importante per me: mi si palesò come la dimostrazione genetica che al mondo c’è qualcosa di ancora più incongruente alle aspettative, di una camicia Roberto Cavalli.
Un personaggio davvero improbabile, oltre ogni tipo di fantascienza sociale.
Il bello della droga è che inibisce l’interpretazione. La inibisce a tal punto che ti fa scomparire le idee dal cervello. Ecco perché provoca un’indiscussa dipendenza: avete presente che meraviglia auspicabile una vita senza opinioni? Vi rendete conto di quanto può essere rilassante un pianeta in cui tutto giace nel medesimo orizzonte estetico e morale? Un mondo in cui non vi sta sul cazzo niente e nessuno, manco il DJ?
E in ogni caso io alla fine – patapìm-patapàm – niente oppio. Optai per la Becks e difatti il DJ mi stette sul cazzo per tutta la sera.
Non mi davo pace a guardarlo sudare più delle evenienze. Si muoveva in consolle come se stesse combattendo un corpo a corpo nella battaglia di Poitiers e questo mentre le casse diffondevano il lineare alternarsi di due loop monotoni ed infinitamente ricorsivi.
Io la chiamo sindrome da chitarrista heavy metal, questa sproporzione di quantità tra il movimento corporeo e gli effetti di suddetto movimento direttamente percepibili sulla crosta terrestre. Ma senza scomodare scienza ufficiale, patologie mediche e i principi della dinamica, probabilmente il tipo non riusciva a stare fermo solo perché era strafatto come tutti gli altri.
Che poi alla fine, l’idea di farsi in discoteca non è mica cattiva: un luogo chiaramente intollerabile mi sembra il posto più azzeccato ove smettere di interpretare l’esistenza.

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