Archivi tag: Juventus

SE SOLO LUMUMBA FOSSE ANCORA VIVO

Io la domenica, quando ero piccolo, salivo sempre con piacere in macchina con mio padre, mia madre e mia sorella per andare a casa dei miei nonni; perché a casa dei miei nonni c’erano altri bambini che erano saliti con piacere in macchina con il loro padre, la loro madre e la loro sorella per andare a casa dei loro nonni; nonni che per qualche tecnologica questione erano gli stessi dei miei.
Eravamo una famiglia numerosa: circa ventiquattro elementi ufficiali come da albero genealogico e l’aggiunta di due invasori alieni che immaginavo fossero atterrati su Catania con un disco volante della Fiat. Era l’unica spiegazione che mi davo, dal momento che lo zio PeppeAntonio e la nonna Iole erano rispettivamente lo zio e la nonna di persone che non si erano mai fatte vive.
Ad ogni modo erano riusciti pure loro a procurarsi una funzione sociale, che nella fattispecie era quella di sbrodolare la loro ipersalivazione extraterrestre sulle guance dei minori di undici anni attualmente in commercio. Ci baciavano di continuo a noi “picciriddi”, sfruttando per tornaconto personale questa stupida cosa della tenerezza che fanno i bambini.
Secrezioni geriatriche a parte, ci divertivamo però io e i miei cugini a quei tempi. Di solito fino alle tre del pomeriggio lanciavamo dal balcone derrate alimentari dal peso specifico piuttosto rilevante ed era come assistere ad un’olimpiade di accelerazioni di gravità; altre volte più semplicemente bagnavamo della carta igienica per spiaccicarla sulle pareti, ma in ogni caso sempre e comunque fino alle tre del pomeriggio.
Fino alle tre del pomeriggio perché poco più tardi, ed esattamente alle tre e dodici bestemmie di mio nonno che se la prendeva con mio padre che aveva tirato la carta sbagliata e aveva dato così la briscola in mano a mio zio, i maschietti grandi e piccoli ci riunivamo tutti per andare al bar a sentire le partite. C’era il Catania Calcio: la maggior parte delle volte in serie C, qualche volta in B e un quarto di volta in serie A.
A me e ai miei cugini maschietti piaceva questa specie di usanza patriarcale: certo non avevamo ancora capito cosa ci trovavano i grandi nel sapore orribile del caffè, però al bar ci andavamo lo stesso volentieri.
E poi al bar c’era Lumumba, un abbonato al bancone con delle mani tozze, dei lineamenti facciali pressapoco ostili al design e un collo grosso quanto un tronco di baobab.
Ammiratore fondamentalista del Catania Calcio dal primo legame chimico di una certa rilevanza avvenuto nel suo organismo, aveva inventato il “risultato elastico”: tu gli chiedevi cosa sta facendo il Catania e lui ti rispondeva sta vincendo 1-1; e così veniva incontro alle sue esigenze religiose da un lato e all’oggettività della cronaca giornalistica dall’altro.
Erano anni di sudamericofilia, anni di giocatori brasiliani da acquistare a tutti i costi per fare prestigio, anni fraintesi dal presidente Angelo Massimino che andava a pescare rinforzi per la squadra sempre nelle favelas sbagliate. Pedrinho e Luvanor erano sì dei morti di fame certificati, ma nonostante le loro biografie strappalacrime, solitamente efficaci nell’assicurare un futuro calcistico di degno rispetto, non si allontanarono mai dal loro ruolo di scandalose pippe.
Tifare rossazzurro era perciò umiliante a quei tempi: ti faceva capire cosa si prova ad essere un giovane che è fan di Al Bano, mentre tutti gli altri giovani sono fan dei Duran Duran.
Oggi è tutto diverso. La gestione Pulvirenti ci ha regalato delle gioie fantascientifiche: un posto fisso in serie A, vittorie contro la Juventus e l’Inter, pareggi col Milan e la Roma, quattro a zero esterni in casa del Palermo con gol di Mascara da centrocampo. E poi quest’anno, quest’anno la zona Uefa che di sicuro arriverà.
Se solo Lumumba fosse ancora vivo tutto questo mi riempirebbe di gioia, ma invece così, così, i successi degli etnei mi sembrano solo una tragedia, una piccola tragedia silenziosa e ordinaria.

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , , , , , ,

PER QUALE SQUADRA TIFI? PER LA JUVE

Questo è un articolo contro la Juventus, ve lo dico subito per non farvi perdere tempo. Perciò togliete pure la vostra pistola dalla fondina, armate il cane e togliete la sicura, ché tanto lo so che un buon ottanta per cento di voi vorrà vedermi morto dopo aver finito di leggere. Per questo indosso un giubbotto antiproiettile, sono mica scemo. Anche perché non posso permettermi di lasciare questo pianeta senza aver mai provato l’ebbrezza di gettare una cicca per terra in Guatemala e visto e considerato che non ho mai preso un volo per il Sudamerica, direi che è meglio rimandare il mio funerale.
Non so perché odio la Juventus. O forse sì. Sì che lo so e mo’ ve lo dico, dai: odio la Juventus perché quando avevo sei anni, una domenica, conobbi un certo Pierandrea e soprattutto perché lo stesso Pierandrea, quel giorno, decise che io sarei stato Juventino.
Eravamo in piazzetta sotto casa di una mia zia ricca e c’erano con noi tipo cinque o sei bambini un po’ più grandi e soprattuto più preistorici, visti e considerati i loro atteggiamenti da creature primordiali. Tanto per dirvi: mentre io e Pierandrea ci scambiavamo innocui pettegolezzi sull’Uomo Ragno e Batman, questi passavano il tempo a distruggere infrastrutture comunali facendo brillare qua e là esplosivi al plastico.
Ad un certo punto ci notarono, i simpaticoni, e fu così che li interessammo: si disposero minacciosamente in cerchio e ci domandarono a turno Per-quale-squadra-tifi.
Il primo a rispondere fu Pierandrea, che se ne uscì evidenziandomi con un indice traditore e accompagnando il tutto con un Lui-tifa-per-la-Juve.
Io non sapevo né cos’era il tifo, né cos’era la Juve e non volevo fare la figura di quello che non sa né cos’è il tifo né cos’è la Juve, e perciò al quesito di conferma Allora-è-vero-che-sei-Juventino? risposi di sì. E mi pestarono per bene.
I tipo cinque o sei bambini più grandi di me e soprattutto più preistorici erano interisti. Pierandrea lo sapeva, e per questo aveva fatto quello che aveva fatto; per salvarsi il didietro.
Fu così che scoprii il meraviglioso mondo dell’amicizia e soprattutto quello del pallone e fu così che cominciai ad informarmi su quest’ultimo. Nel giro di un anno fui in grado persino di capire com’è che funziona il fuorigioco e comunque, forse per rispetto ai miei ematomi, rimasi fedele alla squadra che Pierandrea aveva deciso per mandarmi all’ospedale.
Ricordo ancora le proverbiali difficoltà che incontravo nello scrivere correttamente “Forza Juve”. Ci provavo e riprovavo, ma niente. Negli anni ottanta la J lunga non ne voleva sapere di uscire dalla penna di un bambino. Provate a dare un’occhiata ai diari dei fanciulli dell’epoca, non ci credete. E’ un Forza Luve dappertutto.
Ad ogni modo fui un tifoso modello per tanti anni, poi acquistai un cervello in un mercatino dell’usato e decisi che da quel momento in poi il calcio l’avrei guardato e basta, senza istinti religiosi.
Oggi perciò, che ho piena coscienza dei miei propri mezzi psichici, voglio riprendermi il maltolto. Voglio restituire alla Juventus ciò che perdetti quella famosa domenica con Pierandrea: l’innocenza di un bambino di sei anni che si trova costretto a fare i conti con la vita vera troppo presto, e per di più per colpa di un vezzo di Giovanni Agnelli.
E allora vi dico: inutile che sia la favorita per lo scudetto, quest’anno la Juve, anzi, la Luve. La ritengo una delle formazioni più imbarazzanti degli ultimi trent’anni. Anche se tutti dicono che è da lodare perché sta puntando sui giovani e sugli italiani. Anzi vi dirò di più: a me i nomi dei giocatori della Luve mi fanno schifo.
Uno si chiama Giaccherini, un altro si chiama Chiellini, un altro ancora si chiama Matri, un altro ancora ancora si chiama Marchisio. Ma che cacchio di cognomi sono?
Sembra il registro dei dipendenti di un’azienda metalmeccanica del frusinate. Altro che squadra di calcio.

Nella foto sopra Alex Del Piero.

Contrassegnato da tag , , , , , , ,

OGNI CROCIFISSO E’ BELLO ‘A MAMMA SOJA

Il calciomercato, quella compravendita di tamarri tatuati che in estate eccita le folle e popola le pagine dei quotidiani specializzati, sta chiudendo i battenti ormai. E chi se ne importa se il Milan ha acquistato un brasiliano a forma di magrebino, se l’Inter ha scelto un ottimo allenatore per arrivare a metà classifica, o se la neopromossa Atalanta ha comprato le sue riserve su Portaportese.it.
Oddio, io mi diverto a guardare le partite, e se vengo a sapere che Ibrahimovic è passato alla Sambenedettese un po’ ci resto; ma tale gossip del pallone, in definitiva, non è che mi eccita più di tanto. Lo seguo così, svogliatamente e quando capita, e non potrebbe essere altrimenti per uno che ha il certificato di sanità mentale. Il mio medico può testimoniare: non ho mai fatto il tifo per, in tutta la mia vita.
Così, la Gazzetta dello Sport, io la compro per questioni filosofiche: per il puro piacere di gettarla nel cestino dell’immondizia del parco che ho dietro casa, mica per seguire morbosamente la circolazione estiva di personaggi e miliardi inutili.
Eh già: non c’è cosa che mi fa interrogare di più sulle potenzialità inespresse dell’animo umano, quanto gli investimenti emotivi del fanatico medio sugli episodi del calciomercato. E’ già abbastanza osceno credere in qualcosa, ai colori di una maglia a prescindere, per esempio; ma ciò diventa ancora più sgarbatamente irragionevole se lo si mette in relazione col fatto che i giocatori saltano sempre di palo in frasca e che la Roma del 2011 è identica alla Juventus del 2008. Insomma, non riesco proprio a spiegarmi il monoteismo di casacca, specie perché questo è regolato da movimenti incessanti di personaggi diversi che se la scambiano.
La fede si annacqua così e, al cospetto del tifo, andare a comprare un biglietto per il tour degli Zero Assoluto diventa una scelta assennata, matura, senziente.
Ma in verità, è questo un giudizio affrettato: bisognerebbe scavare un attimo in più la storia del culto, quello sacro e quello profano, quello monoteista e quello politeista, prima di fare i professori d’intelligenza in giro.
Prendiamo la religione Michael Jackson: sarebbe stata possibile se a un certo punto della sua carriera Jacko fosse passato a suonare coi Led Zeppelin? Forse no.
Ma d’altra parte, se Efesto, Artemide e Apollo, avessero lasciato la penisola attica per andare a fare i supereroi tra i Maya, sostituiti in patria da altrettante divinità azteche, c’è da scommetterci che i greci sarebbero di certo rimasti fedeli al credo olimpico.
E dunque pare vero, ad uno sguardo più attento, che questi scambi illimitati di giocatori non compromettano la devozione per la squadra preferita: non ci sono regole esatte da ottemperare per essere seguaci, basta ubbidire a quell’imbecille del cuore; come fa la mamma col suo figliolo.
Inutile dunque cercare l’anomalia nel terreno della fede, laddove la norma non è di casa, come del resto è vano il tentativo di comprendere servendosi di facoltà razionali. Non può esistere una religione logica, se è vero che essa è il miglior villaggio vacanze per l’intelletto.
Giacché in fondo a cosa serve credere, se non a viver come bruti, senza inseguir virtute e canoscenza?
E dunque, cari miei, continuate pure ad accendere ceri votivi alle vostre squadre del cuore, che si fa sempre in tempo a distruggere l’altarino che avete edificato a Ronaldinho nella vostra cameretta Aiazzone e a costruirne un altro per Mexes, accanto alla foto della vostra cresima, e al peluche rossonero che vi ha regalato lo scorso Natale la vostra eterna fidanzata.

Si, questo Paloschi gioca a calcio. L'ho scoperto pure io, oggi.

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

TUTTO IL CALCIO MINUTO PER DIALETTO

Non ero così sentimentalmente legato ad un campionato di calcio dai lontani anni 90. Tempi in cui il caschetto neomelodico danzante di un certo Beppe Signori metteva in discussione la mia eterosessualità con una raffica di galoppate vincenti in salsa biancazzurra.
Passione maniacale: decisomi a conservare minuziosamente ogni vocalizzazione di Gianni Cerqueti (corrispondente da Roma per 90° minuto) prendevo un vhs a caso dalla videoteca paterna, premevo il tasto rec e registravo sopra un grande classico del cinema le migliori sintesi delle vittorie biancocelesti.
Abbasso Kubrick e viva Cerqueti. Prototipo del vecchio professionista, Omero del commento tecnico: non una parola in più, né tre in meno; quattro barra cinque espressioni in cifra stilistica e una salivazione da esperto di marketing. Perfetto. Semplicemente perfetto. Come una Lazio che vinceva bene e spesso, spingendo al fanatismo un ateo come me che non amava né i Beatles né i Rolling Stones.
Ma nulla dura per sempre. Niente più calcio nella mia vita, già un anno dopo.
La parabola discendente di Beppe Signori e il suo passaggio alla Samp mi spinsero verso una terza di reggiseno di cui lentamente mi innamorai. A rimanere inalterati, in quegli anni di mutamento estremo, solo i dubbi sulla mia identità sessuale. Perché se era vero che adesso amavo una donna era altrettanto sicuro anche all’epoca che un uomo senza pallone è come un sostantivo senza aggettivi. Ambiguo.
L’astinenza si protrasse a lungo e si fece sempre più convinta scelta senziente: a farmi cambiare idea non riuscirono nemmeno le sopracciglia sorridenti di Cannavaro, il capitano nazionale che nel 2006, con un trofeo di oro massiccio teso verso il cielo, decretava definitivo che l’Italia era la squadra più italiana del torneo mondiale.
Dovette arrivare in ufficio l’autismo professionale di un nuovo collega per riabilitarmi. Claudio sapeva tutto di calcio: stimava i campionati esteri, elaborava teorie, fantasticava nuovi moduli offensivi, compilava pagelle e tartufava talenti fra le giovanili della Viterbese. Un forbito quanto monomaniaco interesse il suo, che mi coinvolse veloce: cominciai a rispolverare le mie limitate competenze tattiche, sbobinando gli scarni ricordi di calcio giocato e pescando dal buio un repertorio di preparazione in materia decisamente naif. Ciononostante furono chiacchiere su chiacchiere e finalmente arrivò il momento di condividere insieme l’emozione di uno schermo. Per novanta minuti filati, escluso recupero.
La scelta cadde a fagiolo su grande classico: Inter-Juventus, in onda solo esclusivamente per massonici abbonati a Sky. Si optò per un localino un po’ texano, ma ben fornito di donne dietro il bancone e birra. Ingredienti perfetti per una serata di provvisorio maschilismo.
Fischio d’inizio e vai. Giusto il tempo di riprendere familiarità con la tappezzeria del Meazza e intuii subito che nell’aria c’era qualcosa di strano.
Un telecronista con accento allo zafferano: più milanese di un risotto e più irritante di uno spray antistupro. Uno sconosciuto padano stipendiato da Rupert Murdoch, che vituperava ad oltranza i fraseggi juventini, tesseva lodi sperticate a mister Mourinho e intercalava sillogismi da nerazzurro bar brianzolo.
Per elevare al quadrato la surrealtà, immaginai come sarebbe stato assistere a quella telecronaca fondamentalista in una siffatta moschea nerazzurra.
Fortuna per me che un tizio in carrozzina sedutomi accanto cominciò ad urlare porchette e abbacchi. Sputando leghista sapienza contro ogni bella madunina possibile e immaginabile, leniva il mio fastidio.
Claudio mi spiegò velocemente sorseggiando la sua pinta di weiss: la telecronaca faziosa era una novità relativamente recente, diffusasi con l’avvento del calcio pay-per-view.
Tu paghi e io ti coccolo, o ti prendo per il fondoschiena. Dipende da cosa ha formato il tuo punto di vista alle superiori. Se Heidegger o le televendite di Mike Bongiorno.
Ma ad ogni buon conto una cosa è certa: se firmi abbonamenti ventennali a tv satellitari devi avere la possibilità di opzionare a seconda della religione d’appartenenza. Devi poter pigiare un bottone e scegliere l’idioma che preferisci. O i vocaboli pettinati di Sandro Piccinini o il vernacolo umanoide di un ex ultras con posto fisso in curva nord e in questura.
Dai campi, partita vecchia e cronaca nuova: adesso tutto il calcio è minuto per dialetto.

Conseguenze di un telecronista fazioso

Contrassegnato da tag , , ,