Archivi tag: kebbabbaro

CI VENITE CON ME DOMENICA A RACCOGLIERE CASTAGNE NEL 2013? OVVIO CHE NO

Ditemi la verità. Da quanto tempo è che non andate a raccogliere castagne? O meglio, da quanto tempo è che nel pianeta non si verifica una e una sola raccolta delle castagne?
Minimo trent’anni. Perché io ne avevo tre di anni, l’ultima volta che sono andato. E penso che dopo quella domenica nessuno sia più andato a raccogliere castagne in questo mappamondo. Non ne ho più sentito parlare e tant’è, faccio i miei calcoli e tiro le mie somme.
E’ passato tanto tempo perciò, ma ricordo ancora romanticamente le asettiche leggi scientifiche che trassi dall’esperienza.
Legge numero 1: quando vai a raccogliere le castagne, non torni a casa sfatto come Kate Moss.
Legge numero 2: quando vai a raccogliere castagne, prima di tornare a casa non passi dal kebbabbaro a prendere un Doner Tumore Kebab, come il me stesso di trent’anni dopo.
Risultato: se metti a confronto le analisi al sangue di uno che è appena tornato a casa nel 1983 dopo aver raccolto castagne con quelle di uno che è appena tornato a casa da un qualunque impegno mondano occorso dopo il 1983, c’è una bella differenza.
Metti un medico a controllare queste ultime e vedi se non ti fa l’unica diagnosi possibile: “Signore, lei è affetto da cattiva gestione del tempo libero”.
Il tumore al colon? E’ l’effetto collaterale di questa malattia primaria: la necessità di fare una vita di merda.
L’esigenza che abbiamo, dall’ultima volta che sono andato a raccogliere castagne ad oggi, di utilizzare i momenti di relax in modo da vanificare il potenziale semantico di questo sostantivo anglofono: sottoponendo a vere e proprie torture il nostro corpo.
Come se il lavoro non fosse già di per sé più che sufficiente a definire il concetto di sofferenza. No. Noi finiamo il turno alle 18.30 e alle 19.00 siamo già seduti a rilassarci bevendo sette Campari Spritz consecutivi. Un intruglio di liquidi cancerogeno più o meno come il Paraflu, ma che fa tutto un altro effetto nel bicchiere, con quella fettina d’arancia.
E’ di certo molto più adeguato al nostro istinto di moda, ma anche molto meno a quello di autoconservazione.
E mica ci fermiamo al primo baretto che c’è per strada: perché alle 22 inizia la serata al “Panorama Bar”, dove potremo proseguire il nostro percorso benessere con lsd tagliato male o ketamina estratta da un treno di copertoni Pirelli Q10, ottime sul bagnato.
Bah, chissà perché ce l’abbiamo così tanto con il nostro corpo e i suoi processi chimici: manco se la sintesi proteica ci avesse rubato la ragazza questo fine settimana o se la cistifellea avesse acquistato su ebay gadget di Hello Kitty con la nostra carta di credito, la settimana scorsa.
Il fatto è, concedetemelo, che non riesco davvero a comprendere l’unità di misura del piacere contemporaneo.
Il divertimento ormai si misura in sfattume. Una parola che per definirla intanto devi distinguerla dalla stanchezza: perché pure un tennista torna a casa stanco, ma il suo corpo beneficia della fatica e gode della sintesi metabolica.
No, lo sfattume è diverso: è quel tipo particolare di stress particolarmente cool che si orgina dall’unione della fatica fisica e psichica con il locale giusto per stasera o la festa più figa della settimana e, ovviamente, con tutto quello che ne consegue.
*Con il supplemento di un rincasare solitamente antimeridiano.
Più torni a casa sfatto oggi, più hai l’impressione di aver vissuto davvero.
“Sono tornato alle sei e mezza, mi sono addormentato in metro tre volte, ho bevuto sette birre e due cicchetti di rum. E poi c’ho pure fumato erba sopra e pippato colla”.
Una figata sì, cazzo.
Che poi è tutto vero, ma sarebbe bello avere una visione più completa dei fatti con una descrizione pedissequa della serata. Ma il tizio/a di turno non aggiunge mai che ha passato il tempo da solo/a in un divano di una casa affollatissima di sconosciuti che ballavano musica di merda a mangiare tacos calpestati da Converse All star e inzuppati in una salsa chili che riuscirebbe a sconfiggere a Wrestling anche il più cazzuto dei succhi gastrici possibili. No, questo non te lo dice mai.
Io ho un’amica che azzecca sempre una definizione precisa, quando parlo in termini nebulosi di un argomento a piacere, lei si chiama Melissa ed è una delle creature più sveglie del pianeta.
E dunque, mentre si disquisiva in merito, Melissa ha migliorato la mia vita introducendomi il concetto di “produttività sociale”. Inteso come istinto irrefrenabile ad essere performanti nei settori dell’entertainment condiviso.
Un istinto che dal 1983 ad oggi, a quanto pare, è particolarmente in voga.
Ecco, la produttività sociale è un’espressione perfetta per definire le cause di quest’atteggiamento: abbiamo ormai introiettato in tal misura gli ingranaggi e i meccanismi del lavoro, che applichiamo la necessità della produzione, del fare (il più velocemente possibile) pure al tempo libero.
E addio ozio. E addio relax.
Ma perlomeno il kebabbaro dove vado alle sei di mattina prima di ritornare a casa sfatto, si fa un pacco di soldi.
Ok, mi fa piacere far girare in tal modo l’economia: il problema è che, di conseguenza, mi viene ormai difficile trovare qualcuno che la domenica mattina viene con me a fare una passeggiata in bici con lentezza.
E per lentezza intendo: quella che dovrebbe essere la velocità di crociera regolare del nostro organismo.
Per dirvi, non sono io che passeggio tranquillamente con la mia Graziella ad andare lento e rilassato: sei tu che ti becchi con Andrea a Miriam in quel locale, ma Marco non c’è, ma dov’è, mandagli un sms, il tel non prende, ho finito il credito, andiamo a fare una ricarica, ma hai procurato l’erba, no, dove la possiamo comprare adesso, il tipo che conosco io non c’è stasera il tipo, andiamo da quell’altro tipo che ce l’ha buona pure lui, facciamo una cosa tu vai al Panorama e ci vediamo lì io prendo l’autobus e l’erba e poi chiamo Marco e poi se non ci becchiamo dentro il Panorama, casomai ti chiamo tanto adesso vado a fare una ricarica, ma il telefono non lo sento con la musica se mi chiami, e vabbè casomai ogni tanto vado in bagno a controllare se hai chiamato, ma poi se hai chiamato e io ti richiamo e tu sei già dentro e non lo senti? ad andare troppo veloce e schizofrenico per il nostro organismo.
E ok, magari la passeggiata in bici, visto che siamo giovani la evitiamo. Io quando voglio so essere il re della dissoluzione: facciamo pure che ci scambiamo le mogli e le figlie in un’orgiazza a casa mia. Scopiamo in trenta, ma a velocità normale. Senza ammazzarci la vita, perdio.
Oppure meglio ancora: organizziamo una serata di Monopoli. Così magari a mezzanotte abbiamo finito e domani mi posso svegliare e andare di nuovo a raccogliere le castagne nel 2013 con qualcuno su questo pianeta.

Contrassegnato da tag , , , , , ,

E VISSE CON UN FALAFEL IN MANO

La prima volta che entrai in un ristornate cinese non ero in Cina. Zona chic di Catania, ai tempi delle medie. Riunirsi così e non ricordo nemmeno a chi era venuta in mente l’idea.
Erano gli ultimissimi anni ottanta ed io non sapevo decisamente nulla: conoscevo il cortile dove giocavo a pallone, Like a virgin di Madonna, mio padre, mia madre e frammenti di città intravisti da dietro i vetri protettivi dell’auto classe media di famiglia. Gli spazi mi sembravano enormi e le cose piene di cose. Per questo quando entrai al ristorante rimasi a menù aperto: io il pollo con le mandorle non l’avevo mai mangiato e la Cina non l’avevo mai vista.
Non c’era che dire e nulla a che vedere col fast-food di americana speranza che frequentavo abitualmente a merenda. Con i grassi saturi d’America, io ci condividevo l’occidente da quando ero nato: vedevamo gli stessi film, vestivamo gli stessi Avirex e le stesse Nike, io e l’hot dog. Per intonare lo svago col mio abbigliamento erano anni insomma che mi facevo mandare in bagno senza cena da ketchup, maionnaise, senape e patatine fritte. Colpa dei favolosi sixty, già belli e passati mentre io mettevo su i primi dentini.
Ricordo ancora l’imbecille emozione che pregustai mentre tornavo dal made in China, pronto a mostrare le mie magiche bacchette souvenir e a raccontare con inalterata commozione tutto il resto: i draghi in carta da riso così diversi dai quadri nulloconcettuali che avevo in salotto, l’acquario scenografico sotto i piedi così simile ad un Auschwitz tropicale e posticcio, gli ideogrammi incomprensibili e i comprensibili errori d’ortografia in traduzione.

Stupore, stupore, e poi grasse risate. Merito del pollo misto nociolini.

Piccole muraglie gastronomiche crebbero da quel momento sullo stivale e la mia colite reazionaria dovette arrendersi a quel nuovo imperialismo del sapore. Schivavo ancora, anni dopo, le terrificanti nuvolette di gambero, ma avevo imparato a digerire gli involtini primavera. Anche psicologicamente. Appena il tempo di occidentalizzare l’oriente del palato conosciuto e spunta il primo kebbabbaro della storia, con le sue bugiarde piastrelle d’importazione e la sua musica neonapoletana a palla. Reset. Tutto da rifare. Per velocizzare i tempi di socializzazione ne varcai immediatamente la soglia: ordinai un falafel medio, ci sguazzai dentro hummus, cipolla, salsa allo yogurt e piccante, pagai alla cassa. Poi, azione: nulla di più scomodo in natura. Se è vero che non mi piacque, ciò accadde perché la praticità vuole la sua parte nel giudizio estetico ed io ero riuscito a macchiarmi persino l’orecchino. Giusto perché mi aiutò il pavimento, riuscii a finirlo in un’ora. Tempo necessario e sufficiente a vedere nuovi neon sfriccicorare sulla statua di Vincenzo Bellini. Un thailandese, un messicano, un libanese, un eritreo, un indiano, un greco, un lillimarziano accendevano l’insegna del meltin pot di suggestione, perché si era sparsa la voce che pure gli italiani erano un popolo di imbecilli. La chiamano globalizzazione: quella cosa che se vai a Dubai, a Philadelphia, a Tokio, a Mantova non fa nessuna differenza. Non ancora PRONTI, ad ogni modo PARTENZA, chissenefrega VIA: kebab e falafel, sushi e sashimi, cumino e zenzero, involtini primavera e ravioli al vapore, tzatziki e moussaka, tacos e burritos, pizza e spaghetti. Tutti insieme spassionatamente, negli acquapark intestinali di universitari fuori sede e lavoratori a progetto di ogni città. Maglie e camicie ancor oggi ringraziano: martedì dopo il cinema per una macchia di salsa allo yogurt, venerdì dopo la disco lobotomo per uno schizzo di maionese, poi il sabato dopo l’aperitivo moderato con fidanzata per una colata lavica di pomodoro.
Chissà cosa ne pensa il Dixan: secondo me l’ha presa meglio del Dash che più bianco non si può.
Nemmeno il sottoscritto apprezza, e questo si era capito, ma se non si spiega il perché si rischia di confonderlo con un qualunquista che sguaina affilate tradizioni culinarie o, ancora peggio, con un tesserato alla carboneria dello Slow food. Invece no, la sola cosa che lo fa arrabbiare è che ancora una volta l’America detta legge, e questa volta senza far uso del protocollo Mc Donalds: gli basta imporre il suo modello di metropoli intollerante che si spaccia ipocritamente per topografico centro multirazziale.
Rassegniamoci pure, pertanto, al fatto che vivremo per sempre con un felafel in mano.

La scritta "doner" mi fa venire l'acquolina in bocca e non capisco perchè visto che non so nemmeno cosa vuol dire.

I bambini scelgono il kebab quando l'alternativa è una sodomia di gruppo.

Contrassegnato da tag , ,