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NON DOVREBBE ESSERCI SERATA DELLA CULTURA, SENZA MATTINATA DELLA PRESUNZIONE

Le grandi città io non le sopporto perché ti offrono un sacco di alternative. Non è che per forza devi andare con Marianna in quell’enoteca dove leggono le poesie di Pasolini, stasera.
Le alternative. Che tragedia le alternative. Le alternative in qualunque settore, intendo. Una tragedia sì, per chi come me, ha sempre la sensazione che scegliere qualcosa sia semplicemente perdersi qualcos’altro.
Per dire: quando ordino una norma al tavolo cinque, dal mio punto di vista sto semplicemente informando il cameriere che mi perderò per sempre una fantastica “Masaniello”; un pizza che, per la cronaca, tra i suoi ingredienti annovera pure gorgonzola e noci. Viceversa, se ordino una Masaniello, la faccenda mica cambia. La norma che avevo pensato di ordinare prima torna a suggestionarmi. Come le sensuali, eteree e sublimi sirene incantatrici di Ulisse, con il suo canto soave, rompe il cazzo.
E comunque sappiate che prima ancora del pippone sulla pizza da deliberare ho già sprecato gran parte della mia giovinezza a scegliere il tavolo cinque. Per poi pensare tutta la sera che era meglio il tavolo sette, ovviamente.
Ragazzi, c’è poco da fare: scegliere è una faccenda complicata; o meglio una brutta bestia; o meglio ancora una cosa pesante; oppure, oppure, ancora, meglio, ancora, un esercizio doloroso. Insomma, avete capito: scegliete voi la coppia sostantivo-aggettivo più azzeccata, ché senno qui facciamo notte.
Oh, mica è roba da poco esprimere una preferenza. Perché prima di esprimerla, devi elaborarla. E per elaborarla devi computare in un attimo tutta la tua biografia, tutta la tua storia personale.
Scegli e, volente o nolente, sei costretto a trascinarti dietro le cose con cui sei venuto a contatto in tutta la tua vita. Le cose che hanno formato il tuo gusto, le  cose che hanno influenzato il tuo modo di vedere le cose. Le cose insomma: cose, case, chiese, nomi, cose, città, dire, fare, baciare, lettera, testamento. Un’esistenza intera.

E ditemi voi se non è una faticaccia portarsi dietro una tonnellata di passato pure dal kebbabbaro.
Kebab o Falafel? Salsa allo yogurt o salsa piccante?
Bah, forse sono io ad essere malato, forse vivo troppo drammaticamente il libero arbitrio. Forse non riesco a vedere i suoi lati positivi. Tipo quello di poter evitare deliberatamente di andare con Marianna in quell’enoteca dove stasera leggono le poesie di Pasolini.
Ma il fatto è che, specie nel settore dell’intrattenimento, quando hai delle alternative in una grande città, le alternative sono che stasera c’è la serata della cultura e i musei della grande città sono aperti tutta la notte. Noi andiamo con Leonardo, tu vieni?
In pratica, opzioni ulteriori che giustificano la paralisi del tuo giudizio. Allora sì che tenti di sfuggire alla realtà con l’evasione ironica. La prima cosa che fai è dire: ah, la serata della cultura? Mmm…se è per questo ho saputo che in centro c’è un congresso sulle dermatiti, mica ce lo perdiamo!
La noiosità non ha frontiere e questo è un dato di fatto. Come pure è un dato di fatto che poi, alla fine, per puro fabbisogno antropologico, cedi. Sovraccarichi di responsabilità il tuo ego, indossi il peso dei tuoi 33 anni e finalmente pigli la metro.
L’appuntamento è alle nove e mezza e questo non ti facilita mica a capire come si fa a dedicare una serata ad un concetto astratto come la cultura.
Che cacchio vuol dire serata della cultura? Piuttosto ambigua come definizione, non vi pare?
Per dire, in un certo senso pure Al Bano e Romina sono cultura.
E’ ovvio poi che una proposta del genere ti disorienti: se devi fare i conti con il lato tecnico della vita, se devi interagire con i suoi aspetti pratici, di solito ti è necessaria una certa concretezza. Non puoi basarti su una cosa che non ha di per sé un correlativo oggettivo specifico.
La verità: partecipare alla serata della cultura, equivale più o meno a prendere parte alla mattinata della presunzione. Per buttare lì giusto un altro concetto astratto a caso.
E’ già più semplice fare i conti col proprio gusto personale se ti propongono una malleabile sagra della porchetta, per esempio. Riesci a valutare con più immediatezza, perché sai quello che trovi.
Porchetta.
Al massimo del pane con cui accompagnarla, ma non è un grosso shock culturale se qualche volta hai pranzato con i tuoi.
Tu immagina invece, che vai alla serata della cultura e finisci in un museo in cui ci sono delle anfore della civiltà minoica di difficile datazione. Poi non ti lamentare che sei depresso, allora.
E giusto per chiosare poi, io non sono già un tipo da musei ed esposizioni d’arte nella vita reale, figuriamoci nella finzione sociale.
Io sono uno che, per dire, se mi piace un artista visivo, metti un pittore per esempio, i suoi dipinti li cerco su google immagini e mi soddisfo così.
Perlomeno il formato 640 pixel per 420 mi tutela da eventuali sindromi di Stendhal. Anche perché sono abbastanza patologizzato di mio e non me ne faccio nulla di un nuovo disagio psicomotorio.
La mia collezione di paranoie basta e avanza per invitare a salire su la tipa con cui uscirò un ipotetico domani sera.
Cara, vuoi salire su? Volevo mostrarti la mia collezione di paranoie.

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